Il mio capo è psicopatico? Probabilmente sì: secondo una ricerca, un dirigente su 5 mostra "tratti psicopatici"
Il capo è probabilmente uno psicopatico: ricerche incrociate mostrano che chi occupa alti livelli nella dirigenza delle aziende mostra "tratti clinicamente rilevanti di psicopatia"
Prendiamo spunto da un clamoroso post social della brava Hr manager Stefania Fanari per parlare del fatto che un dirigente su cinque mostra segni di psicopatia e che di conseguenza è statisticamente inevitabile avere a che fare con un capo o una capa con "livelli significativi di tratti psicopatici". Ma andiamo con ordine e con i dati.
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"tratti clinicamente rilevanti di psicopatia"
Una ricerca presentata nel 2016 al congresso dell’Australian Psychological Society a cura della Bond University e della University of San Diego, analizzava 261 professionisti senior del settore supply chain negli Stati Uniti e trovò che il 21 per cento mostrava livelli clinicamente significativi di tratti psicopatici. La stessa nota APS ricordava che nella popolazione generale la stima tradizionale è circa 1 su 100, mentre nel sistema carcerario circa 1 su 5.
Va però scritto che il paper collegato a quel filone fu poi ritirato per problemi di parafrasi/plagio nella parte teorica, non per una smentita esplicita del dato empirico. Quindi è lecito tornare a parlare di psicopatia in azienda visto che un dirigente su cinque mostra tratti psicopatici clinicamente significativi anche se dietro c'è una storia più complessa e forse proprio per questo più interessante.
La ricerca non dice che un quinto dei manager sia Hannibal Lecter con tanto badge aziendale e benefit ma che in una quota non trascurabile di profili di vertice compaiono tratti come fascino superficiale, egocentrismo, insincerità, mancanza di empatia o rimorso. Il punto è non soltanto che questi profili esistano nelle aziende ma che le aziende rischiano di selezionarli, premiarli e promuoverli senza riconoscerli.
quando il capo è uno psicopatico narcisista
Alla regia della ricerca si sostiene che molte imprese guardano prima alle competenze e solo dopo al carattere del candidato o della candidata quindi nei contesti competitivi, alcuni tratti tossici possono essere mascherati da leadership.
La freddezza diventa lucidità, la manipolazione diventa capacità di negoziazione e l'assenza di scrupoli diventa orientamento al risultato. In poche parole il narcisismo, se indossa una giacca buona, viene spesso scambiato per carisma. Qui subentra uno studio del 2010 su 203 professionisti aziendali: si legge che i punteggi di psicopatia erano associati positivamente alle valutazioni interne di carisma, creatività, pensiero strategico e capacità comunicative ma negativamente alle valutazioni di responsabilità e performance, come lavoro di squadra, capacità manageriali e risultati complessivi (giustamente).
Il dato del 21 per cento va comunque contestualizzato. Una meta-analisi pubblicata su Frontiers in Psychology nel 2021 ha stimato la prevalenza della psicopatia nella popolazione adulta generale al 4,5 per cento, ma il valore scende all’1,2 per cento se si usa il PCL-R, (Hare Psychopathy Checklist-Revised), strumento medico considerato lo standard per la valutazione.
Nelle popolazioni carcerarie o tra gli offender, invece, le stime sono molto più alte, generalmente tra il 10 e il 35 per cento. La stessa meta-analisi osserva che le percentuali sono più elevate nei campioni organizzativi: manager, executive, professionisti della vendita o dell’advertising ma avverte che questi dati si basano su pochi studi e vanno letti con cautela.
la dirigenza delle aziende premia "i cattivi"
Dentro un’azienda, però, esiste il "corporate psychopath" che non è necessariamente il capo che urla ma spesso è quello che mette zizzania tra i collaboratori, crea competizione interna, attribuisce a sé i successi altrui, scarica responsabilità verso il basso, seduce chi sta sopra e logora chi sta sotto.
La letteratura sul tema collega questi profili a maggiore conflitto, bullismo organizzativo e supervisione percepita come ingiusta. Il costo ricade sui lavoratori e sulle lavoratrici: stress cronico, disimpegno, dimissioni e il caro vecchio burnout. L’Organizzazione mondiale della sanità definisce il burnout come un fenomeno occupazionale derivante da stress lavorativo cronico non gestito, caratterizzato da esaurimento, distanza mentale dal lavoro e ridotta efficacia professionale.
Non è quindi una fragilità privata da liquidare con fatti una camminata: è un segnale dell’ambiente. Le ricerche più recenti sulla leadership tossica confermano il collegamento: la leadership tossica incide positivamente sia sul burnout sia sull’intenzione di lasciare l’organizzazione per cui si lavora.
È chiaro che il tema si inserisce in una crisi più ampia della qualità manageriale. La società di statistica Gallup stima da anni che i manager pesino per almeno il 70 per cento della variazione nell’engagement dei team, nel report 2026 segnala inoltre che l’engagement globale dei lavoratori è sceso al 20 per cento nel 2025. Insomma non siamo felici.