Tutto quello che possiamo imparare dalla Gen Z del Nepal (per esempio a esercitare il dissenso)
E invece.
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Le prime settimane di settembre 2025 in Nepal è successo qualcosa che gli storici e le storiche di domani dovranno raccontare con la giusta prospettiva: non è stata una rivoluzione di eserciti, non è stata un golpe di palazzo ma una rivolta di coscienze, un sollevamento generazionale che ha riscritto le regole del potere. O almeno ci sta provando.
in principio è stata chiamata una piazza
Tutto è cominciato per lo scontento verso decisioni abbastanza rivelatrici dei piani di governo: il blocco di 26 piattaforme di social media - Facebook, Instagram, WhatsApp, YouTube, X, Snapchat e molte altre - che significa solo compromettere gli strumenti di libertà e di espressione. Da qui, le piazze (qualcosa che in Italia pare non si sappia più chiamare): giovani in divisa scolastica, studenti, creator, persone hanno occupato lo spazio pubblico in segno di protesta.
Da qui, le barricate, gli scontri, gli arresti, i tentativi di repressione. Ci sono stati morti, tante ferite, tanta paura. Ma non si sono fermati, non si sono fermate. E in mezzo al caos è stato l’atto forse più sorprendente di tutti: mentre il Primo Ministro in carica fuggiva all'estero, le persone hanno organizzato una votazione su Discord, piattaforma usata per videogiochi e chat online e trasformata per l'occasione in assemblea.
A migliaia hanno discusso, proposto candidati, poi votato: è emersa come figura scelta Sushila Karki. Oggi è la prima donna Primo Ministro ad interim del Nepal, incaricata di portare il Paese a nuove elezioni a marzo 2026. Prima di questa nomina era già famosa per essere stata la prima donna a ricoprire la carica di Chief Justice della Corte Suprema del Nepal (2016-2017), una posizione anch’essa senza precedenti di genere.
Il che è una storia: un'assemblea straordinariamente democratica, organizzata su una piattaforma online, ha dato come risultato l'elezione di una donna in un Paese in cui, nonostante disposizioni che impongono alle forze politiche di avere donne nei parlamenti provinciali e nazionali, chi guida un ente, chi decide davvero, è spesso un uomo.
la città a ferro e fuoco, poi la ricostruzione (hanno pulito)
La prima cosa che si deve notare è che molte delle persone che hanno partecipato alle proteste si sono messe a riordinare, ridipingere, pulire lo spazio pubblico. A parte questo e la scelta della canzone degli ABBA The winner takes it all per la condivisione dei video delle proteste sui social, la Generazione Z nepalese ha fatto qualcosa che non siamo più abituate o abituati a vedere. Hanno preso l’iniziativa, quella vera, e come collettività, contro un sistema che è al collasso (anche qui) e che era diventato schiacciante, frustrante, violento.
Hanno mostrato che la democrazia non è solo delega, non è solo urna o partiti, ma può tornare a essere il processo fluido, fatto di partecipazione, di corresponsabilità, che era nell'immaginario di chi l'ha pensata e voluta. Hanno usato la tecnologia come spazio pubblico politico, un esperimento che qui da noi è stato fatto con il portale del Movimento 5 stelle e che per qualche ragione non viene esteso all'intero elettorato (fuori sede e non: perché non si può votare online?)'.
Se ben usata, la tecnologia abbassa le barriere, accelera la mobilitazione, rende trasparente ciò che era nascosto. Ma questo richiede alfabetizzazione digitale, cura della sicurezza, protezione da manipolazioni.
La classe rivoluzionaria nepalese ci ha insegnato che quando il sistema di credenze crolla può - deve - essere rivisto radicalmente. Quando la fiducia nei partiti, nelle istituzioni tradizionali, viene meno, la gente non deve lamentarsi e basta, deve cercare un’altra via. L’“altrove” può essere digitale, può essere comunitario, può essere generazionale. In Nepal le questioni centrali, ma non le uniche, erano corruzione, nepotismo e diseguaglianza sociale estrema.
Un dettaglio che ha incendiato l’immaginario della protesta è stata la rabbia verso i figli dell’élite politica ed economica. Mentre migliaia di giovani nepalesi affrontavano disoccupazione, salari miseri e sogni infranti di emigrazione, i rampolli del potere postavano sui social i loro viaggi e abitudini da milioni di rupie. Un ostentato lusso finanziato da stipendi e privilegi che sapevano di parassitismo più che di merito. In un Paese in cui la metà dei/delle ragazzi/e pensa di dover lasciare la propria terra per sopravvivere, la contrapposizione era insopportabile: il divario non era più solo economico, ma morale.
cosa ci insegna la protesta in Nepal
Quando le istituzioni tradizionali non mantengono la promessa di giustizia, uguaglianza, sviluppo, sicurezza, la gente si stanca. Quando i giovani vedono che i figli delle élite camminano con privilegi che loro non avranno mai, quando vedono che la meritocrazia è una parola bella e vuota, quando vedono che il futuro è una scommessa allora il collasso di sistema non è un’ipotesi: è una realtà vissuta. Forse, prendersi le città in senso politico, civico, culturale è una delle vie.
Riprendersi gli spazi di partecipazione, le assemblee, i municipi, le scuole, le piazze, i quartieri. Entrare nella politica locale con onestà, fedeltà agli ideali, trasparenza. Costruire reti sociali nuove, orizzontali, non piramidali. Usare i mezzi digitali non per spettacolo, ma per rendere visibile l’invisibile. Con una precisazione: i regimi del terrore non funzionano mai. E non è facile superare le morti, le ferite e il dolore che ogni rivoluzione porta con sé: ma sono vittime della repressione, non della rivoluzione che quel sistema reperessivo lo vuole scardinare. E la Generazione Z nepalese ci ha mostrato che il dissenso è ancora uno strumento che possiamo esercitare.
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