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Aggiornato il: 4 minuti di lettura

I papà millennial e la rivoluzione genitoriale: "non siamo eccezionali, è il Paese arretrato"

Ryan Gosling
Ryan Gosling  (instagram)
Potrebbero essere i migliori della storia: i papà millennial hanno triplicato tempi e attenzioni sui figli e sulla casa ma attenzione, "solo perché il Paese è arretrato che sembriamo eccezionali", dice lo scrittore Giorgio Biferali (che invoca una "rivoluzione della genitorialià").
di Eugenia Nicolosi

Gira voce che i papa millennial siano i migliori papà di sempre. Motivi? Il tempo che trascorrono con i loro figli e le loro figlie, l'emotività che ci mettono nel farlo, la consapevolezza dell'esistenza di un perimetro sociale rispetto al ruolo di “padre” e del fatto che devono uscirne. Millennial: oltre all'avocado toast e alla passione per i film anni Novanta c'è di più.

Il padre di Giulia Cecchettin da Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa: "Nel patriarcato c'è il concetto di possesso"

i papà millennial e il tempo

Se è vero che essere un millennial è già di per sé una base meme, tra l'incapacità di permettersi una casa, la supposta sindrome di Peter Pan (non è proprio così) e gli scontri con l'età che avanza, è vero anche che i papà millennial potrebbero essere i migliori padri che come civiltà abbiamo mai avuto. Partiamo dai dati, poi le considerazioni. Secondo uno studio su larga scala del Pew Research Centrer i papà millennial trascorrono tre volte più tempo con i propri figli rispetto alle generazioni precedenti e sanno anche che non è ancora abbastanza. Si ribellano alla parola “mammo”, rivendicando un nuovo spazio per la genitorialità convidisa. Nel senso: i papà millennial non accettano che si dica che fanno da “baby sitter” ai loro figli e alle loro figlie. Sono molto più coinvolti nella gestione della prole e della casa già dal 2016, quando i padri hanno iniziato a dedicare una media di otto ore settimanali alla cura dei bambini ed era circa il triplo del tempo che dedicavano alla stessa pratica nel 1965. Le ore dedicate alle faccende domestiche sono invece 10 a settimana già dal 2016. Sempre meno rispetto alle donne che dedicano rispettivamente 10 ore alla cura dei figli e 18 alle faccende domestiche. Ma parliamo comunque di dieci anni fa, quando molti millennial non erano ancora diventati genitori.

Ryan Gosling e la figlia
Ryan Gosling e la figlia  (instagram)

Invece, definita la migliore generazione di padri nella storia, il 57 per cento dei papà di oggi considera la paternità come un punto centrale della propria identità: si lamentano dell'assenza del congedo parentale, della differenza dei ruoli di genere interni alla famiglia (“creano fratture”, vedremo poi) e riconoscono nei loro padri e nonni e zii, nei maschi della loro famiglia, tutte le cattive pratiche e le assenze che loro cercano di scardinare. A cominciare dell'emotività e dalla narrazione dell'emotività: un papà millennial sa che i papà di ieri sono spesso stati distanti e che è il momento di livellare il terreno.

"not all papà millennial"

Chiaramente non è vero per tutti. I padri millennial – etero o no che siano - non sono tutti uomini “liberati”, ma molti sì (anche se non ne sono consapevoli). Non si tratta di cucinare, stirare, cambiare pannolini e pulire il vomito, non solo almeno. I papà millennial che sono anche liberi dalle etichette del modello di padre vecchio stampo sono quegli uomini che si rendono conto di cosa sia la genitorialità e si assumono attivamente e con coinvolgimento un ruolo dentro casa e nella crescita dei bambini e delle bambine che va molto oltre rispetto a quanto non facessero i padri di ieri. Di fatto, escono dal binario del concetto di paternità separato da quello del concetto di maternità. Sono genitori, stop. Con tutto quello che significa da tutti i punti di vista. E questo non significa che non ragionano sul tema, su cosa significa essere padri all'indomani di una presa di coscienza come questa, proprio per il portato culturale che la parola “padre” si carica addosso. Essere un figlio è facile, essere un padre è difficile. Lo sappiamo, lo immaginiamo. E quando un figlio diventa a sua volta padre, non può non chiedersi che tipo di padre vuole essere o sarà. 

Ma forse si chiedono anche "Che bambini siamo stati? Chi eravamo, prima di divenire adulti consapevoli? E i nostri genitori, prima che nascessimo? Possibile che fossero come noi, quasi pronti ma mai del tutto, titubanti di fronte alle soglie che la vita, con i suoi tanti cicli, ci mette davanti?" O almeno se lo domanda Giorgio Biferali, autore di Sono quasi pronto, (Ponte alle grazie, 2024).

Lo scrittore Giorgio Biferali
Lo scrittore Giorgio Biferali 

 L’imminenza della nascita del primo figlio induce Biferali - che è un papà millennial - a ripensare la propria esistenza, rivisitando l’infanzia, la vita sentimentale e il rapporto con la compagna Bianca e quello con i genitori.  Secondo lui, che abbiamo intervistato per l'occasione, è anche una "questione di età: I papà giovani sono più vicini ai bambini, più complici. E poi c’è l'ascolto attivo e una partecipazione maggiore al quotidiano dei bambini".

Giorgio biferali: "ci vorrebbe una rivoluzione genitoriale"

Inevitabilmente la paternità oggi è una questione che si intreccia al momento storico: le lotte sociali e i movimenti per i pari diritti hanno costruito un tessuto che ha reso "i padri più coinvolti e più presenti nella genitorialità e soprattutto hanno il coraggio di mettersi in discussione. Sia emotivamente che nella comunicazione", dice lo scrittore. "Hanno la capacità di esporsi e di rendersi conto delle proprie fragilità e incapacità. E scoprirsi a volte inadeguati è anche bello oltre che necessario per provare a cambiare e migliorarsi". Per i millennial la gioventù è un concetto vago:  "Io ho 35 anni e risulto oggi in italia un papà giovane, che in realtà è strano", sottolinea. "Ma è anche vero che molti miei coetanei non ci pensano nemmeno, forse non ci penseranno mai, e altri invece sì ma comunque posticipano. La verità è che la nostra società non ci mette in condizioni di diventare genitori e basta guardare all'estero per capire che le cose possono e dovrebbero funzionare tutte in un altro modo",

Giorgio Biferali si sente diverso rispetto a suo padre? Sì: "forse più vicino alla mamma, lei con me è sempre stata molto partecipe, mi ascoltava sin da quando ero piccolissimo ed è stato importante perché mi ha insegnato tanto e dato modello da seguire". E il papà?. "Papà ha fatto fatica mentre crescevo, quando è subentrato un linguaggio più maturo e articolato ci siamo allontanati. Io nel’ascolto, come padre, mi sento diverso. Ci vorrebbe una rivoluzione genitoriale, ma si può fare. Mi rendo conto che non siamo tanti (uomini) ad aver riletto la genitorialità e sembriamo eccezionali, ma solo perché siamo in un Paese arretrato. Basta pensare al discorso del congedo di paternità (in Italia è di 10 giorni, in altri Paesi di diversi mesi): è centrale per la costruzione di una dinamica familiare sana e paritaria. In Italia la genitorialità viene immaginata totalmente sulle spalle della madre, il che crea pesantezza su tutta la famiglia ma per le madri è proprio disumanizzante".