Ti si nota di più se non vai affatto: essere asociali è diventato cool, ma il rischio è di bucare la comunità
Nell'era dei social pure la solitudine è diventata un'estetica, ecco perché essere asociali è considerato "cool". Ma, attenzione, siamo già nell'epoca dell'ìsolamento travestito da ipercomunicazione: la comunità, invece, è partecipazione.
Abbiamo risolto l'arcano sollevato da Michele Apicella: "Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?". Il personaggio interpretato da Nanni Moretti nel film Ecce Bombo del 1978 riflette ironicamente sull'ansia di visibilità e sulla paura dell'irrilevanza. La battuta è diventata iconica nella cultura italiana e viene spesso citata per descrivere l'ambivalenza strategica tra il desiderio di partecipare e la tentazione di defilarsi, con lo scopo di farsi notare di più.
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Essera asociali è diventato "cool": un’indagine sul valore dell’assenza
C'è sempre stato qualcosa di cool nell’essere assente. Nell’evitare. Nell’uscire dal circuito del contatto continuo. È cool – nel senso contemporaneo del termine – non avere Instagram, non rispondere su WhatsApp, non postare nulla, è cool essere irreperibili. La domanda è: si tratta di una sincera forma di empowement o di una scelta di stile?
Viviamo immerse in un tempo dove ogni gesto, ogni pensiero, ogni singolo momento della vita è potenzialmente condivisibile come forma della propria presenza, della propria partecipazione e soprattutto del proprio coinvoglimento attivo nelle cose. “Se non lo posti non è successo davvero”, insomma. Ma al netto dei social, "esserci", significa far parte di una comunità precisa e ben identificata, che sia il circuito del padel oppure quello degli opening delle mostre più "cool", appunto. Eppure oggi sempre più persone – spesso giovani – rivendicano l’assenza come segno distintivo.
“Non ho social”, “ho tolto le spunte blu”, “ho disattivato tutto”, sono espressioni diventate quasi badge di identità per chi decide di foldare, non andare, non presenziare. Questa ritirata strategica ha le sue radici nell’eccesso. Più siamo stati esposti ed esposte, più è cresciuta la voglia di ritirarsi. E in un’epoca in cui la presenza è costantemente performativa, l’assenza è diventata una posizione estetica. In un mondo che urla, sussurrare è diventato radicale.
tutto può essere cool sotto alla giusta estetica
Dietro alla “coolness” dell’asocialità si cela qualcosa di più complesso. Forse è arrivato il momento di chiederci perché ogni scelta debba essere giustificata in termini di cool o uncool. Perché tutto ciò che facciamo deve essere inserito in una narrativa estetizzante, valutabile persino nei suoi rifiuti?
Non è forse anche questo un paradosso dell’era social: trasformare la scelta di non esserci in una nuova forma di presenza, più rarefatta, quindi più desiderabile? Negli ultimi anni abbiamo assistito a un calo netto delle interazioni sociali tra i giovani. La cosiddetta “Generazione Stay-at-Home” preferisce la solitudine strutturata alla socialità improvvisata. I numeri del Dipartimento della Salute statunitense parlano chiaro: secondo dati pubblicati nel 2023, i giovani tra i 15 e i 24 anni trascorrono circa il 70 per cento di tempo in meno con gli amici rispetto al 2003. E sono tre volte più inclini alla solitudine rispetto agli over 65. Certo, ci sono cause strutturali: inflazione, precarietà, chiusura di luoghi di aggregazione, periodo post pandemico, stress cronico. Ma a queste si aggiunge una narrazione dominante che ha trasformato la solitudine in una virtù: serate a casa con candele e skincare routine, "JOMO" (Joy of Missing Out), periodi detox fuori dai social, andare a letto presto, staccare tutto.
Non c'è nulla di male nel volersi prendere cura di sé. Anzi: è positivo che la cultura introspettiva stia guadagnando terreno in una società iperproduttiva. Ma la questione è: fino a che punto questa introspezione è autentica? E quando, invece, diventa una performance?
"Non mi vedi più nei posti, ma guarda come bene sto nel mio vuoto".
Essere asociali oggi è diventato uno statement, ma lo è anche per chi non può più permettersi la socialità. Non uscire non è solo una scelta estetica, è anche una necessità economica. Il costo di un’uscita serale è aumentato al punto da renderla un lusso per molti. Mentre i locali chiudono, il tempo libero si privatizza: tutto è vissuto nel domestico, nel contenuto a portata di click. La casa non è più rifugio, è palcoscenico, teatro di posa per i propri contenuti social. E lo “stare soli e sole” si trasforma in performance silenziosa.
Il rischio è evidente: glamourizzare l’asocialità potrebbe legittimare – e nascondere – una forma di rassegnazione collettiva. L’isolamento diventa digeribile solo quando viene impacchettato con stile. Non mi vedi più nei posti, ma guarda come sto bene nel mio vuoto. Eppure, essere (o fare gli) asociali – se non per indole, almeno per scelta politica – non è necessariamente negativo. In un mondo che ci impone la connessione perpetua, la vera rivoluzione potrebbe essere realmente quella di staccare tutto (tranne i canali dell'informazione, si spera). Tirarsi indietro non per paura o disagio, ma per riconquistare spazio mentale. In questo senso, la “asocialità” può essere un atto di autodifesa.
Ma anche qui bisogna fare attenzione: proteggere la propria pace interiore non dovrebbe significare smettere di esserci per gli altri. La socialità non è solo piacere o svago, è relazione, è responsabilità: è "comunità". Anche chi ha bisogno di silenzio deve ricordarsi che la propria assenza ha un peso sulle vite che lo circondano. E che l’equilibrio tra sé e gli altri non può essere raggiunto semplicemente fuggendo. Allora, è cool essere asociali? Dipende. È cool se significa difendere il proprio tempo da un mondo che lo fagocita. Ma è meno cool se diventa alibi per chiudersi, rifugiarsi, non partecipare più al patto sociale.
E, forse, la domanda da farsi non è neanche questa. Perché dobbiamo sempre decidere se qualcosa è cool o no? Perché ogni scelta, ogni gesto, ogni preferenza deve essere incasellata in un’estetica, in una postura da adottare o da giudicare?
Forse, l’unica vera libertà – oggi – sarebbe proprio questa: fare le cose senza doverle spiegare in termini di coolness, senza che ne vengano analizzate le implicazioni. Vivere senza badge, senza etichette. Essere soli e sole, se serve, va bene. Essere presenti, quando conta, è un atto di umanità. E smettere di dover rendere ogni gesto un posizionamento forse lo è pure. Lasciamo, almeno per un attimo, le etichette ai vestiti.