Non sono lì per sostenere figli e figlie, sono lì per litigare: i genitori invadenti sono "il grande problema" dello sport
I genitori "antisportivi" annientano il talento dei figli
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Prima si vedevano spesso nei film "per ragazzi" degli anni Novanta e servivano proprio a denunciare la cattiva genitorialità: padri e madri (nel film) che assistendo alle partite di baseball o alle gare di nuoto e pattinaggio di figli e figlie finivano con il litigare con tutti, genitori di altri partecipanti e allenatori, allenatrici.
Ora i genitori che urlano come se fossero all’Olimpico si vedono anche nella realtà: davanti perfino a bambini e bambine di quattro o cinque anni, non si limitano se decidono che devono contestare arbitri e arbitre, istruttori e istruttrici, con toni che farebbero arrossire un ultrà. O ancora quando trasformano la competizione in un palcoscenico personale spostando l’attenzione dal match al proprio comportamento. Le loro ire, aggressioni verbali, litigi, nascono spesso dalla convinzione che nonostante il loro figlio, la loro figlia, sia il top del top, non venga valorizzato o valorizzata in campo o quando i loro stessi figli o figlie non sono all'altezza delle loro aspettative genitoriali. Insomma, frustrazione. E ricade tutta sui figli e sulle figlie.
ansia, calo di fiducia e un legame distorto con l’attività fisica
Sarebbe un fenomeno non solo irritante, antisportivo ed evidentemente poco educativo ma, secondo uno psicologo, incide sulla salute emotiva dei giovani atleti.
The Guardian ha recentemente riportato le parole di Stephen Smith, presidente della divisione di psicologia dello sport della British Psychological Society, secondo il quale i genitori invadenti rappresentano "il problema più grande nelle prestazioni sportive dei ragazzi e delle ragazze".
La pressione esercitata infatti, gli insulti lanciati dagli spalti e la competizione trasformata in un affare personale finirebbero per bloccare i bambini e le bambine generando ansia, calo di fiducia e un legame distorto con l’attività fisica. È un’osservazione che trova riscontro in diverse ricerche open access: uno studio pubblicato su Sports, per esempio, descrive come molti bambini percepiscano le aspettative dei genitori come intrusive e talvolta soffocanti, al punto da ridurre la motivazione a praticare uno sport fino all'abbandono.
La radice del problema riguarderebbe la qualità del rapporto genitoriale. I bambini e le bambine cresciuti in un clima familiare coerente, caldo e supportivo sviluppano uno stile di attaccamento sicuro che permette loro di affrontare la competizione con equilibrio emotivo. Al contrario, la presenza di genitori incoerenti, eccessivamente critici o ansiosi contribuisce alla formazione di un attaccamento di tipo ansioso, caratterizzato dal costante bisogno di approvazione e dalla paura del fallimento.
non sono soltanto imbarazzanti per i ragazzi e le ragazze
In questi casi, la gara non è più un’esperienza formativa, ma un terreno di guerra in cui la paura è di non deludere l’adulto di riferimento. La cronaca sportiva offre abbondantissimi esempi di comportamenti distorti. Non è raro vedere un padre intervenire in un campo di minibasket per correggere l’allenatore, o una madre interrompere la concentrazione della figlia durante una prova di danza per impartire istruzioni improvvisate o ancora genitori che si insultano tra loro per una decisione arbitrale ritenuta ingiusta.
Episodi del genere non sono soltanto imbarazzanti per i ragazzi e le ragazze ma contribuiscono a normalizzare un’idea tossica di competizione: i bambini e le bambine che assistono a comportamenti aggressivi a bordo campo tendono infatti a interiorizzare quella stessa aggressività e a percepirla come parte legittima dell’evento sportivo. E anche se sappiamo che per molti genitori l'aggressività è una virtù, ci sentiamo di dire che non lo è.
Le motivazioni di questo eccesso di coinvolgimento sono legate alla proiezione sui figli ambizioni personali mai realizzate, altri vivono il rendimento sportivo come un’estensione del proprio status sociale, altri ancora non distinguono il sostegno autentico dalla pressione per ottenere risultati immediati. Non va dimenticata ovviamente la componente ansiosa che porta i genitori a interpretare ogni mancato successo dei figli e figlie come il riflesso della propria efficacia educativa.
In ogni caso quando l’emotività dell’adulto prende il sopravvento, il bambino o la bambina si ritrova a dover gestire non solo la propria performance, ma anche l’ansia genitoriale quindi affronta quella giornata con un carico emotivo immenso.
Il paradosso è che vietare la presenza dei genitori, come alcune scuole del sud di Londra hanno iniziato a fare secondo quanto riportato da The Guardian, non è e non può essere una soluzione definitiva. I bambini hanno bisogno di vedere i propri genitori sugli spalti perché la loro presenza (in teoria) rassicura, sostiene e dà significato ai progressi che compiono. Lo sport dovrebbe offrire uno spazio di crescita sereno per tutte e tutti, dove si impara a fallire senza drammatizzare, a vincere senza prevaricare e a competere senza perdere il piacere del gioco. Cosa che evidentemente servirebbe anche ai genitori. Forse soprattutto a loro.
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