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Ci vuole un "Central Perk": tornare sempre nello stesso posto fa bene alla salute e al sistema nervoso

Le persone fortunate hanno un "third place" al quale tornare: andare sempre nello stesso posto fa bene alla salute mentale e alla socialità sana

Tornare sempre nello stesso posto può apparire noioso a chi probabilmente non ha uno "stesso posto" in cui tornare, invece è una forma di benessere.

Perfino la scienza se ne occupa e ci dice che tutte le routine (sane) fanno bene alla salute, intese come abitudini riconoscibili che decidiamo di coltivare, esattamente come la frequentazione di luoghi a cui torniamo perché ci stiamo bene dentro: possono aiutare il cervello a orientarsi, il corpo a rilassarsi e la vita sociale a mantenersi settata su una dimensione che percepiamo come "safe".

"stessa storia, stesso posto, stesso bar"

Una meta-analisi pubblicata su BMC Medicine, basata su dati di oltre 900 mila persone in 32 Paesi, ha trovato un’associazione tra l’interruzione delle routine quotidiane e livelli più alti di sintomi depressivi, ansia e disagio psicologico generale. Significa che quando tutto salta per aria, salta anche un pezzo della nostra tenuta emotiva.

Andare sempre nello stesso bar, nella stessa pizzeria, nello stesso studio di yoga non è necessariamente il segno di una vita piatta ma al contrario può essere una piccola architettura di stabilità dentro giornate di follia, che chiedono continuamente di performare, aggiornarsi, essere interessanti.

Anche perché il cervello, a differenza di Instagram, non ha bisogno di novità continue (anzi tutt'altro e ne abbiamo parlato qui). Uno studio dello psicologo Ed O’Brien, pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology, ha mostrato che tendiamo a sottovalutare il piacere delle esperienze ripetute: pensiamo che rifare la stessa cosa sarà noioso, ma spesso ci piace più del previsto, perché la seconda, la terza, la decima volta notiamo dettagli che ci erano sfuggiti. La ripetizione non cancella la scoperta ma invece la amplifica e la rende più sottile.

tornare dove si sta bene: una questione di salute mentale

È per questo che i luoghi ricorrenti delle serie tv funzionano così bene. Il Central Perk di Friends non è solo il bar con il divano arancione: è il punto fermo di un gruppo di persone le cui vite cambiano in continuazione tra lavoro, partner, umore, taglio di capelli e livello di decenza emotiva, ma torna sempre lì. Il Pop’s Chock’lit Shoppe di Riverdale è il posto aperto ventiquattro ore su ventiquattro dove trovano rifugio i nostri protagonisti e come non pensare al Luke’s Diner di Luke, in Una mamma per amica, che non è solo il diner dove Lorelai e Rory bevono quantità di caffè incompatibili con la cardiologia ma è una casa fuori casa. La sociologia questi posti li chiama third places, terzi luoghi: spazi che non sono né casa né lavoro, ma in cui si costruisce una socialità fissa e piacevolmente informale.

Il concetto è legato al sociologo Ray Oldenburg, che li descriveva come luoghi essenziali per l’interazione libera, frequente (quasi quotidiana) e non programmata: bar, caffè, librerie, parruccherie, pub, piazze, piccoli esercizi di quartiere. Non servono necessariamente a fare qualcosa servono a fare decompressione, a stare in mezzo agli altri senza dover convocare una cena, organizzare un evento, aprire un gruppo WhatsApp che poi diventerà una fonte di odio civile.

al nostro sistema nervoso serve una pausa dalle "novità"

Ecco perché tornare sempre nello stesso posto ci fa sentire riconosciute, riconosciuti, lì dove il riconoscimento, anche minimo, conta. Un articolo di SELF Magazine ha ripreso diverse ricerche sul tema, spiegando che frequentare gli stessi luoghi può favorire benessere sociale ed emotivo perché crea piccoli legami ricorrenti perfino con il barista o con il vecchietto che si siede al tavolo accanto, alla quinta volta che ci si vede si comincia per forza a parlare.

Non sono per forza amicizie profonde, ma sono presenze stabili ma in un mondo in cui moltissimi rapporti passano da schermi, notifiche e vocali ascoltati a 2X, anche un ciao, il solito può svoltare la giornata.

Questo non significa che bisogna smettere di esplorare il mondo e dichiarare monogamia eterna al bar all’angolo. La novità resta importante, ci sposta, ci incuriosisce, ci impedisce di appiattirci sulle nostre stesse idee. Ma la prevedibilità, in certe dosi, è l'unica cosa che permette al sistema nervoso di smettere di stare sull’attenti. E forse è un relax che ci meritiamo.