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Il nuovo capo? Un algoritmo: oggi è l'AI ad assumere esseri umani

Il nuovo capo? Un algoritmo: oggi è l'AI ad assumere esseri umani
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Nuove piattaforme digitali sperimentano un modello in cui agenti di intelligenza artificiale ingaggiano persone per svolgere compiti nel mondo reale. Un’idea a metà tra innovazione e distopia che potrebbe anticipare un nuovo modo di organizzare il lavoro.
di Giulia Mattioli

Per anni ci siamo chiesti se l’intelligenza artificiale avrebbe sostituito il lavoro umano. Ma forse la domanda era sbagliata. Perché invece di limitarsi a prendere il nostro posto, le macchine stanno iniziando a fare qualcosa di ancora più sorprendente: assumere noi, le persone. Stanno infatti nascendo piattaforme in cui agenti di AI cercano collaboratori, assegnano loro compiti e li pagano per svolgere attività nel mondo reale. Gli esseri umani diventano collaboratori degli algoritmi, i datori di lavoro del futuro. Un futuro per niente lontano. Il primo esempio concreto di questo modello arriva da Rent a Human, piattaforma lanciata all’inizio di quest'anno che permette agli agenti di intelligenza artificiale (software progettati per eseguire compiti in autonomia, prendendo decisioni o azioni senza bisogno di intervento umano costante) di ingaggiare persone in carne e ossa per compiti concreti.

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Lavorare per conto dell’AI

Il funzionamento è sorprendente. Gli algoritmi possono identificare un bisogno nel mondo reale, come ritirare un pacco, partecipare a una riunione, scattare foto o verificare un luogo, e cercare la persona più adatta per completarlo. L’utente umano riceve l’incarico, lo svolge e viene pagato, spesso tramite criptovalute o sistemi digitali. In pratica, l’AI coordina, assegna e monitora il lavoro, mentre gli esseri umani forniscono ciò che i software non possono dare: presenza fisica, giudizio contestuale e azione diretta nel mondo reale. 

Dal punto di vista pratico, Rent a Human funziona come un marketplace del lavoro simile a molte piattaforme della gig economy, il modello di lavoro basato su incarichi brevi, flessibili e spesso intermittenti. Gli utenti umani si registrano indicando competenze, posizione geografica e tariffa. A quel punto gli agenti di intelligenza artificiale possono cercare il lavoratore più adatto e assegnargli un incarico. Una volta completato il compito e fornita una prova del lavoro svolto, come una foto o un documento, il pagamento viene sbloccato.

Secondo Business Insider, il progetto è stato creato dal programmatore Alexander Liteplo insieme alla co-fondatrice Patricia Tani, e ha attirato subito grande curiosità online. In poche settimane il sito ha registrato centinaia di migliaia di iscrizioni e milioni di visite, alimentate anche dall’idea provocatoria dei “robot che assumono umani”. Il sito gioca apertamente con riferimenti fantascientifici e messaggi ironici, con frasi come “i robot hanno bisogno del tuo corpo” o “io non posso toccare l’erba, tu puoi”, che sottolineano in modo giocoso il ruolo dei collaboratori umani. Lo stesso Liteplo ha definito la piattaforma “the meatspace layer for AI”, cioè lo strato umano che permette agli algoritmi di operare nel mondo fisico.

Il principio alla base è semplice: gli attuali sistemi di intelligenza artificiale sono estremamente efficaci nell’elaborare informazioni digitali, ma rimangono limitati quando devono interagire con la realtà materiale. Non possono spostarsi, osservare un luogo, manipolare un oggetto o partecipare a un evento. Rent a Human prova a colmare questo divario mettendo a disposizione una rete di persone pronte a svolgere queste attività su richiesta degli algoritmi.

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Gli esseri umani come interfaccia del mondo reale

È proprio questa logica a rendere il progetto tanto affascinante quanto inquietante. Come osserva Forbes, piattaforme di questo tipo suggeriscono uno scenario in cui il mondo reale diventa in qualche modo “programmabile”: gli agenti software possono pianificare attività e delegarle a persone distribuite nello spazio, che diventano l’estensione fisica dei sistemi digitali. Alcuni commentatori hanno sintetizzato l’idea con una formula provocatoria e dai connotati piuttosto distopici: gli esseri umani diventano l’interfaccia che permette ai software di compiere azioni concrete.

Naturalmente, per ora molti degli incarichi pubblicati sulla piattaforma sono semplici o sperimentali. Ma il concetto solleva interrogativi più ampi sul futuro del lavoro. Se gli agenti di intelligenza artificiale diventassero davvero capaci di coordinare attività complesse, potrebbero non limitarsi ad automatizzare compiti, ma anche a gestire direttamente la distribuzione del lavoro umano. Questo scenario ricorda da vicino alcune dinamiche già viste nella gig economy, dove algoritmi e piattaforme digitali assegnano incarichi, valutano prestazioni e determinano compensi. La differenza è che, in questo caso, il sistema che organizza il lavoro potrebbe non essere una piattaforma gestita da persone, ma un agente autonomo progettato per raggiungere un obiettivo.

Non mancano ovviamente le critiche. Alcuni osservatori temono che modelli di questo tipo possano accentuare la frammentazione del lavoro, riducendolo a micro-attività occasionali assegnate automaticamente da software. Altri sollevano questioni di etica e responsabilità: se un algoritmo assegna un compito illegale o pericoloso, chi risponde delle conseguenze? Alcune ricerche sui marketplace digitali hanno già mostrato come sistemi simili possano essere usati anche per attività discutibili, dalla raccolta di informazioni sensibili alla manipolazione delle piattaforme social.

Per ora Rent a Human resta un esperimento, e non è chiaro se diventerà davvero un modello diffuso. Ma il fatto stesso che un progetto del genere abbia attirato così tanta attenzione dice qualcosa sul momento che stiamo vivendo. L’intelligenza artificiale non sta solo cambiando il modo in cui lavoriamo: sta iniziando a ridefinire chi organizza il lavoro. Se già oggi spesso fatichiamo a sentirci davvero collegati al nostro datore di lavoro, tra aziende gigantesche, uffici dislocati e comunicazioni sempre più digitali, figuriamoci quando il capo sarà un algoritmo. Altro che chiacchiere in corridoio, caffè condivisi o eventi di team building: addio empatia, feedback sinceri e capacità di capire una giornata storta. Il lavoro diventa più efficiente, preciso e misurabile, ma perde tutto ciò che rende umane le relazioni professionali. Forse questo sarà il prezzo più alto della rivoluzione dell’AI: un mondo in cui le persone non sono più collaboratori, ma strumenti alla mercé delle macchine.