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La paura delle donne di uscire la sera è stata normalizzata. Ed è una discriminazione da manuale

La paura delle donne di uscire la sera è stata normalizzata. Ed è una discriminazione da manuale
(getty)
Quando quasi una donna su 5 rinuncia a uscire la sera per paura non è più soltanto di un problema individuale: è il segnale che qualcosa nella città, nello spazio pubblico, nella cultura, non funziona.
di Eugenia Nicolosi

La libertà di uscire, camminare, tornare a casa quando si vuole: un diritto dato per scontato che in realtà è tutto fuorché garantito. I dati recenti di Istat e del Censis disegnano un quadro discriminatorio da manuale, non è soltanto la violenza subita — che già è di per sé una discriminazione — ma la normalizzazione della paura, la "scelta" di rimanere a casa che scelta non è: una restrizione della propria quotidianità.

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la normalizzazione della paura delle donne

Nel periodo 2022-2023, con dati diffusi nell'autunno 2025, l’Istat registra che il 19,5 per cento delle donne dichiara di non uscire la sera “per paura di essere aggredita”. Parallelamente, un 38,9 per cento di donne teme di subire una violenza sessuale e il report Censis parla del 67,3 per cento delle italiane che provano timore nel rientrare a casa quando è buio (in inverno può significare le 17).  

Insomma: una donna su cinque non esce la sera è una sintesi che infatti si regge su numeri reali. E il problema è che al di là dei titoli non accade nulla. Quando quasi una donna su 5 rinuncia a uscire la sera per paura non è più soltanto un problema individuale: è il segnale che qualcosa nella città, nello spazio pubblico, nella cultura, non funziona. La limitazione della libertà personale e opportunità di lavoro, perfino visto che se per paura rinunci, perdi anche opportunità è solo il primo e più evidente danno collaterale. La percezione dello spazio pubblico come meno sicuro, significa però anche che esiste una fetta abbondantissima di popolazione (donne, persone queer, persone con fragilità) che modificano comportamenti, orari, percorsi e stili di vita.

lo spazio pubblico non è uguale per tutti

Ed è una questione di discriminazione perché non esiste un "tutti", ma un "dipende" da chi sei, dal corpo che hai, allora puoi fare determinate cose oppure no. O comunque, se le fai te ne assumi rischi e responsabilità.

Questa è normalizzazione della paura in purezza, se gran parte delle donne accetta — per abitudine, per pragmatismo — che quando è buio è meglio non essere fuori casa, la paura entra nel quotidiano, diventa normale e quando è "normale" e normalizzata è meno visibile e più difficile da contrastare. 

La sfida è ovviamente per le istituzioni e le città: i numeri di Istat e Censis suggeriscono che la percezione di pericolo cresce anche se concretamente non ci sono aumenti reali di casi di aggressioni. Ma la percezione c'è e basta a sé stessa per limitare le vite. Le amministrazioni, i Comuni, le forze dell’ordine e chi progetta la città devono tenere conto di tutto questo. Per esempio esistono studi che mostrano che la presenza di persone, di trasporti, di locali aperti e punti di riferimento illuminati fa la differenza nella percezione di sicurezza nello spazio pubblico notturno.

"le strade sicure le fanno le sorelle che le attraversano"

Prendiamo questo slogan dei collettivi femminili in prestito per sottolineare che tra gli elementi che modificherebbero la percezione dello spazio pubblico c'è proprio la presenza, o l'assenza, di altre donne. Le donne devono essere protagoniste nel disegno degli spazi, dei trasporti, della sicurezza urbana, dell'hummus notturno e non solo utenti passivi o identità di passaggio. In tal senso, per migliorare in generale la fiducia nei sistemi, sarebbe utile rendere più accessibili i trasporti, le strade più illuminate, gli spazi e i percorsi accessibili: occorre che lo spazio sia pensato anche con la prospettiva di chi la sera vorrebbe uscire, rientrare, fare tardi a una riunione di lavoro, senza chiedersi se tornerà a casa illesa. Senza drammi, ma con urgenza, non si tratta di puntare il dito contro un’Italia da cestinare ma di riconoscere che la paura ha un costo in termini di libertà, di partecipazione, di benessere fisico e mentale.  Se una donna su cinque sente che uscire la sera non è sicuro, stiamo alleggerendo la città della sua presenza mentre contermporaneamente priviamo lei della sua libertà.