Essere o non essere perfezionisti? La teoria del "buono abbastanza"
Cosa è la filosofia del buono abbastanza e perché forse è il caso di tornare ad abbracciarla?
Per abbracciare la teoria dell'abbastanza buono occorre prima registrare che viviamo in una cultura orientata alla performance e in cui si sente costantemente l'obbligo a essere riconosciute o riconosciuti (su qualunque piano: lavoro, attivismo, vita sociale o privata, social). Quindi che si cerca di ottenere la perfezione da sé e da quello che si fa. Ma se, come sembra, siamo tutte e tutti dentro la ruota del criceto, c'è qualcun altro che trae vantaggio da questo ordine sociale e dal clima così competitivo. E di certo non siamo noi (anzi: la nostra salute mentale va a gambe all'aria).
C'è vita oltre il lavoro: Maura Gancitano
Parlando della dilagante e tossica mania di perfezionismo si parla della ricerca dell’impeccabilità. Può manifestarsi in modo positivo ma più spesso spinge le persone a stabilire standard troppo elevati che non tengono conto dei propri limiti - anche di risorse mentali - e a lavorare troppo sodo per un riconoscimento che in fin dei conti è minimo, che l'indomani viene dimenticato e che non è bastevole a garantire la pace. L'indomani, insomma, tocca ricominciare. Infatti spesso induce le persone a perseguire obiettivi irraggiungibili o a perdere tempo concentrandosi su dettagli poco importanti, spesso essendo anche eccessivamente critiche. Questa forma negativa di perfezionismo è intrinsecamente problematica e inoltre è anche associata a vari problemi di salute mentale, come stress, ansia e depressione.
Inoltre, in molti casi, un problema generale del perfezionismo è che può servire come scusa che ci diamo per procrastinare e ritardare il momento in cui dobbiamo agire e rischiare il fallimento. Soluzioni? Certo: lasciare andare il perfezionismo e accettare invece il principio di "abbastanza buono" per evitare il burnout.
il principio di "abbastanza buono" è perfino antico
In informatica esiste il principio del "buono abbastanza": c'è una regola nella progettazione di software e sistemi che indica che i consumatori utilizzeranno prodotti sufficientemente buoni per le loro esigenze, nonostante la disponibilità di tecnologie più avanzate. Il che ci rimanda direttamente all'aforisma secondo cui "la perfezione è nemica del bene": nel senso che l'insistenza nella ricerca della perfezione spesso impedisce l'implementazione di buoni e reali miglioramenti. Raggiungere la perfezione assoluta può essere impossibile, anzi lo è, per questo la lotta per la perfezione ostacola l'apprezzamento o l'esecuzione stessa di qualcosa che è imperfetto ma pur sempre di valore o pur sempre funzionante. Nel mondo anglosassone l'aforisma è comunemente attribuito a Voltaire, che citò un proverbio italiano nelle sue Questions sur l'Encyclopédie del 1770: "Il meglio è l'inimico del bene". Ancora prima, nel 1726, nei suoi Pensées, Montesquieu scriveva "Le mieux est le mortel ennemi du bien" (Il migliore è il nemico mortale del bene).
Ecco: il principio del "buono abbastanza" suggerisce di identificare il punto oltre il quale smettere di investire risorse li dove non miglioreranno il "prodotto" in modo significativo. In sostanza, significa abbracciare l'idea che abbastanza buono è effettivamente abbastanza buono invece di sprecare risorse preziose, come tempo, denaro e impegno, riversandole in circostanze che non subiranno una chissà quale differenza. Per chi scrive, per esempio: rivedere un articolo abbracciando la filosofia del buono abbastanza significa comprendere, con lucidità, che a un certo punto non ha più senso rivederlo ancora e ancora. Sarebbe uno spreco di tempo perché le eventuali migliorie sarebbero irrisorie e non varrebbe la pena di sprecare tempo ed energie. Ma il principio del “buono abbastanza” può essere utile in diverse situazioni, in particolare quando si tratta di aumentare la produttività personale. Quindi davvero vale la pena comprenderlo.
keep calm and "è abbastanza buono"
Lo scrittore che ha insegnato anche a Princeton Avram Alpert ha scritto un libro sulla questione: si intitola The good-enough life e analizza il modo in cui la nostra ossessione per la gloria e il riconoscimento si traduca in "stress e ansia, danni alle nostre relazioni, diffusa disuguaglianza politica ed economica e distruzione del mondo naturale", si legge in quarta di copertina. Descrive come andare oltre la cultura dell'urgenza per creare una società in cui tutti prosperano. Secondo Alpert, competendo meno tra loro, le persone possono trovare un significato e uno scopo rinnovati, soddisfare i propri autentici bisogni materiali ed emotivi e iniziare a condurre una vita più piacevole. Alpert però non fa false promesse utopistiche.
La vita non potrà mai essere più che soddisfacente perché, intanto, ci saranno sempre incidenti e tragedie al di fuori del nostro controllo. Ma questo secondo l'autore è un altro motivo per cui dobbiamo smettere di dividere il mondo in vincitori e perdenti e garantire che ci siano pari diritti e pari dignità per tutti. Chiaramente il suo è un testo visionario e provocatorio, che però è stato dichiarato libro dell'anno del 2022 dai critici del Financial Times. Perché forse l'accettazione dei nostri limiti può portare a una vita più appagante e davvero a una società più armoniosa.
E infatti moltissimi filosofi del passato hanno ragionato sul concetto di "migliore". La “cosa migliore” per alcune scuole di pensiero non è l'impegno infinito, ma piuttosto imparare ciò per cui si può e per cosa non si può lottare. Nel suo Manuale, ad esempio, lo stoico Epitteto sosteneva che la nostra completa felicità non sarebbe arrivata cercando di cambiare le cose, ma imparando cosa è in nostro potere e cosa no. In nostro potere sono, effettivamente, i nostri modi di pensare. Al di fuori di esso c'è praticamente tutto il resto, compresi i nostri corpi. Se potessimo preoccuparci solo del primo, allora “Nessuno ti farà del male e non avrai nemici”. Ma Epitteto, come Aristotele, ci ricorda che in realtà è improbabile raggiungere l’atarassia (un perfetto stato di calma stoica, tutti e tutti contemporaneamente).
decidere per cosa lottare e per cosa no (e salvaguardare la salute mentale)
Aristotele però ci dice di lottare per l'immortalità, mentre Epitteto ci dice di diventare perfettamente calmi con la nostra mortalità. Eppure, nonostante le differenze, entrambi ci invitano a perfezionarci e anche a sapere che falliremo. Il contenuto è diverso, ma la forma è la stessa. Si può imparare molto dai filosofi perfezionisti, ma tenendo presente che non avrebbero mai potuto immaginare la realtà nella quale viviamo oggi. Oggi si tratta di abbracciare l’inevitabile, ovvero l’imperfezione, senza per questo cadere in un pessimismo disfattista. Invece di immaginare una soluzione perfetta e poi consolarci del fatto che non siamo fatti per raggiungerla, perché non filosofare su ciò che possiamo effettivamente fare? Possiamo essere migliori, ma mai perfetti o perfette. E possiamo venire a patti con i nostri limiti. Del resto la nostra imperfezione ci garantisce una logica di uguaglianza: nessuno ha sempre ragione e tutti hanno qualcosa da offrire. L'etica del “buono abbastanza” tende quindi all’inclusione, volendo.
sport, lavoro, libri: in che senso "abbastanza buono"?
Farebbero comodo alcuni esempi di situazioni in cui il concetto di “abbastanza buono” guida le persone perché escano dal tunnel della tossicità. Ma non ci sono. C'è il fatto che "abbastanza buono" è la definizione di "sufficiente per lo scopo". Attuare questo principio non significa svolgere un lavoro di bassa qualità, ma identificare con precisione cosa significa "abbastanza buono" nelle diverse circostanze e in base ai risultati che si spera di ottenere. Ciò chiaramente varierà a seconda della persona e degli scenari e in alcuni casi lo standard di "abbastanza buono" si rivela comunque altissimo sebbene mai "perfetto".
Nel complesso, la chiave per implementare il principio è identificare qual è il proprio punto di soddisfazione e poi fermarsi lì, senza appunto alzare lo standard senza motivo. Una regola potrebbe essere quella dell'80/20. Questa regola afferma che circa il 20 per cento del lavoro svolto sarà responsabile dell'80 per cento dei risultati, il che significa che più lavoro si dedica a qualcosa oltre un certo punto, minore sarà il ritorno che otterrai dall'investimento (mentale, fisico, emotivo). Il rapporto su cui si basa quindi è quello di costi/benefici: allora diventa abbastanza chiaro come funziona, ovvero che il lavoro aggiuntivo non porta a benefici sufficienti per valerne la pena.