C'è un motivo per cui si esplode con chi si ritiene "famiglia": il contesto sociale non concede errori
In psicologia si parla di esplosione dell'ego: ogni volta che inibiamo un impulso stiamo consumando parti di una risorsa limitata che poi dovrà sfogarsi quando le difese si abbassano e l'autocontrollo pure
Condividi su
Il fatto che le esplosioni emotive si concentrino nelle relazioni più intime e non, piuttosto, con chi è reale causa di arrabbiature e insoddisfazioni, non è soltanto un dato psicologico individuale, ma un sintomo di un sistema sociale più ampio che non ci concede spazi di imperfezione, fragilità o fallimento.
In psicologia si parla di "ego depletion", letteralmente "esaurumento dell'ego", per descrivere un fenomeno diffusissimo legato al fatto che l’autocontrollo è una risorsa. Ogni volta che regoliamo un’emozione, inibiamo un impulso o ci adeguiamo a un contesto sociale, stiamo consumando parti di quella - limitata - risorsa energetica.
Questo concetto è stato studiato da Roy Baumeister, psicologo sociale noto per i suoi studi su sé stessi, rifiuto sociale, appartenenza, sessualità e differenze di genere, autocontrollo, autostima, comportamenti autolesionisti, motivazione, aggressività, coscienza e libero arbitrio. Nelle sue ricerche ha mostrato come la capacità umana di mantenere la calma, di essere pazienti, empatici/empatiche non sia infinita e che cosa succede quando si arriva a fine giornata.
Perché è a fine giornata che avviene il momento di "restituzione", dopo che mettiamo in atto continui sforzi di autoregolazione: sopprimiamo reazioni, rispondiamo in modo educato quando vorremmo dire altro, adattiamo il nostro tono, moduliamo espressioni, ci tratteniamo. Lo facciamo in contesti lavorativi, sociali, pubblici in una forma di esercizio prolungato che incide sul nostro equilibrio emotivo. Allora a fine giornata, quando il contesto cambia e ci troviamo in un ambiente percepito come psicologicamente sicuro, le difese si abbassano.
È qui che entra in gioco un altro principio chiave: la teoria della sicurezza emotiva. Secondo questo approccio, tendiamo a esprimere le emozioni represse proprio negli spazi dove ci sentiamo più protetti: nelle relazioni intime, nei luoghi familiari, con le persone con cui sentiamo un legame. È un meccanismo paradossale ma coerente: siamo talmente certe, certi, di quel legame che non temiamo possa rompersi quando abbassiamo il controllo. Non si tratta di incoerenza morale né di scelte consapevoli: è che la vulnerabilità trova spazio solo dove percepiamo la possibilità di essere accolti, accolte, anche nella nostra parte meno lucida.
La causa non può essere individuale, ma in un sistema che premia l’efficienza
La perdita di pazienza con chi ci è vicino o l’irritazione che esplode senza motivo apparente non sono anomalie ma segnali di un sovraccarico emotivo che non ha trovato valvole di sfogo nel tempo e nel luogo in cui si è generato. Presumibilmente lì dove si è trascsorso il pezzo precedente della giornata.
È, semmai, una manifestazione indiretta di stanchezza interiore e di un bisogno relazionale inespresso. La risposta non sta nel singolo individuo, ma in un sistema sociale che premia l’efficienza e punisce la fragilità. In un contesto che ha normalizzato la performatività, anche quella emotiva, la gentilezza diventa un obbligo, la positività una strategia professionale, il sorriso un protocollo. La società in cui viviamo (iper-produttiva, competitiva, orientata al risultato e non al benessere) non prevede margini di errore né tollera le crepe dell’umanità.
Il dissenso emotivo, il disordine interno, la rabbia, l'autodeterminazione non hanno diritto di cittadinanza negli spazi pubblici e professionali. Così, impariamo a reprimere. Giorno dopo giorno, filtriamo, dosiamo, modifichiamo ogni nostra reazione per adeguarci a un ideale di persona equilibrata e performante che non si arrabbia mai e che non è mai stanca ma nulla di tutto ciò è naturale e infatti esplodiamo (altrove). È un adattamento forzato, una maschera che serve a proteggere la nostra posizione sociale. Il prezzo lo paghiamo quando torniamo nei luoghi dove finalmente possiamo abbassare la guardia.
guai a trasformare ogni conversazione in una "gara del trauma"
E non è un caso che questo avvenga proprio all’interno di spazi che chiamiamo famiglia, non solo in senso biologico, ma in senso relazionale: partner, cerchia amicale stretta, fratelli e sorelle, genitori. Il sistema ci ha educate ed educati a tenere in piedi il teatro fuori, lasciando che il caos del dietro le quinte rimanga nascosto. E proprio chi ci vuole bene finisce per vedere le parti che il mondo ci impedisce di mostrare.
Ma qui sta il cortocircuito: il sistema ci impone autocontrollo e poi ci colpevolizza quando crolliamo. Perché non vedendo la dinamica siamo i primi, le prime, a non accettare le microesplosioni delle persone che amiamo. E loro non accolgono le nostre. È una trappola emotiva perché alla fine non ci è concesso essere umani fino in fondo in nessuno dei due spazi. La soluzione chiaramente non è fingere ancora di più, né gestire meglio le emozioni o peggio, imporle, secondo la logica del self-help neoliberale.
La risposta, piuttosto, sta nel riconoscere che la fragilità non è un fallimento personale, ma una conseguenza strutturale. E allo stesso tempo nell’imparare a costruire relazioni che ci permettano di esprimerci senza ferire, né subire ferite, e di crollare (senza distruggere).
Condividi su