I favolosi Latte Dads dei Paesi del Nord Europa: un modello che vince a confronto con i papà italiani
Chi sono i latte dads? Il modello nordico del congedo parentale spiegato e il confronto con l’Italia tra paternità e welfare.
Se c'è un fenomeno direttamente collegato alle politiche del welfare nordeuropee, sono i latte dads. Negli ultimi anni questa figura genitoriale è diventata uno dei simboli più riconoscibili degli interventi politici e sociali dei Paesi del Nord Europa: per "latte dads" si intendono quei padri che, grazie al congedo parentale, si occupano direttamente della cura dei figli piccoli spesso sostituendosi alle madri nel periodo immediatamente successivo alla nascita.
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Un’immagine comune in Svezia, Norvegia o Danimarca ma ancora poco diffusa in Italia (con ciò che ne consegue). Ma partiamo dall'inizio, cioè dalla definizione: "Latte Dads" tradotto letteralmente significa "papà che allattano" o più propriamente papà che si prendono cura dell'allattamento.
il modello nordico dei Latte dads
Con questa espressione si indicano i padri che usufruiscono in modo esteso del congedo parentale dedicandosi alla cura quotidiana dei figli e delle figlie in fasce. Cioè in una fase della vita tradizionalmente a carico, quasi esclusivo, delle madri. Alla base di questo modello c’è un sistema di congedo di paternità e parentale lungo, ben retribuito e strutturato in modo tale da incentivare davvero la partecipazione maschile.
Parliamo di congedi di paternità che nei Paesi nordici variano tra i 12 e i 18 mesi complessivi: in Svezia dura 480 giorni, cioè circa 16 mesi, da dividere tra i due genitori. Di questi, almeno 90 giorni sono riservati obbligatoriamente al padre. Se uno dei due non utilizza la propria quota, quei giorni vengono persi. In Norvegia i genitori possono scegliere tra 49 settimane con retribuzione al 100 per cento oppure 59 settimane con retribuzione all’80 per cento. In Islanda è di 12 mesi da dividere tra i genitori con una parte non trasferibile. Questo è uno dei motivi principali per cui molti padri diventano latte dads..
Se confrontiamo questi dati con l’Italia, la differenza è netta. In Italia il congedo di paternità obbligatorio è di 10 giorni, mentre il congedo parentale facoltativo può arrivare teoricamente a 10 mesi complessivi, ma è poco retribuito e viene utilizzato quasi esclusivamente dalle madri.
Nei Paesi nordici, come detto, una parte del congedo è riservata esclusivamente ai padri e non può essere trasferita alla madre: se il padre non la utilizza, quei giorni vengono persi. Questo meccanismo ha avuto un impatto anche culturale perché ha reso l’assenza dal lavoro per motivi familiari una pratica normale anche per gli uomini, riducendo lo stigma legato alla paternità attiva, la mentalità della child penalty e modificando nel tempo i modelli culturali di riferimento.
Le conseguenze di questo sistema si riflettono in modo diretto sul mercato del lavoro e sulla parità di genere. Nei contesti in cui solo le madri si assentano a lungo dal lavoro dopo la nascita di un figlio, la maternità diventa un fattore di penalizzazione professionale: carriere rallentate, minori opportunità di avanzamento, salari più bassi. Nei Paesi del Nord, invece, visto che anche i padri usufruiscono del congedo l’assenza per motivi familiari non è più un intoppo né associata quasi esclusivamente alle donne. Questo riduce la discriminazione indiretta nei loro confronti e contribuisce a una distribuzione più equilibrata delle responsabilità di cura.
Il confronto con l’Italia è particolarmente infelice: mette in luce un divario strutturale che nasce e determina il senso della cura e il congedo parentale. Il congedo di paternità italiano, pur essendo stato rafforzato negli ultimi anni, resta limitato a pochi giorni obbligatori.
Ok, esiste il congedo parentale facoltativo. Ma è scarsamente retribuito e viene utilizzato in larga parte dalle madri. Di conseguenza, la cura dei figli continua a ricadere prevalentemente sulle donne, mentre molti padri rinunciano a prendersi periodi più lunghi di congedo per timore di ripercussioni lavorative o per mancanza di un reale sostegno istituzionale, oltre che per formazione culturale.
benefici di essere (o avere) un "latte dad"
In questo contesto, la figura del latte dad rimane marginale e percepita come un’eccezione, non come un diritto. E pensare che la presenza di entrambi i genitori e della relativa cura fa bene a tutti: il legame affettivo è più forte perché la presenza attiva del padre nei primi anni di vita favorisce un attaccamento sicuro e un rapporto di fiducia. Bambine e bambini beneficiano di padri coinvolti per una migliore regolazione emotiva, autostima e sviluppo delle relazioni sociali. E sì, è migliore anche il futuro accademico: studi mostrano che i figli di padri partecipativi tendono ad avere risultati scolastici migliori.
In generale bambine e bambini crescono con modelli di genere più flessibili, vedendo i padri come figure accudenti e non solo di sostentamento. Parlare di latte dads, quindi, non significa raccontare una curiosità nordica, ma riflettere sul ruolo delle politiche pubbliche nella costruzione dei comportamenti sociali di ciascun individuo, sin da quando è in fasce.