Sex & The Book/ L'amore sadomaso tra dominazione e narcisismo nei versi della poetessa Patrizia Valduga
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Patrizia Valduga è nata a Castelfranco Veneto nel 1953 ed è una delle maggiori poetesse italiane del nostro tempo. Donna colta, bellissima e dal fascino ombroso, ha tradotto Mallarmé, Céline, Valéry, Molière, Kantor, Shakespeare. Nel 1988 ha fondato la rivista Poesia e per un anno n’è stata la direttrice. Ha esordito con la raccolta Medicamenta nel 1982, seguita – fra le altre – da La tentazione (1985), Donna di dolori (1991), Requiem (1994), Corsia degli incurabili (1996), Cento quartine e altre storie d'amore (1997) e ha dedicato sia la commovente postfazione poetica agli Ultimi versi che la raccolta Il libro delle laudi a Giovanni Raboni, illustre poeta e critico letterario scomparso nel 2004 cui la Valduga era legata dal 1981, nonostante una differenza d’età di più di vent’anni.
Nella raccolta Lezione d’amore (Einaudi, 2004) la Valduga inscena le dinamiche di una relazione sadomasochistica che, fra compostissimi schemi di rime e settenari, mostra tutta la spietatezza e la realtà carnale di un desiderio efferato e narcisista. Protagonisti sono un uomo e una donna, due io lirici che si alternano in una successione di madrigali di un’ineccepibile perfezione formale in forte tensione col contenuto crudo e violentemente espressivo, seguiti poi da un terzo movimento, una breve trattazione teorica sulla poesia d’amore e sull’amore per la poesia.
L’io maschile della raccolta impartisce ordini alla donna come fossero punizioni, con smania di potere e godimento nell’umiliare il fragile io di lei, obbligandola a supplicare pietà e ad adorarlo, invece di adorare se stessa, come se l’appagamento del suo piacere e del suo ego fosse l’unica salvifica soluzione per guarirla da se stessa (Bimba, se vuoi guarire, / devi imparare l’arte di ubbidire). Infierendo sulla nudità dell’amante, ne umilia profondamente l’identità che si era faticosamente costruita con la sua lingua, ossia con le parole e con la sua poesia (Te lo sistemo io il tuo bell’io / […] piccolina, stronzetta che fa rime, / che si sublima per farsi sublime). Parrebbe quasi che l’uomo, nel vittimizzarla, voglia affermare una superiorità che il talento poetico della donna sembra mettere in discussione. Eppure è lei stessa ad avere bisogno di quella violenza, a eccitarsi per ogni parola pronunciata dal suo carnefice (Non sbaglia neanche una parola / e mi eccita tutto quel che dice…), costantemente divisa fra esaltazione e umiliazione.
La violenza diventa allora liberatoria, è come un lento percepirsi tutta, un annullamento quasi mistico in cui finalmente ottenere riposo: Interno riposo… eterno riposo, direbbe lei. Ma resta sempre il sospetto che questo difficile amplesso amoroso, lento sfinimento di parole e desideri, più che una lezione d’amore non sia altro che una lezione di poesia.
di Giuliana Altamura
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