Partorirai "senza" dolore: l'epidurale e quella paura di essere meno eroiche
Come uscirne? Non si deve necessariamente "partorire con dolore".
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Non è difficile trovare in giro, tra social e forum, contenuti che raccontano tutto lo stigma che c'è ancora attorno all'epidurale. Come questo: "Mia cugina ha partorito due giorni fa, quando ho ricevuto la notizia tramite messaggio da mia zia c'era scritto È stato un parto naturale, MA con epidurale. Anche mia madre mi ha fatta vergognare quando ho deciso che volevo l'epidurale, dicendomi che non potevo sapere cosa si prova a partorire naturalmente, nonostante il dolore".
Sì, in alcune culture e contesti sociali esiste uno stigma verso l'epidurale: anche se l'entità e la natura di questo blocco culturale possono variare a seconda del Paese, della cultura e delle credenze personali (o religiose), è interessante capire perché esiste ancora e come liberarsene. Non si deve necessariamente partorire con dolore.
ma prima, l'epidurale e la "truffa" del parto naturale
Ogni volta che si parla di partorire in modo naturale, il termine "naturale" è vago e impreciso. Vuol dire un parto "vaginale"? Vuol dire "vaginale e non medicato"? In casa? In acqua? Indipendentemente dalla definizione di "parto naturale", che cambia a seconda di chi ne parla, sicuramente non include i tagli cesarei e sicuramente l'anestesia epidurale non è compresa nell'idea di parto naturale.
Un'epidurale è un'anestesia locale che, se fatta bene, permette di non sentire alcun dolore in una specifica area del corpo (n questo caso la parte bassa della schiena), ma non inibisce totalmente la sensibilità dell'area, per cui si "sente" senza soffrire. L'epidurale viene spesso utilizzata insieme ad altri antidolorifici e medicinali durante la fase del travaglio e del parto: secondo l'American Pregnancy Association consente di riposare se il travaglio è lungo e faticoso, riduce il dolore rendendo il parto più piacevole e consentendo a chi la subisce di restare lucida e attiva anche in caso di parto cesareo. In Italia la procedura è entrata a far parte dei LEA, livelli essenziali di assistenza, nel 2015. Gli ultimi dati rispetto all'applicazione risalgono al 2018, quando solo il 20% delle partorienti ha scelto di servirsene. Il tema è che non era, e forse non lo è ancora, garantita. Le persone devono letteralmente pregare, a volte, per ottenere un'iniezione: mancano anestesisti e anestesiste che la possano praticare oppure lo staff medico e non medico è "contrario" e tenta di convincere la richiedente a "farne a meno".
quell'iniezione che spegne il dolore: influenze morali e religiose
Esiste quindi uno stigma verso l'epidurale, sia da parte di staff medici e infermieristici, sia da parte delle stesse donne. Un blocco culturale che spesso è alimentato da una combinazione di fattori sociali, culturali e soprattutto di disinformazione ma che indubbiamente nasce dall'idealizzazione del "parto naturale". Il mito del parto naturale come esperienza eroica quindi senza aiuti e senza anestesia è presente in molte culture: viene considerato una prova di forza, di eroismo e purtroppo di "vera femminilità".
Da questa prospettiva avvalersi dell'epidurale significa fallire sin dalle prime battute all'assolvimento del ruolo di madre, sacra e invincibile, evitando la sofferenza del parto che è vista ancora come catartica e quindi necessaria affinché l'esperienza della maternità sia "completa".
L'idea del dolore (fisico o emotivo) come "prova" di maturità o "rito di passaggio" per la crescita individuale si radica nelle tradizioni religiose, nei miti di ogni cultura, nelle fiabe e nelle più tipiche sceneggiature, fino alle tradizioni indigene dei popoli nativi americani. Il dolore come esperienza legata al parto è invece radicata nelle interpretazioni religiose citate in passaggi biblici come nella Genesi 3:16: Alla donna disse: "Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto". E allo stesso modo l'idea di sacrificio "materno" è presente nel quotidiano della narrazione del femminile fino all'estremo (se non si hanno figli si dice "la carriera è il mio bambino"). In alcune culture, la sofferenza durante il parto viene associata a un "sacrificio" naturale che ogni donna, quando diventa madre, deve fare per il proprio figlio. L'epidurale, in questo contesto, viene ovviamente considerata un modo per sottrarsi al proprio dovere e a una fase naturale.
le bugie di chi ha partorito prima: "quel dolore lo dimenticherai"
Molte volte, in un Paese privo di educazione sessuale e alle relazioni, sono le esperienze delle madri e delle nonne a fare da scuola. Spesso però, le madri e le nonne che hanno partorito senza anestesia sono le prime vittime dell'idealizzazione del parto naturale, minimizzando l'esperienza in generale (dalla gravidanza al parto stesso), diffondendo bugie come "quel dolore lo dimenticherai subito, quando abbraccerai il tuo bambino". Ma non è vero. Il risultato è la perpetuazione dell'idea di competizione generazionale implicita rispetto a come / quanto si è "brave" nelle pratiche della maternità e una pressione a non "fare di meno".
Alcune donne che scelgono l'epidurale possono sentirsi in colpa per non essere riuscite a "resistere" al dolore: un sentimento che può essere auto-imposto (perché si introietta la cultura della naturalità del sacrificio) o anche derivare da pressioni sociali esterne e dal confronto con altre madri che hanno "partorito meglio" (in modo naturale senza epidurale, soffrendo, senza cesareo, ecc.). Tutto ciò può alimentare, anzi, alimenta eccome un circolo vizioso di confronto sociale, soprattutto online o nei gruppi di supporto tra madri, che non fa altro che ingigantire la cultura del "parto eroico", impedendo alle donne di sottrarsi legittimamente al dolore come farebbe chiunque, in altri contesti.
E qui tocca parlare di pressioni social. Esiste un fenomeno amplificatissimo dai social, rispetto alle "mamme perfette": le piattaforme social e le comunità online promuovono spesso un'idea di "mamma perfetta" che fa scelte sempre "naturali", comprese quelle relative al parto, all'alimentazione e all'educazione. L'uso dell'epidurale potrebbe essere visto come una scelta "meno naturale" e quindi meno valida.
Ma non solo: nella totale disinformazione attorno alla maternità, quindi anche all'epidurale, rientrano storie o leggende metropolitane diffuse dalle generazioni precedenti: il rischio di paralisi, effetti collaterali duraturi o il fatto che "non sempre funziona". La paura degli effetti collaterali nasce dalla mancanza di informazione (e di informazioni chiare sui diritti riproduttivi) e porta le persone a temere che l'epidurale possa causare paralisi, danni ai nervi o complicazioni al bambino. Timori ovviamente esagerati, ma che vengono amplificati da racconti personali di familiari, amiche o fake news sui social media. In tal senso, esiste un tema di mancanza di comunicazione con il personale medico cioè l'ennesima manifestazione della violenza ostetrica. In alcune strutture sanitarie, il personale non spiega a sufficienza benefici, rischi o in generale cosa sia l'epidurale e sì: la mancanza di trasparenza contribuisce allo stigma.
Conclusione
Lo stigma verso l'epidurale è il risultato di una combinazione di fattori culturali, religiosi, economici e di disinformazione. Viene spesso associato alla visione idealizzata del "parto naturale" e alla pressione sociale verso la "maternità perfetta" ma è supportato dalla mancanza di educazione sessuale e ai diritti riproduttivi e dalla stessa ineguaglianza nell'accesso ai diritti riproduttivi e sanitari. Divulgare informazioni basate sull'evidenza scientifica dei benefici e dei (pochi) rischi dell'epidurale può certamente ridurre i pregiudizi ma occorre anche agire sul piano culturale, normalizzando il parto personalizzato: gli esseri umani hanno differenti soglie del dolore e il concetto di "parto ideale", oltre che non esistere, non dovrebbe certamente essere legato a quanto è doloroso. La cultura della libertà di scelta è allora essenziale: chiedere l'epidurale dovrebbe essere vista come un'opzione medica legittima e personale, non come uno strumento per misurare la forza, il coraggio o la capacità di essere madri.
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