La rivoluzione (di genere) della cura: in Italia è record di papà che scelgono di rimanere a casa
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Quando il divo di Hollywood Cary Grant ha lasciato il lavoro per occuparsi di sua figlia era il 1966. La sua scelta di dedicarsi solo alla crescita della piccola ha fatto un enorme scalpore, all'epoca, perché non era sostenuta da alcuna forma di attivismo sulla genitorialità né - chiaro - dalla cultura della parità che in questi anni si sta facendo largo. Non era nemmeno performance o personal marketing; Gary Grant non ha recitato mai più. Era, in purezza, il desiderio di fare il padre a tempo pieno.
Sono passati sessant'anni e siamo dall'altro lato del mondo: in Italia, nel 2024, i papà che hanno lasciato il lavoro per dedicarsi alla cura dei figli e delle figlie sono stati 19mila. Ed è un’evoluzione anzi, una rivoluzione del modo in cui vengono percepiti i ruoli genitoriali e, perché no, quelli lavorativi e sociali. Ed è un record storico, con buona pace di chi si autodefinisce "baby sitter" dei propri figli quando passa del tempo con loro.
come ti cambio il paradigma
Con quasi 19.000 dimissioni maschili legate alla questione della cura e della genitorialità, stiamo assistendo a un’inversione (ok, ancora parziale) del paradigma tradizionale secondo cui la cura dei figli è principalmente responsabilità materna. Parziale, perché le donne che cedono il passo in azienda per occuparsi dei bambini e delle bambine sono ancora il 70 per cento del totale dei genitori. Questa maggioranza riflette con puntualità il tema culturale: il carico della gestione domestica è ancora squilibrato, ma l’aumento della partecipazione maschile ci mette di fronte a una prospettiva nuova che, ci auguriamo, corrisponderà a una graduale redistribuzione paritaria delle responsabilità genitoriali.
I motivi per cui i papà hanno iniziato a prendere la decisione di mollare la carriera ce le restituiscono le stime: intanto, oltre la metà dei genitori che si dimettono indicano la gestione familiare come causa principale. Ma tra i padri che lo fanno emerge anche il passaggio a un nuovo lavoro. Questo sembra un dettaglio ma non lo è: suggerisce che, mentre le madri tendono a lasciare il lavoro per rispondere direttamente ai bisogni familiari, i padri talvolta utilizzano la dimissione anche come strumento per migliorare la propria posizione lavorativa, magari scegliendo impieghi più flessibili o meglio retribuiti.
In totale, a lasciare il lavoro per motivi legati alla cura sono stati circa 61mila genitori, sono ben 10mila in più rispetto al periodo pre-pandemia. L'aumento potrebbe essere letto in più modi e sì, c'entra il tema del burnout. Da un lato infatti, la pressione emotiva e psicologica del COVID-19 ha portato a una riorganizzazione delle priorità personali e familiari. Abbiamo cioè, iniziato a valorizzare il tempo trascorso in casa. Dall’altro, la crescente disponibilità di lavoro flessibile e da remoto ha inevitabilmente modificato aspettative e stili di vita delle persone, quindi anche dei genitori, rispetto soprattutto alla questione della conciliazione tra vita privata e professionale.
cosa ci dice questo dato? Che non è ancora abbastanza
L'evidente boom delle dimissioni volontarie tra i padri non è solo un dato statistico di cui prendere atto, ma anche un punto di partenza per dei ragionamenti sulle politiche del lavoro e della famiglia. Le istituzioni a questo punto sono chiamate a rispondere alle evoluzioni sociali e culturali con degli strumenti e degli interventi in linea, che possano costruire davvero la parità tra i ruoli, per esempio incentivando il congedo parentale maschile e promuovano una cultura della genitorialità condivisa.
Naturalmente le aziende dovranno interrogarsi su come rendere il lavoro più sostenibile per tutti i genitori, uomini inclusi. La sfida infatti non si è conclusa, anzi: la sfida contemporanea è trasformare questo trend in un cambiamento strutturale, promuovendo un modello di lavoro e società più equo e inclusivo per tutte le famiglie.
La scelta dei padri di lasciare il lavoro per occuparsi dei figli e delle figlie mette infatti in discussione il tradizionale modello familiare patriarcale, alimentando una visione più paritaria della genitorialità con le relative implicazioni emotive per gli uomini (e per i bambini). Si tratta di normalizzare la figura del padre caregiver e ridurre lo stigma che spesso accompagna gli uomini che chiedono flessibilità per motivi familiari.
Ed è vero che tutto ciò potrebbe alleggerire il carico che grava storicamente sulle donne, sia in termini di cura domestica che di rinunce lavorative, ma è anche vero che al momento è un cambiamento legato alla scelta personale del singolo papà, non ancora sostenuto da strumenti normativi.
i limiti dei papà, tra politiche di congedo e cultura del breadwinner
Attualmente, in Italia, i padri hanno diritto al congedo obbligatorio di paternità che conta 10 giorni lavorativi retribuiti al 100 per cento, da usare entro i 5 mesi dalla nascita del figlio o della figlia (obbligatorio e non cedibile). C'è anche il congedo facoltativo di paternità, cioè un giorno in più, ma solo se ceduto dalla madre. Il congedo parentale (facoltativo, per entrambi i genitori) dura invece fino a 6 mesi per ciascun genitore (con un massimo combinato di 10 mesi), ed è retribuito al 30 per cento dello stipendio fino ai 12 anni del figlio o della figlia ma solo per i primi 3 mesi è garantita la retribuzione al 30 per cento senza limiti di reddito.
I limiti sono evidenti, a partire dalla retribuzione (bassa): il congedo parentale facoltativo resta poco utilizzato, soprattutto dai padri, a causa della bassa compensazione economica che penalizza le famiglie monoreddito o a basso reddito. La cultura aziendale evidentemente è poco inclusiva in tal senso, ma senza la spinta istituzionale l'inclusività di pensiero e di cultura sono a pieno titolo scelte dei CEO, o di chi per loro.
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