Il linguaggio tecnico da terapia ha trasformato le nostre conversazioni in (infinite) sedute di autoanalisi
Tutta colpa dei social e della normalizzazione di termini tecnico-scientifici.
Il "therapy speaking" sta rovinando le nostre amicizie e la nostra salute mentale.
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Narcisismo patologico, Adhd, traumi infantili e disturbi vari ed eventuali: il "therapy speaking", cioè il linguaggio che si usa in terapia, è entrato a gamba tesa nelle nostre conversazioni facendole somigliare, sempre di più, a infinite - e inconcludenti - sedute di autoanalisi.
Sempre più difficile distinguere una conversazione tra amici da una seduta
Un appuntamento andato male diventa un "pattern disfunzionale", una parola sgradita viene letta come "violazione dei confini" e qualsiasi essere umano che si comporta male è "di certo narcisista" (no, non lo è). Questo al netto dell'uso improvvido e quotidiano di termini come gaslighting, trigger, deficit, disturbo, trauma. Parliamo così da sole, da soli, e con la cerchia amicale quando siamo al bar, al telefono, al ristorante, mentre ci facciamo la skincare prima di dormire. Eccola la normalizzazione - e banalizzazione - del linguaggio tecnico terapeutico in sfere che non sono quella della terapia.
Il therapy speaking, cioè l’uso di termini presi dalla psicoterapia nei contesti più ordinari, è ormai ovunque.
E non per dare sempre la colpa ai social, ma in effetti è più diffuso che mai tra i reel su Instagram, nelle bio di Tinder, nei contenuti divulgativi o personali e dopo, solo dopo, arriva nei messaggi vocali di cinque minuti. A rendere virale questo linguaggio infatti non è stato il mondo accademico, ma i primi psico influencer. E però non è solo un lessico: è una modalità di percepire e raccontare se stessi, se stesse, e le relazioni.
Semplificando concetti clinici in pillole emotive da condividere e interiorizzare, TikTok e Instagram hanno trasformato la psicologia in trend. Frasi come "Non sono responsabile per come si sente quell'altra" o "Sto mettendo dei confini" non sono solo espressioni: sono simboli di un nuovo modo di posizionarsi nel mondo, a metà tra empowerment e perenne autoassoluzione.
se tutti sono neurodivergenti allora nessuno lo è davvero
D'altro canto non è raro che la terminologia terapeutica venga usata per riscrivere anche le narrazioni più semplici. Non si è più timidi o timide, ma neurodivergenti. Non si è più delusi, deluse, ma dysregulated. Non si è più in disaccordo, ma vittime di una dinamica tossica. Il risultato è un vocabolario emotivo sempre più tecnico, quindi sempre più piatto e allora sempre meno profondo.
Questa estetizzazione della psicoanalisi ha chiaramente il suo fascino perché trasforma la banalità in identità e il racconto di sé in quella forma di autoanalisi continua che domina le conversazioni.
Ma è anche una scorciatoia narrativa. Usare parole da terapia dà l’illusione di comprendere - sé stessi, gli altri, il mondo senza passare dal dubbio, dall’ascolto, dal confronto e forse anche dalla vera autoanalisi. E infatti in alcuni casi diventa solo un alibi per evitare di fare i conti con la propria responsabilità emotiva.
Come detto, si appiattisce ogni esperienza sull'asse della patologia: il therapy speak non può diventare una lingua franca relazionale che standardizza il modo in cui esprimiamo le nostre emozioni. Come se per essere legittime le emozioni dovessero passare da un filtro clinico, diversamente hai solo avuto a che fare con un tizio qualsiasi, cioè sei banale, la tua storia è banale.
il therapy speaking potrebbe devastare le nostre amicizie
Vale la pena sottolineare che usare le parole della terapia non equivale a fare terapia. Dietro ogni termine c’è un sistema complesso di significati, che presuppone contesto, formazione, esperienza e modalità. Quando quel linguaggio viene ridotto a slogan perde precisione e rischia di diventare controproducente anche per chi soffre davvero.
Allora intanto il primo effetto collaterale del therapy speak è un possibile danno alla salute mentale: quando tutto è trauma, niente lo è davvero. In secondo ordine, è grave che non ci accorgiamo che le nostre conversazioni non sono più conversazioni. Sono sfoghi travestiti da profondità in cui nessuno risponde davvero perché perfino l'amica psichiatra non è legittimata a parlare fuori dal contesto clinico.
È questo che sta facendo il therapy speaking alle nostre amicizie: le sta svuotando di dialogo, trasformandole in monologhi emotivi, spesso più performativi che autentici.
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