“I canoni di bellezza non li vogliamo”: distruggiamo la grassofobia insieme a Dalila Bagnuli
Nel suo esordio letterario, “Anti Manuale della Bellezza” (Edizioni Sonda), Dalila Bagnuli racconta il suo percorso di consapevolezza, invitandoci a percorrerlo a nostra volta.
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Anti Manuale della Bellezza, edito Edizioni Sonda (2023) per la collana #nonilsolitolibro, è una sorta di “diario di istruzioni” su come affrontare le sfide che la società patriarcale impone ai nostri corpi, e come imparare a riconoscere le problematicità del quotidiano per poterci riflettere sopra e, lo si auspica, combatterle. L’autrice è Dalila Bagnuli (@dalila.bagnuli), femminista intersezionale che online, più che attivista, si definisce divulgatrice. Insieme, abbiamo discusso di pressioni estetiche, grassofobia interiorizzata e come fuggire dagli slogan vuoti per abbracciare una nuova, e reale, filosofia dei corpi.
Come è stato affrontare il tuo percorso di consapevolezza condividendolo direttamente sui social?
È stato difficile. Io sono una persona molto riservata; anche se le persone che mi seguono sui social hanno l’impressione di saperne molto, della mia vita privata non sanno nulla. È stato faticoso mettere su pubblica piazza pensieri nascosti e intimi sul mio corpo, ma anche liberatorio e necessario. Certo, quando arriva quella persona che commenta un post che hai scritto in un momento di fragilità, criticando il tuo corpo e senza capire nulla di ciò che hai detto, è difficile; le persone non hanno avuto cura, e tatto, nel reagire a certi miei contenuti. Allo stesso tempo, però, ho centinaia di ragazze che mi raccontano la loro storia: secondo me il gioco vale la candela.
Perché scrivere un libro?
Mi è venuto in mente durante il lockdown, quando ho cominciato a pubblicare online dei quadernini digitali gratuiti; come creator, offrivo alla mia community un contenuto gratuito su richiesta, degli schemini universitari sui concetti base sul femminismo e del movimento della lotta sui corpi. Sono piaciuti tantissimo e la richiesta è aumentata: a quel punto ho creduto fosse il caso scrivere un libro, che è colorato e strutturato, effettivamente, come i miei appunti universitari.
Sono sempre stata molto creativa nello studiare, e per me è il femminismo è una materia di studio. Anti Manuale della bellezza nasce da un quaderno su cui avevo iniziato ad appuntare la mia perdita di peso e il mio racconto negativo del mio corpo: per me era importante trasformare quelle pagine e riappropriarmene.
"Tutte facciamo parte della stessa storia: le donne sono un unico corpo"
Spesso la grassofobia emerge, per prima, all’interno dei nuclei familiari. Nel tuo libro citi i tuoi genitori; è accaduto anche con loro?
Io ho un rapporto bellissimo con la mia famiglia, siamo molti uniti; ho questa fortuna. Ma anche nella mia famiglia ci sono state scene e battute grassofobiche, penso che sia “normale”. In alcune famiglie però, purtroppo, ci sono episodi molto problematici: madri e zie, o altre figure femminili, che ci ricordano quanto dobbiamo “essere in regola”, stare dentro ai margini, ribadendo costantemente quanto il nostro corpo sia sbagliato.
Tante ragazze che mi scrivono vivono episodi simili; restrizioni alimentari imposte, lucchetti ai frigoriferi. Quando ti va benissimo e non ti ammali di un disturbo alimentare, comunque la tua autostima e il tuo rapporto con il corpo sono completamente devastati.
È anche vero che le figure femminili di cui parliamo sono state a loro volte vittime della stessa sorte.
Esatto. Mia madre, per esempio, era perfettamente consapevole della questione grassofobica, pur non sapendo dargli un nome: mi ha cresciuto tutelandomi dal mondo. Lei stessa ha subito molte pressioni estetiche, e mi ha cresciuta cercando di darmi tanta autostima. La mia sicurezza e la mia poca vergogna ce le ho grazie a questo sguardo di cura di mia mamma.
Parlando di pressione estetica: la depilazione, scrivi, è il suo battesimo. Quali sono comunione e cresima?
Un momento è sicuramente quello dopo il menarca, quando il tuo corpo cambia e facilmente si prendono dei chili; la prima volta che qualcuno ti suggerisce di metterti a dieta, quella è la comunione. E la prima dieta è decisamente la cresima.
"La pressione è talmente grande sulla performance dei nostri corpi che li vediamo come oggetti"
Competitività tra donne interiorizzata, ne parli nel libro. Ma come se ne esce?
La competizione tra donne è per me l’arma più grande del patriarcato che di frequente siamo noi stesse a portare nel mondo, attraverso vari stereotipi di cui ci sentiamo convinte.
“Io non sono come le altre”, quante volte l’ho detto! Ma le altre chi, diverse in che modo? Tutte facciamo parte della stessa storia: le donne sono un unico corpo, perché tutte subiamo le stesse pressioni a livello di genere. Questo poi rischia anche di dividerci, perché ci insegnano a dover primeggiare tra di noi, sotto il punto di vista estetico soprattutto, perché la bellezza è il nostro valore. Capire che siamo una cosa sola ci permette di uscire da questo sistema competitivo.
Tra disagio del proprio corpo e grassofobia: a metà tra queste due cose potrebbe posizionarsi la frase “io mi sento grassa”, considerata discriminatoria. Come essere più consapevoli delle parole che usiamo, quando proviamo queste sensazioni?
Essere cadute nel baratro dell’insoddisfazione corporea non è una colpa; nel momento in cui ci rendiamo conto di vivere in una società in cui il nostro corpo, che è purtroppo una questione di merito a oggi, può vincere o fallire, allora associamo al nostro più grande fallimento un corpo grasso. Non c’è una linea tra questi due temi credo, ma sono l’uno la causa dell’altro. La pressione è talmente grande sulla performance dei nostri corpi che li vediamo come oggetti; se non superano l’esame di conformità, ci sentiamo uno schifo come persona. Sarebbe fantastico riuscire a unire il corpo oggetto al soggetto, e diventare corpo soggetto: a quel punto, capiremmo che il corpo siamo noi.
Nel libro, definisci la body positivity mainestram come “positivamente tossica”: come riconoscerla, e quindi evitarla?
- Quando ci sono slogan con degli imperativi. Cosa devo fare con il mio corpo o meno sono affari miei
- Si parla al singolo, e non alla collettività. Si parla del rapporto personale con il nostro corpo, ma non del rapporto che la società ha con il nostro corpo
- Quando nel club della body positivity si può entrare solo da una taglia a un’altra: troppo grassa o troppo magra non vanno bene
- Quando si parla solo di curvy e non di corpi non conformi
- Quando dietro agli slogan vuoti ci sono delle grandi sponsorizzazioni
Ho la sensazione che si stia verificando un fenomeno di cui non ho trovato nome, così l’ho inventato: body positive washing. “Siamo al passo con i tempi” e “devi amarti così come sei”, ma solo finché mi torna comodo a livello di marketing.
Negli ultimi anni i brand fanno campagne di sensibilizzazione sui corpi non conformi, e poi le taglie che propongono non esistono in negozio. Sono aumentati i filtri che modificano corpo e viso, le challenge che fanno sentire le ragazze inadeguate. E la rappresentazione nei media non è tanto diversa. Il senso di inadeguatezza, trascorrendo ore e ore sui social, non mi sorprende: sono un’inevitabile arma di diffusione di standard di bellezza idealistici.
"Alla me adolescente, invece, non direi nulla, l’abbraccerei"
Citando i social: sono la tua passione e il tuo lavoro, che hai voluto portare anche su carta. Quali sono i prossimi passi?
In questo momento ho in cantiere il mio podcast, “Sono Piena”: la prima stagione è stata registrata in un teatro con degli ospiti, gli incontri sono come dei laboratori incentrati su corpo e sessualità. La seconda stagione è in studio, invece, e il focus è l’espressione della rabbia repressa sul tema dei nostri corpi. Il secondo progetto, già concluso, è un secondo libro dedicato ai più giovani: un diario in cui si analizzano tappe e paure che la Gen Z vive sulla propria pelle.
Visto che ti rivolgi anche ai giovanissimi, ti chiedo: cosa diresti alla te bambina o adolescente?
“Almeno qualche sogno lo hai realizzato, stai tranquilla”, direi alla me bambina. Alla me adolescente, invece, non direi nulla, l’abbraccerei. Anzi; le direi che un giorno quella rabbia cumulata la potrà sfogare su qualche palco. E che farà un Ted X! Era il mio sogno da adolescente.
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