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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

La maledizione dei corpi grassi e il "Chubby filter" che serve ad addomesticarci

La maledizione dei corpi grassi e il Chubby filter che serve ad addomesticarci
Un filtro social che ci mostra come saremmo se fossimo "grasse": è il chubby filter, al centro delle polemiche per quello che significa e innesca in noi. 
Ne parliamo con Giulia Paganelli, scrittrice e militante nota come Evastaizitta.
di Eugenia Nicolosi

Il chubby filter è come un nuovo volto per una vergogna antica: è un filtro social che “trasforma” i corpi magri in corpi grassi per scatenare risate o raccogliere like. L'ennesimo sintomo di una cultura ossessionata dal controllo estetico, che sotto la patina dell’intrattenimento continua a rafforzare la grassofobia perché -  come denuncia l'autrice e attivista Giulia Paganelli - non è "solo" un filtro: è un dispositivo di potere.

"Accettare e amare il proprio corpo non ha niente a che vedere con il proprio fisico"

come saresti con 30 kg in più: il chubby filter che trasforma i corpi 

C’è un filtro su TikTok — chiamato “Chubby Filter” dove Chubby significa paffuto, paffutache ci mostra come saremmo con parecchi chili in più. Lo si attiva e in pochi secondi il proprio viso si allarga, le guance si fanno tonde, il mento si moltiplica, le forme del corpo cambiano, si espandono fino a diventare grottesche. E il tema è proprio questo: l'elemento grottesco. 

Perché in un’epoca che si riempie la bocca di body positivity e lotta alla grassofobia, un filtro che trasforma il corpo in "ciò da cui fuggire" e lo fa con l’autorità subdola dell’intelligenza artificiale torna a esercitare pressione. L’equazione è semplice, vecchia quanto il cucco: più peso = meno valore. E chi somiglia alla versione “grassa” del filtro non può che essere, implicitamente, il “prima” di un percorso di redenzione, tra palestre e diete. Un corpo da correggere. Un’anomalia da punire. Qualcosa da accompagnare a caption come "ecco perché vado in palestra".

E infatti, il Chubby Filter che trasforma corpi magri in corpi grassi ottiene due reazioni standard. La prima è scatenata dalla visione grottesca ed è scherzaiola, satirica: "chi usa il filtro ride di ciò che diventa  - commenta Giulia Paganelli, antropologa e scrittrice (Maleficae, Einaudi o anche Corpi Ribelli, Sperling & Kupfer) nota sui social come @evastaizitta - La seconda reazione è di disgusto: un disgusto che innesca paura, che incide sull’acuirsi del controllo sul nostro corpo".

giulia paganelli: i filtri social sono dispositivi culturali, non "giochi"

I filtri non sono giochi o semplici questioni estetiche: "essendo dispositivi culturali, sono anche operazioni di significato. Perché i nostri corpi vivono all’interno di un sistema creato per controllarli, per omologarli e renderli il più possibile docili dove per 'docili' intendiamo triggerabili, cioè facilmente sollecitabili per mantenerli all’interno di uno schema controllante".
Giulia Paganelli
Giulia Paganelli 
In che senso: "Il corpo magro è la norma? Ok. Quella norma va sollecitata, innescata, mantenuta alta a livello attentivo. Il corpo deve essere uno. Non appena gli altri — quelli che deviano — prendono piede e diventano alternative valide, abbiamo un problema. Perché avere una norma permette di mantenere una struttura di potere che governa i corpi mentre tante norme generano dubbi anzi, mettono proprio in crisi la struttura. Il Chubby Filter è uno dei tanti modi in cui si manifesta questa dinamica di mantenimento".

"si fa presto a rubare contenuti mentre la lotta alla grassofobia è ferma"

Non meno importante, da dove nasce la sensazione di repulsione mista a disgusto e paura nel vedersi trasformate dal Chubby filter? La paura si innesca in relazione al corpo "come produzione sociale - continua Paganelli - all’interno di una società, il corpo che indossiamo ci posiziona in un punto preciso della scala sociale. E su questa scala il corpo grasso sta in basso. Quando indossiamo il filtro, sentiamo un decadimento dello status. Perché le persone grasse sono lette come pigre, poco curate, non performanti".

Ancora? Sì: "Non stiamo combattendo la grassofobia: la usiamo come maschera per sentirci parte della lotta e poi la lasciamo alle poche che davvero combattono - denuncia la scrittrice e attivista - A meno che non si debbano scrivere articoli: allora rubiamo i post delle attiviste. Ma questo non è far parte della lotta, tanto è vero che è quella che più viene dimenticata, messa in crisi, persino in dubbio".

Dimenticata dalle stesse compagne: "Molti dei corpi che passano dal processo di autodeterminazione rivendicano il diritto di mostrarsi. E a meno che non si abbia consapevolezza di cosa significa avere un corpo discriminato, nel mostrare il proprio corpo performante si andrà a reiterare — anche in buona fede — quegli stereotipi e quegli schemi di potere".

la cultura dell'apparenza: il filtro che non fa ridere, fa paura (di proposito)

Il Chubby Filter non nasce dal nulla. È figlio di una cultura dell’apparenza che celebra la magrezza come sinonimo di successo, controllo, disciplina. Un corpo magro è un corpo moralmente superiore. Un corpo grasso, al contrario, è colpevole: pigro, goloso, imperfetto. Non importa che si parli di salute. L’alimentazione smette di essere nutrizione e diventa, semmai, redenzione. Lo sport non è più movimento ma penitenza, strumento. In questo contesto, un filtro che ti mostra “grassa” diventa strumento pedagogico per la paura: se non ti controlli, diventi così.

Un filtro, dunque, che non si limita a “mostrare” un altro corpo: lo giudica. E nel farlo, si fa specchio di una società ancora troppo inadeguata a parlare di corpi diversi — e felici.

TikTok ha comunque rimosso il filtro. Ma non basta. Se un filtro ci fa paura perché ci ingrassa, forse non è il filtro a doverci inquietare, ma la nostra ossessione a non voler vedere la realtà della moltitudine di corpi che esistono — anche senza la validazione estetica di chi va in palestra. Il paradosso è che oggi, mentre vengono vietati ai minori i filtri che rimpiccioliscono nasi e levigano le pelle, passa inosservato — o quasi — un filtro che, semplicemente, ti rende il bersaglio di uno scherzo. Ma c’è poco da ridere, in effetti, se consideriamo che quasi il 50 per cento dei giovani, secondo il progetto SatisFACE, modifica regolarmente le proprie immagini prima di pubblicarle per paura del giudizio. O se ricordiamo che l’insoddisfazione corporea è oggi una delle cause principali di disagio psicologico.