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Pro-vita o aborto Aggiornato alle 2 minuti di lettura

100 euro per non abortire: l’offerta di due attiviste pro-vita al Pronto Soccorso di Genova

100 euro per non abortire: l’offerta di due attiviste pro-vita al Pronto Soccorso di Genova
100 euro per non abortire: l’offerta di due attiviste pro-vita al Pronto Soccorso di Genova  (getty images)
Una donna cerca di ottenere un'interruzione di gravidanza: pur visitando due ospedali le è impossibile. Nel primo infatti si fa obiezione di coscienza e nel secondo delle attiviste pro-vita le offrono dei soldi per tenere il bambino. Ecco tutta la storia.
di Maya Artusi Moro

L’Odissea di una donna tra un ospedale e l’altro di Genova alla ricerca di una struttura che la accogliesse e la aiutasse ad interrompere la sua gravidanza è culminata in un’offerta scandalosa: 100 euro affinché scegliesse di tenere il bambino. Ecco che cosa è accaduto in Liguria il 26 maggio 2024 e perché la giovane ha dovuto chiedere aiuto ad Alice Merlo contro la colpevolizzazione. 

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Alla ricerca di un'interruzione di gravidanza a Genova

La nostra protagonista è una ragazza di origine straniera. È in una situazione familiare delicata e ha già tre figli. Quel giorno di maggio è assalita da una nausea profonda e frequenti capogiri, ma non sa di essere incinta: è un’amica di nome Gaia che la accompagna al primo ospedale per scoprire se possono fare qualcosa per aiutarla. Visti i sintomi, alla giovane è richiesto di fare un test di gravidanza nel bagno della struttura: è positivo. 

La prima tappa: l'Ospedale Galliera respinge per obiezione di coscienza

L’Ospedale Galliera, però, respinge la donna e si rifiuta di offrirle supporto medico. Nonostante la struttura sia pubblica, infatti, è sotto la giurisdizione della Chiesa cattolica: “Qui non ti possiamo aiutare, queste cose non le facciamo” è la risposta dei medici. Alternative proposte, nessuna. Dunque, ricomincia la ricerca di un ospedale che possa performare l’operazione: la donna tenta Villa Scassi, in cui la legge 194 viene applicata.  

Le attiviste pro-vita a Villa Scassi offrono alla donna 100 euro per non abortire

Ancora le sue pene non sono finite. Nella sala d’attesa dell’ospedale, si avvicinano due donne, autoidentificatesi come attiviste dei Centri per la vita. Bastano un paio di battute per scoprire che una delle due ragazze in attesa è incinta, che di figli ne ha già tre e che sta cercando di richiedere un aborto: “Prima le hanno provato a fare la morale sulle ricadute psicologiche di una eventuale interruzione” ha raccontato Gaia, l’amica accompagnatrice, a Repubblica: “E alla fine le hanno offerto 100 euro per tenere il bambino a suon di ‘una vita non si butta via’.” 

La vita o la libertà non hanno prezzo? Il problema degli anti-abortisti
La vita o la libertà non hanno prezzo? Il problema degli anti-abortisti  (getty images)

E ora, a chi rivolgersi? Intervengono Alice Merlo e Federica Di Martino

L’impressione di Gaia è stata chiara e immediata: “Volevano approfittare della sua situazione di fragilità per fare leva sul lato economico”. Le due donne non hanno perso tempo a parlare con le attiviste pro-vita e se ne sono andate. Ora è lei ad aver messo insieme le risorse per sostenere le spese per le visite della giovane, che sta cercando di tenere il marito all’oscuro dell’accaduto. Per l’aborto non si sa ancora. La donna si è però rivolta a due attiviste: Alice Merlo e Federica Di Martino che sono subito partite all’attacco: “Con cento euro hanno cercato di comprare la sua libertà.” Come se, per di più cento euro bastassero a coprire le spese di una gravidanza. 

"La vita non ha prezzo": per davvero?

Se “la vita non si compra” (come si dice di solito quando si parla di gestazione per altri, utero in affitto e congelamento degli ovuli), come è possibile tentare di comprarla in questo modo? Luca Pirondini, senatore genovese, ha commentato la faccenda con tre parole: gravissima, vergognosa e inaccettabile: “Innanzitutto questa donna si è trovata davanti al rifiuto del Galliera, che è un ospedale pubblico e dovrebbe garantire la pratica. Poi, quando si è recata a Villa Scassi, si è vista offrire cento euro per cambiare idea da alcuni attivisti delle associazioni pro-life. (...) La vita non è in vendita, così come non lo sono il corpo delle donne, i loro diritti e la loro autodeterminazione.” 

Un caso isolato o una vicenda che fa luce su una realtà frequente? 

Mentre l'ospedale Villa Scassi nega ogni coinvolgimento nell’ingresso dei volontari pro-vita nei propri ambulatori, il web risponde con centinaia di esperienze fin troppo simili a questa storia. Alcune donne a cui, allo stesso modo, è stato offerto del denaro e altre che sono semplicemente colpevolizzate per quella scelta. Sembra che questo racconto non identifichi uno spiacevole unicum nel panorama italiano dell’interruzione alla gravidanza ma che costituisca una spiacevole abitudine contro la quale è necessario fare qualcosa.