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Fare carriera rende davvero felici? I dati mostrano una realtà inaspettata

Forse è tempo di ridefinire il concetto di ‘ambizione’: nuovi dati globali suggeriscono che la categoria di lavoratori meno soddisfatta è quella dei manager

Una rivoluzione culturale, per certi versi filosofica, sta attraversando il mondo del lavoro. Mentre i boomer vanno in pensione e la Gen Z entra nel mercato occupazionale, emerge una nuova prospettiva secondo la quale l’obiettivo di una carriera non è arrivare in alto, ma permettere di costruire un equilibrio vita-lavoro sostenibile. I novelli lavoratori non vogliono necessariamente diventare ‘qualcuno’, ma essere persone serene, appagate e, per quanto possibile, poco stressate.

La meditazione per non trascinare stress e ansia con Carlotta Gagna di Traininpink

Scarsa voglia di fare? Mancanza di ambizione? I giovani vengono spesso accusati di essere viziati o poco inclini alla fatica. Eppure, osservando i dati più recenti, la loro posizione potrebbe essere meno irrazionale di quanto si pensi: diverse ricerche globali suggeriscono infatti che raggiungere l’apice della carriera non coincide con una maggiore felicità. Anzi, la categoria che mostra gli indicatori peggiori in termini di benessere psicologico è proprio quella dei manager, cioè di coloro che hanno raggiunto quello che tradizionalmente viene considerato il ‘traguardo’ professionale.

Il report annuale di Gallup State of the Global Workplace 2026, fotografa una realtà molto diversa rispetto alla narrazione classica del successo: secondo i dati dell'ente di ricerca globale, la quota di manager realmente coinvolti e soddisfatti del proprio lavoro diminuisce sensibilmente di anno in anno.

La crisi del manager contemporaneo

L’ultima edizione dello State of the Global Workplace tratteggia un fenomeno preciso: il calo di quello che i ricercatori definiscono engagement, cioè del coinvolgimento emotivo delle persone nei confronti del proprio mestiere. In pratica, in tutto il mondo i lavoratori dichiarano livelli sempre più bassi di motivazione e partecipazione, con conseguenze evidenti sul benessere psicologico, ma anche sulla produttività. Ma il dato più interessante è che la perdita di coinvolgimento riguarda soprattutto chi ricopre ruoli dirigenziali: negli ultimi anni la quota di manager engaged è diminuita in modo significativo, mentre quella dei lavoratori che non ricoprono posizioni di rilievo è rimasta relativamente più stabile.

Nelle semplici auto-valutazioni, spiega il report, chi guida aziende e organizzazioni dichiara spesso un alto livello di soddisfazione, legato al prestigio e al significato del proprio ruolo; eppure i test psicologici che analizzano le emozioni vissute nel quotidiano raccontano un’altra realtà: chi occupa posizioni di leadership sperimenta più frequentemente stress, rabbia, tristezza e solitudine.

Le ragioni non sono difficili da intuire. Il manager contemporaneo si trova schiacciato tra aspettative crescenti e riscontri positivi scarsi. Da un lato deve rispondere a obiettivi aziendali sempre più aggressivi in termini di performance, efficienza e rapidità di adattamento; dall’altro deve gestire team sempre più complessi, distribuiti tra lavoro ibrido, smart working e nuove richieste di attenzione al benessere individuale. E spesso deve fare tutto questo con risorse sempre più scarse.

Gallup sottolinea inoltre che molti manager non ricevono una formazione adeguata al proprio ruolo: in numerosi casi la promozione avviene sulla base della performance individuale, non delle competenze relazionali o di leadership. Il risultato è che molte persone si trovano improvvisamente a gestire conflitti, motivazione e performance senza strumenti sufficienti, e così aumentano stress, ansia e rischio di burn-out.

Il rifiuto della scalata tradizionale

Il risultato è una condizione che lo stesso report descrive come una forma di “compressione organizzativa”: il manager diventa il punto di passaggio di tutte le tensioni, senza avere davvero la possibilità di controllarle o gestirle. A fronte di stipendi più alti e di una posizione teoricamente più autorevole, molti dirigenti finiscono quindi per vivere peggio la propria professione rispetto a un semplice impiegato che, pur guadagnando meno, non è schiacciato dal peso delle responsabilità. Quando si sale di livello, aumenta la fatica ma non il benessere.

La domanda sorge quindi spontanea: ne vale davvero la pena? Secondo buona parte della Gen Z, no. Numerose ricerche mostrano come tra i più giovani stia emergendo un rapporto diverso con l’idea stessa di carriera, meno centrato sulla progressione gerarchica e più orientato alla qualità della vita quotidiana.

Quello che un tempo veniva considerato il traguardo massimo (diventare manager, dirigere team, assumere posizioni di responsabilità) oggi è soltanto una delle possibilità, e non necessariamente la più desiderabile. Se il livello manageriale appare sempre più associato a stress, carico emotivo e perdita di motivazione, è comprensibile che venga osservato con cautela da chi sta costruendo adesso il proprio percorso professionale.
Per molti versi, il concetto stesso di ambizione sta cambiando: in passato significava soprattutto desiderare di salire ‘ai piani alti’; oggi, per una parte crescente di lavoratori, significa semplicemente ‘stare bene’, anche a costo di non inerpicarsi nella gerarchia aziendale. Perché se arrivare in cima non porta alla felicità, forse è sufficiente fermarsi a metà scala.