Cartoni animati (e libri) di ieri: filtrarne i messaggi per non perdere dei capolavori
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Libri di favole, fiabe educative, cartoni animati e lungometraggi: nelle continue discussioni sulla genitorialità, non mancano le conversazioni sui prodotti di consumo per bambini e bambine che ruotano attorno all'opportunità di far conoscere ai piccoli di oggi la storia di Biancaneve o quella di Mowgli e Peter Pan. Ok, ma nessuno specifica quale, delle tante versioni di ciascuna storia, sarebbe opportuna o non opportuna. E già questo dovrebbe darci la misura dell'alternarsi delle epoche e della relativa stratificazione culturale.
E mentre la scienza sottolinea che la visione dei cartoni aumenta il potenziale creativo dei piccoli, che la lettura (l'ascolto di adulti che leggono) ne stimola l'immaginazione, occorre chiedersi se i messaggi veicolati da libri e cartoni di "ieri" vadano ancora bene. O se sono mai andati bene. La risposta è no, ma li abbiamo visti lo stesso e siamo la stessa generazione che ha iniziato a combattere e a ribellarsi a quegli stereotipi mentre tutta una fetta di pianeta è diventata, come dire, reazionaria.
Ma tornando al tema: ovvio, ci sono prodotti che nascono per essere educativi e prodotti che per alcuni genitori sono educativi e per altri decisamente non hanno senso. A seconda della sfera di valori coltivata dentro a una casa, cambia totalmente la percezione dei messaggi veicolati. D'altro canto la generazione degli adulti di oggi, la stessa che si preoccupa "dei messaggi", è quella che è cresciuta a pane e sangue, incesti, misoginia, razzismo, guerre, omicidi, orfanotrofi, maltrattamenti di animali e abbandono di minori. Sì: tutte queste cose non solo sono presenti nelle storie che abbiamo consumato dai 3 ai 12 anni, sono anche le parti centrali delle trame.
il "principio di puffetta": tutti i cartoni hanno almeno una problematica
Per qualche ragione nei cartoni animati di "ieri" non esistono madri e dove le madri ci sono non sono "buone madri": da Candy Candy a La Sirenetta o Pinocchio, il personaggio della madre è sempre la grande assente, insegnando per qualche ragione a tutti e tutte che non conta. Che è a causa di questa mancanza che si sviluppa la trama, quindi che se la "madre" c'è occorre avere conflitti con lei altrimenti la vita scorrerebbe piatta. Che per essere felici e avere avvenure occorre che muoia (letteralmente o simbolicamente).
Le eroine dei cartoni del pomeriggio erano abbandonate dalla famiglia, maltrattate, bullizzate e rinchiuse nelle soffitte di collegi gestiti da presidi orrende senza mai reagire: quale insegnamento trarne? La fragilità, la sottomissione, la pacifica abnegazione di sé?
Il personaggio di Peter Pan (in qualsiasi versione) è talmente problematico che ha persino dato il nome a una sindrome e ha insegnato a miliardi di persone che a ogni Peter corrisponde una Wendy che lo aspetterà per sempre mentre loro possono restare, immaturi, a giocare con gli altri bimbi sperduti. La storia di Lady Oscar è arrivata in Italia in una versione talmente edulcorata da essere irriconoscibile a chi conosceva l'originale Versailles no bara: niente sesso, né relazioni lesbiche tra Oscar e Maria Antonietta (però non mancano corpi trafitti da spade e morti violente). Georgie correva felice sui prati ma non si è privata di andare a letto con entrambi i suoi fratelli, Abel e Arthur, infatti la madre la caccia di casa in un giorno di pioggia.
Spongebob ha sepolto vivo un ispettore sanitario
Nel frattempo la Disney - che è stata ingiustamente accusata di eccessivo wokismo - produceva lungometraggi animati per l'infanzia che veicolavano lieti fini per le principesse molto naif, costantemente "salvate" dal vero amore o che, se entrano a casa dei sette nani, era solo per pulire e riordinare. Dall'altro lato, messaggi che promuovono l'amicizia tra persone e animali (parlanti) o tra animali e animali, però normalizzano il circo, quindi il maltrattamento di animali per il divertimento umano o rielaborando favole horror e splatter scritte dai fratelli Grimm nel secolo precedente, quando ai bambini e alle bambine si leggeva senza problemi la storia di Cenerentola con i piedi amputati.
Volendo esaminare prodotti che sembrano meno impegnativi: SpongeBob pensava di aver ucciso l'ispettore sanitario e poi lo ha sepolto vivo. I Puffi hanno dato vita a un principio sociologico detto "principio di Puffetta", secondo il quale al cinema e in televisione è normale osservare una schiera di uomini con diverse personalità in contrapposizione a una sola donna, priva di qualsiasi spessore e inserita nella storia solo in quanto femmina (possibilmente attraente). E l'idea che "solo una" può essere presente si riflette nel quotidiano: negli ambienti di lavoro si crea la competizione tra colleghe causata dall'illusione che c'è posto solo "per una", nelle comitive di amici si sviluppa la "pick me", che pretende di essere la prescelta, la Puffetta con il ruolo riconosciuto e validato dal maschi, quella che può entrare nel cerchio magico del potere.
Il razzismo violentissimo e la propagazione di stereotipi razzisti sono un altro tema: non abbiamo visto personaggi non bianchi in nessun cartone mandato in onda durante la trasmissione Bim, Bum, Bam che non fossero servi, fattorini o stallieri. E spesso i doppiatori e le doppiatrici hanno ricalcato stereotipi linguistici, espressivi e comportamentali che hanno permesso a miliardi di bambini e bambine di credere che le persone nere fossero gioiosamente asservite a ricche e viziate bambine bianche. Per decenni l'intera industria dei media ha alimentato la cultura razzista post coloniale, illudendo le persone bianche che la loro cultura è "l'unica" (e qui l'incredulità davanti a una sirenetta nera, perché nessuno si prende la briga di capire che anche nei Paesi africani esistono leggende di sirene e sirenette).
La violenza è presente anche in Tom e Jerry: i bambini e le bambine possono apprendere la ferocia assumendola a un livello subliminale dalle avventure di un gatto e un topo che si combattono a morte usando granate, martelli, porte in faccia, fuciliate, olio bollente. E dovremmo chiederci che tipo di società siamo, se permettiamo ai bambini e alle bambine di ridere mentre dei personaggi - che loro percepiscono umanizzati - si massacrano, però, se in Peppa Pig compare una famiglia con due mamme si sollevano gli scudi, come se le famiglie arcobaleno non esistessero e non dovessero esistere.
Libri e cartoni animati totalmente positivi, per chiunque, sempre
Non è nemmeno ipotizabile che un prodotto di consumo non presenti nessun problema, di nessuna natura, mai. Anche nei più sciocchi e insulsi cartoni e libri per la primissima infanzia ci sarebbero delle linee di diseducazione secondo alcuni genitori: due madri o due padri non andrebbero bene per i complottisti della teoria gender, un personaggio con la mamma casalinga andrebbe male per chi crede che ogni figura femminile debba essere empowered. Un personaggio cattivo che ha i capelli neri - o la criniera nera, come Scar - propagherebbe lo stereotipo del nero uguale cattvo e dello stereotipo fisico dell'antieroe "magro ed effeminato" quindi è contemporaneamente razzista, omofobo e sessista (in contrapposizione alla rappresentazione dell'eroe, Simba da adulto o Mufasa, che è stata per decenni quella "maschia", muscolosa e imponente con pure la mascella ben definita). Per alcuni genitori può essere un problema perfno la violenza rappresentata in Paperino, quando litiga con Cip e Ciop a colpi d'ascia. Per altri no, anzi è "divertente" perché il bambino ride.
Quindi? Quindi sono stati fatti enormi passi in avanti nella diversificazione dei personaggi in modo da fornire a bambini e bambine uno spettro di conoscenza più complesso, soprattutto grazie alla buona volontà di Disney: i cattivi non sono più delle copie di Scar e Jafar (di Aladdin), le principesse non sono più naif e vaganti per i boschi ma hanno delle vere avventure che non contemplano l'amore o la sua ricerca, gli animali non sono più felici di vivere nelle gabbie per esibirsi nei circhi.
Manca ancora un grosso pezzo: la normalizzazione della disabilità attraverso l'inserimento di personaggi che non siano spalle senza sviluppo né debordanti di pietismo o che vivono avventure pornograficamente dolorose "ma di esempio", manca ancora tanto, manca ancora troppo in generale affinché sin dalla scrittura le storie scritte o animate riflettano l'umanità per come è davvero e non piegata perché risponda alla visione bianca, eteronormativa e così via, indietro fino al Medioevo.
genitorialità significa anche spiegare cartoni e libri
Ma quindi come si risolve con i prodotti di ieri? Si risolve rendendosi conto che anche i prodotti di oggi sono sessisti, razzisti, abilisti, omofobi e violenti. E non solo quelli per l'infanzia. In tal senso chiedersi quali cartoni animati e quali libri sono universalmente adatti alla fruizione da parte di bambini e bambine è fuorviante: dipende (ahinoi) dai genitori e dagli adulti di riferimento, dai loro valori e dalle loro credenze. Né si può praticare il nazismo ideologico e impedire a prodotti di esistere o essere messi al bando (a meno che non siano consapevolmente e volontariamente offensivi).
Ma soprattutto dipende da quanto tempo gli adulti vogliono dedicare alla visione e alla lettura di eccezionali capolavori per essere pronti a mettere delle pezze lì dove ci sono buchi e, soprattutto, da quanto spazio vogliono dare alla ricerca di storie nuove, che rappresentino la positività, la diversità, la complessità.
Restituire complessità ai prodotti parlandone o affiancandoli ad altri differenti è l'unico modo per non appiattire la percezione dei piccoli sui modelli da assumere, alcuni sorpassati (sessimo), altri più contemporanei che mai (il valore dell'amicizia). Sono comunque prodotti di consumo, e, per quanto siano fonti di apprendimento, non sono l'unica fonte di apprendimento.
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