Sogni di carta e mappe di pensieri: il Journaling è il trend di scrivere (e collezionare biglietti) per capirsi
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Il journaling è una cosa antichissima con un nome nuovissimo. In pratica è scrivere per capirsi e per dare un senso, con calma, a un flusso caotico e inarrestabile di pensieri. In pratica è un modo per fare ordine utilizzando quaderni e diari, che diventeranno contenitori di parole scritte, bigliettini e note raccolte nell'arco della giornata.
Nel journaling non c’è assolutamente niente di mistico ma nei fatti fa da collegamento tra la parte conscia e quella inconscia: c’è un quaderno, c'è l’odore della carta e ci sono infilate di pensieri scritti di getto, anche con la grafia irregolare e nervosa di chi tanto sa che quel contenuto non lo leggerà nessun altro. Il journaling infatti non è esteticamente predisposto alla condivisione, è semmai l'attrito tra pensiero e parola.
Cos’è davvero il journaling e perché non è un diario
Fare journaling, scegliendo un orario più o meno fisso al giorno, o un giorno della settimana, o sfruttando le vibes quando arrivano, significa usare la scrittura come strumento cognitivo. Quando scriviamo il nostro pensiero rallenta quel poco che basta a ordinarsi in un filo logico, così da diventare "osservabile" e dunque base per capirsi.
La mano infatti non può materialmente andare alla velocità dell’ansia. Ed ecco perché la struttura del journaling impone delicatamente e impercettibilmente una scelta: cosa scrivere, cosa no, selezionando cosa conta o cosa in quell'istante sembra più importante del resto.
Le tecniche utili a trasformare un flusso indistinto in qualcosa che abbia contorni sono molte: spopola quella delle "morning pages". Le ha rese popolari da The Artist’s Way, un manuale di mindfulness pubblicato nei primi anni Novanta arrivato alla centesima ristampa. Le "morning pages" prevedono tre pagine scritte non appena ci si sveglia senza filtri mentre lo si fa e senza revisione subito dopo averlo fatto. L’obiettivo è liberare spazio nel cervello, intasato dai primi pensieri che al mattino ci intossicano.
È una forma, pare funzionante, di igiene mentale: togliere il rumore di fondo prima che inizi la giornata. C'è pure il journaling classico che è più semplice da un lato e più difficile dall'altro perchè punta all'analisi di cosa è successo e di cosa si è provato. Per esempio "ho litigato" è un fatto, ma "mi sono sentita ignorata/o e questo mi ha ricordato x…" è un’informazione su come si sta.
Gratitude, junk o shadow work: le tecniche di journaling
Il gratitude journaling consiste nella scrittura di "tre cose per cui essere grate o grati, non è autoaiuto anche se lo sembra ma più un allenamento dell’attenzione. Il cervello, lo sappiamo, è programmato per individuare minacce e questo esercizio lo costringe a registrare anche ciò che non lo è.
Il bullet journal, creato dal designer di prodotti digitali Ryder Carroll (lavora con Adidas, American Express, IBM) è il metodo che mescola la buona pratica del journaling con l'estetica dei social: nel suo modello di journaling infatti la grafia è perfetta, non mancano simboli personalizzati e frasi evidenziata in modo ordinatro. Funziona bene - sembra - per chi ha una personalità compulsiva e il relativo bisogno di struttura e controllo visivo.
Il rischio però, di avvalersi di questa tecnica, ci sembra evidente: trasformare uno strumento di chiarezza, funzionale all'ascolto del proprio flusso ininterrotto di pensieri, in un progetto estetico ordinatissimo che richiede più lentezza e attenzione che autocoscienza. Più decorazione in pratica, che riflessione.
Poi c’è il junk journaling, ne abbiamno parlato qui, che consiste in collage, pezzi di giornale strappati, biglietti del tram incollati accanto a una frase. È una risposta fisica all’iper-digitale e una resistenza analogica a un mondo fatto di schermi. Infine lo shadow work journaling, ispirato alla psicologia junghiana: scrivere ciò che emerge dalle parti meno presentabili di sé. Gelosia, invidia, desideri contraddittori, oscurità in un esercizio di onestà verso sé stessi o sé stesse con lo scopo di diventare più consapevoli.
a cosa serve scrivere di sé, per sé e a sé
Sul piano scientifico ci vengono incontro gli studi dello psicologo sociale James Pennebaker che ha voluto approfondire l'expressive writing, cioè la scrittura delle esperienze. Le sue ricerche mostrano che scrivere per 15 o 20 minuti al giorno delle proprie esperienze emotivamente più intense può avere effetti misurabili su stress e benessere. Il punto chiaramente non è la confessione ma la creazione di una narrazione coerente per assecondare - e agevolare - il cervello che preferisce una storia (anche se brutta o imperfetta) al caos.
Gli scopi principali infatti sono la regolazione emotiva, la chiarezza nelle decisioni che occorre prendere e la conoscenza e costruzione della propria identità.
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