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Faccio le valigie e vado a lavorare: i mestieri che permettono di viaggiare

Faccio le valigie e vado a lavorare: i mestieri che permettono di viaggiare
Dal lavoro da remoto alle professioni umanitarie, passando per il turismo e la creatività digitale: tutte le strade (e i mestieri) che permettono di viaggiare mentre si lavora.
di Giulia Mattioli

Dopo le ferie estive l’idea di tornare alla solita routine lavorativa per molte persone non è proprio entusiasmante. Che si tratti di un grigio ufficio o di un ambulatorio medico, di un centro estetico o di una banca, il rientro può essere poco allettante dopo settimane di libertà, paesaggi nuovi e ritmi rilassati. Per chi ha un approccio alla vita dinamico e curioso, è insofferente alla routine, ama il cambiamento di prospettive ed ha un’innata flessibilità, lavorare sempre nello stesso posto, con le stesse dinamiche e gli stessi scenari, può essere davvero poco stimolante. La buona notizia è che oggigiorno esistono molte professioni che permettono di viaggiare, e possono essere intraprese letteralmente a qualsiasi età: negli ultimi anni, complice lo sviluppo del lavoro da remoto, le modalità di lavoro flessibili, la possibilità di fare esperienze sempre più dinamiche grazie ai voli low cost e alla facilità di conoscere persone attraverso i social, cercare modi per lavorare spostandosi e cambiando orizzonti è sempre più facile. Ma attenzione, lavorare viaggiando non significa essere in vacanza permanente: richiede un'ottima capacità di adattarsi, di riorganizzarsi spesso, di rinunciare alle certezze ed essere anche un po’ creativi. E significa anche accettare qualche compromesso, perché non tutti i lavori che permettono di spostarsi sono ben pagati, stabili o comodi. Però, per chi ha voglia di uscire dagli schemi, le strade ci sono.

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Lavorare nel turismo

Uno dei percorsi più battuti è quello del lavoro stagionale. Che sia in un villaggio turistico in Grecia, in un campeggio in Croazia o in un rifugio sulle Dolomiti, chi fa la raccolta delle fragole in Norvegia e chi si adopera nelle farm australiane: quella della stagionalità è una formula molto amata, soprattutto dai più giovani. Si lavora intensamente per pochi mesi, spesso con vitto e alloggio inclusi, e si ha la possibilità di conoscere posti e persone nuove. C’è chi fa una stagione per pagarsi l’università, e chi ne fa uno stile di vita, spostandosi da una località all’altra e vivendo ogni mese in un continente diverso. Un vita sicuramente molto movimentata e adatta a chi ha energie e voglia di conoscere tante realtà diverse. L’aspetto negativo è che gli stipendi in questo settore non sono particolarmente alti.
Ci sono poi le professioni che operano nei servizi dedicati al turismo vero e proprio: guide, accompagnatori, tour leader, tour operator. Gente che passa la vita su treni, bus, navi, portando gruppi in giro per città, musei, sentieri. È un lavoro spesso faticoso, ma chi lo fa con passione dice che non tornerebbe mai in ufficio. Anche perché, in un certo senso, l’ufficio è il mondo intero. Negli ultimi tempi poi, complici i social, stanno nascendo diverse realtà che uniscono il mondo dei content creator a quello degli agenti di viaggio/guide turistiche: se si azzecca il giusto filone (per esempio specializzandosi in uno specifico paese) il successo è garantito. 
A proposito di social, la professione del travel blogger è una delle più ambite dell'epoca contemporanea: si tratta di una persona che racconta i propri viaggi attraverso blog, social media, video o foto, condividendo esperienze, consigli pratici, itinerari e ispirazioni con il pubblico. Si può costruire una vera e propria carriera in questo settore, guadagnando tramite collaborazioni con brand, sponsorizzazioni, affiliazioni o la vendita di prodotti e servizi legati al mondo del viaggio. Tuttavia, avere successo come travel blogger è tutt’altro che facile: il settore è molto competitivo (potremmo dire saturo), con migliaia di persone che cercano visibilità nello stesso campo. Per emergere, non basta viaggiare certo e pubblicare belle foto: servono competenze in scrittura, fotografia, marketing digitale, SEO, gestione dei social, oltre a una forte costanza e capacità di differenziarsi. Inoltre, i guadagni non sono immediati e molti travel blogger impiegano anni prima di riuscire a vivere di questa attività - se mai ci riescono. 

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Formule innovative e strade ben rodate

Ci sono poi i lavoratori da remoto, o i cosiddetti nomadi digitali, persone che lavorano grazie a internet, senza essere legate a un luogo fisso. Questo stile di vita unisce lavoro e viaggio, perché permette di scoprire nuovi posti e culture mentre si continua a lavorare, spesso come freelance, imprenditoro digitali o dipendenti in smart working. Per chi ha una professione che può essere svolta online (copywriter, sviluppatore, grafico, traduttore, consulente digitale, social media manager) la geografia diventa una variabile assolutamente ininfluente. L’importante è avere un laptop, una buona connessione e un fuso orario gestibile, e si può svolgere la propria attività da qualsiasi parte del mondo: una spiaggia, un caffè, una città straniera o la propria casa - molti scelgono di lavorare in coworking a Bali, a Lisbona, a Chiang Mai. Il vantaggio? Massima libertà. Lo svantaggio? Sei tu il tuo capo, il tuo commercialista e il tuo motivatore personale. Non è sempre facile. 
Dai mestieri 'nuovi' a quelli più classici: per chi ha meno di trent’anni e voglia di vivere all’estero, il programma au pair è un’ottima porta d’ingresso. In pratica, si vive in una famiglia, ci si occupa dei bambini come baby sitter, si riceve in cambio vitto, alloggio e una piccola paga. È una formula adatta a chi vuole migliorare una lingua, fare un’esperienza all’estero a basso costo e non ha paura di inserirsi in una realtà familiare che, a volte, può essere impegnativa da gestire. Non è certo una dimensione in cui ci si arricchisce dal punto di vista economico, ma è un’esperienza decisamente arricchente per quanto riguarda gli aspetti umani e personali.

Lavorare nel campo solidale

Un’altra strada, spesso sottovalutata, è quella dell’insegnamento delle lingue. Insegnare inglese all’estero, soprattutto in comunità dove l’accesso all’istruzione è ancora limitato, è una delle esperienze più arricchenti per chi vuole viaggiare e lavorare, lasciando un impatto positivo. Non serve per forza essere insegnanti di ruolo, basta una buona conoscenza dell’inglese, una laurea o diploma e, spesso, una certificazione TEFL (Teaching English as a Foreign Language), che si può ottenere anche online. Le opportunità si trovano tramite organizzazioni non governative, programmi di volontariato o piattaforme che si occupano di lavoro all’estero e scambi culturali. A volte si tratta di volontariato puro, altre volte viene offerto vitto, alloggio e un piccolo compenso. È una scelta adatta a chi è flessibile, curioso e disposto a mettersi in gioco in contesti nuovi e stimolanti, dove l’insegnamento va ben oltre la grammatica.
Infine, lavorare per una ONG o in un’organizzazione umanitaria può portare in zone del mondo che molti non saprebbero nemmeno indicare su una mappa. Si tratta di esperienze intense, che combinano spirito di servizio e apertura culturale, spesso in contesti difficili o di emergenza. Per intraprendere questo tipo di percorso non bastano le buone intenzioni: serve una formazione adeguata, una forte motivazione e spesso anche una buona dose di adattabilità. I progetti attivi nel mondo sono moltissimi e coinvolgono una vasta gamma di professioni, non solo quelle sanitarie: servono logisti, comunicatori, project manager, tecnici, ingegneri, educatori, esperti di cooperazione allo sviluppo, oltre a medici, infermieri e psicologi.
Le missioni possono durare da pochi mesi fino a diversi anni. Le condizioni di lavoro sono spesso complesse, tuttavia, per chi sceglie questa strada, l’impatto umano può essere profondo, e il viaggio assume un significato completamente diverso: non si tratta più solo di esplorare il mondo, ma di contribuire concretamente a migliorarlo.