Usare o non usare il trigger warning? La scienza ne parla (malissimo) ma c'è chi lo pretende
Il goal sociale è superare i traumi, non tenerli al calduccio: il dibattito social sull'uso del trigger warning, analizzato una volta per tutte e con l'aiuto della Scienza
Il dibattito sull’uso dei trigger warning (avvisi che anticipano contenuti potenzialmente disturbanti) è ultimamente diventato costante, ovviamente sui social. Nella discussione generale sul rapporto tra sensibilità individuale e libertà di espressione, viene sollevata una questione complessa: perché sui social si usano i trigger warning, se fuori dai social non ci sono avvisi che ti proteggono da violenze e hate speech? O ancora: quello che per qualcuno può essere un trigger, con la foto di un'ape da vicino, un bacio lesbico, una conversazione aperta sull'aborto, una bistecca, per altri può essere una rivendicazione.
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Perché naturalmente non tutte le persone si sentono triggerate dallo stesso contenuto. Quindi che si fa? Si mette un avviso prima di ogni contenuto?
Perché si usano i trigger warning?
Intanto la traduzione letterale di "trigger warning" è avvertimento di innesco o avviso di innesco. Trigger letteralmente significa "grilletto" o appunto "innesco" e, in senso figurato, rappresenta qualcosa che "innesca" una reazione emotiva o psicologica. Warning significa "avviso" o "allarme". Usare un'immagine con scritto "trigger warning" prima dell'eventuale video o foto o scriverlo nella caption di un contenuto, nasce dal desiderio di creare spazi più sicuri per chi potrebbe essere vulnerabile a determinati contenuti, in particolare persone che hanno subito traumi che quel contenuto risveglierebbe, parliamo per esempio di violenze sessuali, abusi in famiglia e discriminazioni.
È quindi una forma di protezione psicologica che creator e utenti adottano nei confronti di chi soffre di disturbi post-traumatici o di ansia perché per loro, vedere certi contenuti senza preavviso, potrebbe essere disagiante in modo particolarmente profondo. In sinstesi, un trigger warning offre alle persone la possibilità di scegliere se esporsi a certi argomenti o evitarli.
Ma ciò che può essere un trigger varia enormemente da persona a persona. Sopratutto oggi, che pare che tutte le persone abbiano traumi, neurodivergenze e disagi di sorta. Per esempio una persona può essere turbata da contenuti relativi alla violenza fisica o sessuale, mentre un’altra potrebbe reagire a una scena per altri innocua, come un’immagine di cibo, se collegata a un disturbo alimentare o se opposta a una scelta etica come il veganesimo o il vegetarianesimo. Per non parlare della folta schiera di persone omofobe che si sentono triggerate dalle fotografie dei Pride o di banali account di coppie lesbiche che fanno la spesa o viaggiano. O insetti. O inseguimenti delle forze dell'ordine. O bottoni. Si esatto: bottoni, si chiama "koumpounofobia".
censura contro libertà di espressione contro protezione dal trauma
Sui social capita spesso di leggere commenti di persone che chiedono a creator e utenti vari di avvalersi del trigger warning: "dovresti usare un trigger warning prima di parlare di questo tema". E capita che il/la creator risponda che nella vita non ci sono trigger warning a prepararti o che la scelta di non proteggere i suoi followers da contenuti potenzialmente disturbanti è una scelta politica. Infatti la teoria è che politicamente, l’uso dei trigger warning possa contribuire a creare divisioni tra chi li considera un progresso e chi li vede come una censura o una debolezza culturale.
Alcuni attivisti scelgono di oscurare termini o temi sensibili (anche a volte scrivendo numeri al posto di alcune lettere come “vi0lenza” o “4buso”) per diverse ragioni. La prima è ovviamente la protezione delle persone vulnerabili, vogliono ridurre al minimo l’esposizione involontaria di chi potrebbe essere turbato o turbata anche solo leggendo una parola chiave. Ma c'è anche una questione di algoritmo: le piattaforme come Instagram o TikTok possono penalizzare i post che contengono termini associati a contenuti politici, a contenuti ritenuti violenti o espliciti. Oscurare le parole evita che i post vengano rimossi o limitati.
Infine c'è la cultura del consenso: si intende dare alle persone la possibilità di scegliere attivamente se interagire con certi contenuti avvisandole per tempo.
la scienza ha scoperto che i trigger warning sono controproducenti per chi ha (davvero) traumi
Alcune persone sostengono che evitare temi difficili non prepara le persone a confrontarsi con la realtà, che spesso non offre filtri o avvisi.
Alcuni studi suggeriscono che i trigger warning non riducono il disagio emotivo anzi, in alcuni casi, possono aumentare l'anticipazione negativa: una meta-analisi pubblicata su Clinical Psychological Science spiega che i trigger warning non riducono le reazioni emotive negative e al contrario, tendono ad aumentare l'ansia anticipatoria prima dell'esposizione al contenuto sensibile. E una ricerca pubblicata sul Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry ha rilevato che i trigger warning possono aumentare la percezione di vulnerabilità emotiva, senza apportare benefici nella gestione del disagio. Anzi, peggiorandola.
E poi, quali sono i traumi da tenere in considerazione prima di pubblicare un post? Tutti? L'universalità è impossibile: tutto, davvero tutto, può essere un trigger, è impossibile prevedere e prevenire ogni reazione ed è un clamoroso non sense oscurare ogni singolo contenuto. Questo rende i trigger warning inevitabilmente limitati.
il problema della polarizzazione e delle bolle
I trigger warning possono alimentare il già pervasivo effetto “bolla”, rendendo le persone meno preparate a confrontarsi con altre bolle diverse della propria e, perché no, con la durezza del mondo reale. Le istituzioni, le persone e i media tradizionali infatti non si limitano, mentre l’uso di trigger warning sui social pare stia diventando obbligatorio per ogni cosa, quindi inutile anzi, una misura superficiale e di facciata.
Quindi? L’uso dei trigger warning e l’oscuramento di termini nasce da un intento positivo, ma richiede un equilibrio: in primo luogo, visto che gran parte dell'attivismo politico e dell'informazione passano dai social, è importante affrontare apertamente temi "difficili" anche se in modo rispettoso ed educare semmai le persone a gestire emozioni e traumi. Il goal sociale è che i traumi di chi è traumatizzato o traumatizzata vengano superati, non tenuti al calduccio come cuccioli e protetti dalle brutture.
Infine il dibattito sull'uso dei trigger warning sui social si schianta con il linguaggio e le immagini non filtrate diffuse da polizia, telegiornali, tribunali e istituzioni: ha senso proteggere i social media quando gli spazi pubblici e istituzionali non adottano gli stessi accorgimenti? La risposta come sempre non l'abbiamo: dipende dalla prospettiva politica, sociale e culturale di ciascuno, che però deve tenere presenti le ripercussioni dell'uso di questo strumento.