La verità sulla denatalità spiegata dalle Nazioni Unite: siamo senza un centesimo (e in burnout)
L'ONU mette nero su bianco la ragione per cui le persone non possono - o non vogliono - diventare genitori: i soldi.
Anzi la loro mancanza.
Condividi su
I soldi, non l’infertilità (né l'egoismo o la preferenza per cani e gatti): un report delle Nazioni Unite spiega le ragioni dietro i tassi di natalità in picchiata per agevolare, finalmente, un ragionamento che esca dalla narrazione dominante e ovviamente falsa. Perché i numeri banalmente raccontano un’altra storia, una storia vera.
Il nuovo report dell’UNFPA, l’agenzia delle Nazioni Unite per la popolazione, svela la sostanza: la vera emergenza non è la sterilità, ma l’impossibilità concreta di costruire una famiglia in un contesto ostile. Mancano le condizioni. Il documento è stato pubblicato alla fine di giugno 2025 e si intitola “The Real Fertility Crisis: The Pursuit of Reproductive Agency in a Changing World”: è una indagine operata su 14 Paesi, rappresentativi di un terzo della popolazione mondiale.
quello che manca è il concetto di "agenzia riproduttiva"
I risultati sono chiari: quasi 1 persona su 5 teme di non riuscire ad avere il numero di figli desiderato, non per problemi medici, ma a causa di fattori economici e sociali. In effetti, solo il 12 per cento degli intervistati imputa la crisi di natalità all’infertilità. La causa più citata? Il costo della vita, segnalato dal 39 per cento degli intervistati. Seguono elementi che abbiamo trattato: la mancanza di stabilità lavorativa (21 per cento), l’assenza di alloggi accessibili (19 per cento) e la carenza di servizi per l’infanzia (12 per cento).
Per chi vive in Italia, questi dati non sono niente di nuovo. Secondo l’analisi pubblicata da Secondo Welfare, anche da noi il desiderio di genitorialità rimane alto, ma si scontra con “un mix tossico di precarietà economica, difficoltà di conciliazione lavoro-vita e carenza di servizi pubblici". Il punto centrale del report dell’UNFPA è il concetto di “agenzia riproduttiva”, ovvero la capacità delle persone di decidere liberamente se, quando e quanti figli avere.
Ed è qui che si apre la voragine: nel mondo, una donna su quattro non sente di avere controllo sulle proprie scelte riproduttive, mentre una su tre ha vissuto una gravidanza non voluta (grazie ai ban del diritto all'aborto, più o meno dichiarati). Il problema non è il disinteresse verso la famiglia, ma la mancanza di strumenti per realizzarla. Il report critica duramente le politiche “pro-nataliste” basate su incentivi monetari estemporanei o, peggio, sulla limitazione del diritto all’aborto e alla contraccezione. Le Nazioni Unite non fanno segreto di ciò che pensano: sono pressioni miopi e pericolose.
Dove i diritti ormai sono privilegi, anche la genitorialità lo diventa
Le raccomandazioni dell’UNFPA sono chiare: investire in congedi parentali equi, garantire servizi per l’infanzia accessibili, contrastare le norme di genere che scaricano sulle donne l’intero carico familiare e, soprattutto, sostenere economicamente chi vuole mettere su famiglia, non punirlo con mutui impossibili, salari stagnanti e bollette che fagocitano lo stipendio. Volendo, potremmo sintetizzare dicendo che non esiste crisi della natalità senza crisi della dignità.
Eppure, molti governi preferiscono ignorarlo. Inseguono l’illusione che bastino qualche bonus bebè o una campagna moralista per convincere le persone a diventare genitori. Ma quando la realtà quotidiana è fatta di affitti insostenibili, part-time imposti e asili nido inaccessibili, la scelta genitoriale non è più una questione di volontà, ma di sopravvivenza. il report delle Nazioni Unite ci restituisce una verità scomoda ma necessaria, sperando che non venga ignorata: il calo demografico non si combatte con proclami, ma con diritti concreti. Se non si interviene sulle disuguaglianze, sulle condizioni materiali e sull’autonomia delle persone, la natalità continuerà a precipitare e la genitorialità diventerà sempre più un privilegio di classe. Come del resto lo sono la casa, il reddito, le cure e i diritti riproduttivi.
Condividi su