Il fascino tossico del capobranco: la cultura del Malessere che spopola tra le giovanissime
Crediamo che non sia tempo di fermarsi a "raccontare" lo slang dei social ma di problematizzare il contesto in cui nasce.
L'amore delle giovani per il "malessere" è un sintomo grave, di altrettanto gravi condizioni sociali
C'è stato un momento in cui andava bene prendere atto di una figura che popola i racconti delle adolescenti, le bacheche social, i video di TikTok e i dialoghi dei corridoi scolastici: il Malessere.
E non il "bello & dannato" che pure aveva i suoi problemi, ma proprio il ragazzo problematico, possessivo, con agganci nella malavita e che non va più a scuola, che rientra nell'estetica del maranza, sfoggiando con orgoglio la mise da custodia cautelare domiciliare per uscire: tuta, pantofole di gomma con le calze, sguardo spento e sfrontato.
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Il malessere si è staccato da tutto: dalla scuola, dalle regole, spesso anche da una progettualità che vada oltre il presente. Lavora, lavoricchia, ma non studia e non ha ambizioni in senso classico. Eppure, questo ragazzo, è l’oggetto del desiderio di tante giovanissime. Perché? Dietro alla preoccupante leggerezza con cui il fenomeno viene trattato - tra meme e battute - c'è un disagio culturale che andrebbe invece osservato con attenzione.
La cultura del malessere non è una moda estetica: è un sintomo.
È lo specchio di un’epoca in cui l’ascensore sociale sembra irrimediabilmente guasto e dove l’ambizione personale si confonde anzi si traduce con il bisogno di essere scelta da qualcuno che abbia già un lavoro, qualche soldo in tasca per lo smartphone nuovo e il sushi, e una postura da capobranco. In questo racconto distorto, emanciparsi non è più sexy anzi non è previsto. Studiare non è più considerato un atto di forza, ma quasi una perdita di tempo.
Il ragazzo che si laurea, quello sportivo, quello che non ha l'atteggiamento da galeotto, sono invisibili: bacchettoni che non frequentano la strada e che di conseguenza non hanno potere e non conoscono le cose della vita. Quello che molla la scuola per fare i soldi viene invece percepito come virile, sicuro, un buon partner. E se ti sceglie, allora vali.
Ma in base a cosa? In base al fatto che per molte ragazze giovani, l'emancipazione corrisponde alla maternità e all'abbandono della casa di famiglia. Le "baby gravidanze" spesso non sono errori ma desideri che si esaudiscono: per molte ragazzine rimanere incinte significa diventare adulte, nella confusione del ruolo materno con l'essere adulta, e compagna di qualcuno. Questo qualcuno è appunto il malessere: un giovane che non studia ma lavora per consentire alla giovane compagna di stare a casa. Il problema è che il malessere, tra scatti d’ira, gelosia tossica ma normalizzata e controllo continuo, è pronto a passare alla prossima (del resto parliamo di ragazzini che si comportano da uomini ma hanno 17, 20 anni).
Questo, secondo noi, rientra nella capacità di romanticizzare un disagio che, in fondo, è violenza strutturata e strutturale. Questa cultura rappresenta una crepa nel lungo cammino dell’emancipazione femminile, ma anche maschile, abbondantemente documentata. Perché se da un lato c'è una generazione di ragazze che si ritrovano ad idealizzare una figura che le tratta come proprietà, dall’altro c’è un’intera fetta di giovani maschi a cui viene detto - implicitamente - che possono continuare a inseguire il mito di Gomorra, la serie tv che racconta le spietate dinamiche della criminalità organizzata. E no: ovviamente non è colpa di una serie tv, né di film o romanzi e saggi, se in alcune fasce della popolazione vengono romanticizzati e idealizzati stili di vita criminali: è dell'assenza delle istituzioni.
serve un contro racconto per le giovani e i giovani
Non è un caso se tutto questo avviene in un contesto sociale in cui le promesse sono crollate e non ci crede più nessuno: comprare casa è un sogno irraggiungibile, i contratti sono precari, i titoli di studio non garantiscono più nulla. E allora, romanticizzare il malandrino di quartiere diventa quasi una strategia per alleggerire il peso della disillusione: tanto vale sognare che ti venga a salvare chi si è già tirato fuori dal sistema, o almeno così sembra. Ma attenzione: tutto questo non è ribellione. È resa. È conformarsi a un modello culturale che ci vuole divisi, impoveriti, educati al disincanto. È accettare che la scuola non serva, che l’amore sia possesso, che il rispetto sia debolezza. È un’illusione tossica che spinge le nuove generazioni a costruirsi un’identità sull’esclusione: esclusione dalla cultura, dall’empatia, dalla speranza. Serve un contro-racconto, ecco cosa devono fare le istituzioni a cominciare dalla scuola. Serve dire alle ragazze che non devono aspettare nessuno per essere salve. E dire ai ragazzi che andare fieri di essere indagati a piede libero è davvero un modo storto per stare al mondo.