Le conversazioni sono diventate una gara a chi ha più traumi: ecco il "trauma dumping" che non aiuta nessuno (anzi)
La guarigione non passa dall’applauso.
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Parlare del trauma dumping è la prima cosa da fare quando si intende superare un trauma, neutralizzarlo e liberarsene. Ma, ovvio, se il trauma diventa un passepartout per essere al centro dell'attenzione o per giustificare comportamenti aggressivi o rifiutanti, il trauma va coccolato: e il trauma si coccola parlandone sempre, con chiunque, in qualsiasi momento.
Letteralmente, trauma dumping, significa "scaricare il trauma" ma non nelle sapienti mani di un/una terapista: sull'amica con cui stiamo prendendo un aperitivo, sui followers che si hanno sui social, sulla cassiera del supermercato. Insomma il dumping del trauma è il comportamento di riversare le proprie esperienze traumatiche, dolore o emozioni intense su altre persone, ignorando la loro disponibilità o capacità di gestire tali informazioni, specialmente quando le interazioni non sono in un contesto terapeutico o di supporto adeguato. Ed è un fenomeno reale, abbastanza diffuso e, per certi versi, sintomatico del nostro tempo.
parlare del trauma fuori dal contesto terapeutico significa coccolare il trauma
Significa riversare sull’altro – spesso un amico, un conoscente o perfino un pubblico online – i propri traumi, ansie e dolori senza alcuna misura, non significa avviare un dialogo terapeutico. È un travaso emotivo unilaterale. La questione è delicata, perché viviamo in un’epoca in cui la vulnerabilità è diventata, finalmente, qualcosa di nominabile. Ma se è vero che parlare del proprio dolore non è più un tabù, è anche vero che è diventata una pratica leggermente tossica.
Ogni conquista culturale porta con sé una distorsione possibile: quella di questa conquista è stata trasformare il trauma in qualcosa che assolve, caratterizza e distingue. Il trauma non è più una ferita da curare, ma un vessillo da esibire. Il rischio è evidente.
Quando il dolore diventa un marchio personale, una prova di autenticità o addirittura un elemento di status (“io ho sofferto, dunque esisto”), smette di essere qualcosa da comprendere e integrare. Diventa qualcosa da coltivare. Nasce così quella che potremmo chiamare la generazione del trauma coccolato: una generazione che, nel tentativo di prendersi cura delle proprie ferite (o almeno così dice) finisce per accarezzarle troppo e le tiene vive, altro che guarire.
piangere in favore di telecamera è un esercizio di potere
Questo atteggiamento è favorito da un ecosistema comunicativo che premia l’esposizione emotiva. Sui social, raccontare la propria sofferenza produce attenzione, empatia, visibilità. È una forma di capitale simbolico. E allora il confine tra autenticità e performatività diventa sottile: quanto del mio dolore condivido per guarire, e quanto per essere visto? Quanto sto davvero elaborando, e quanto sto semplicemente ribadendo la mia identità di persona ferita?
Ma il problema del trauma dumping non è solo etico – cioè il fatto di travolgere gli altri con il proprio dolore senza consenso – ma anche psicologico e culturale. Se il trauma diventa un linguaggio permanente, se la ferita è diventata una forma di connessione così forte da essere irrinunciabile, allora non impariamo più a uscire dal dolore, ma solo a comunicarlo. Ok, l’ascolto reciproco e la condivisione consapevole sono gesti preziosi, ma solo se rispettano i limiti dell’altro e il proprio desiderio di guarire.
Invece di piangere in favore di telecamera - o di mettere cuoricini a chi piange in favore di telecamera - forse dovremmo tutti e tutte riprendere il controllo del nostro benessere, rendendoci conto che questa modalità performata, invece di avvicinarci, è un esercizio di potere che allontana. La guarigione non passa dall’applauso.
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