Parte del gruppo e

Magazine
Forum
Argomenti
3 minuti di lettura

Sono tornati testi frivoli e melodie facili del Recession Pop: quello che manca è l'allegria di cui ci nutrivamo

recession pop
recession pop  (getty images)
La celebrazione di party infiniti, vestitini glitter e ritornelli facili: il Recession Pop serviva da anestetico quando tutto attorno si parlava di crisi. 
Pare debba tornare. 
di Eugenia Nicolosi

Da una parte il cantautorato che si confina, forse da solo, nei meandri dei circoli arci, dall'altra la musica di ricerca da club che sparisce perché a fare clubbing c'è sempre meno gente, dall'altra ancora pare che la produzione musicale sia schiava del marketing e penalizzi talenti e capacità per favorire l'ascesa di pupazzi creati a tavolino. In questo quadro sinistro, c'è chi nota il ritorno sulla scena di alcuni elementi chiave tipici del Recession Pop.

E sì, si chiama così perché esplode - o esploderebbe - in tempi di crisi. Forse perché quando le questioni si fanno criticamente serie, occorre che la musica sia leggera.

Rachele Bastreghi dei Baustelle: "La musica è terapia, e per questo può fare anche male"

un anestetico sonoro per sopravvivere alla crisi

Con una mescolanza di stili, diciamo, ballabili (poca elettronica, molta house, moltissimo pop, qualcosa dell'eurodance) il Recession Pop è un genere musicale che offre melodie ridondanti e testi di evasione totale: Chappell Roan per esempio, con quello che pare un inno da cheerleader “Hot To Go!”, o Charli XCX, Kylie Minogue (che c'era già alla prima ondata di Recession Pop), Dua Lipa, David Guetta.

Il Recession Pop esplodeva la prima volta tra la fine degli anni 2000 e l’inizio dei 2010, come reazione alla crisi finanziaria globale iniziata nel 2008. Oltre a ritornelli immediati e musicalità orecchiabile, la caratteristica principale è la frivolezza. I testi scanzonati dei brani che rientrano in questo sottogenere esaltano o comunque parlano di argomenti gioiosi come libertà, vacanze, feste ponendosi in netto contrasto con la realtà economica nella quale, in effetti, nascono.

E non è un caso: durante un periodo di disagio economico, le etichette discografiche e gli/le artisti/e puntano sull’evasione accontentando un pubblico che cerca antidoti e anestetici. Ecco che, per esempio, sul finire degli anni Dieci del Duemila - fase di picco del fenomeno - si ascoltavano Lady Gaga, i Black Eyed Peas, Katy Perry, Kesha. 

basta che la crisi sia "percepita"

A partire dal 2012, 2013, il Recession Pop lascia sempre più spazio all'Indie, il soul, l'hip-hop che intanto diventavano mainstream grazie a un crescente senso di lucidità del pubblico che, saturo del clima da party quando evidentemente non c'era niente da festeggiare, andava in cerca di stili più "riflessivi", con testi che più rispecchiassero lo stato d'animo più o meno collettivo. 

Kylie Minogue e Lenny Kravitz - primi duemila
Kylie Minogue e Lenny Kravitz - primi duemila  (getty)

Ma perché ne parliamo: negli ultimi anni, in coincidenza con nuovi timori economici e crisi del costo della vita, stanno tornando a galla brani che strizzano l'occhio al sottogenere tipico della crisi e, anzi, secondo un docente dell'Università di Berkeley non serve essere in recessione reale: basta un clima psicologico di incertezza per generare il desiderio di evasione. Basta la "crisi percepita".

Ma il Recession Pop è davvero tornato? La questione non è solo stilistica o nostalgica, ma riguarda il modo in cui la musica riflette (o anestetizza) il disagio collettivo. Chi sostiene il ritorno di questo sottogenere si appoggia ad alcuni argomenti e il primo è stilistico: le classifiche globali sono piene di brani che rispolverano l’estetica di fine anni 2000 / inizio 2010. C'è poi il contesto: così come nel 2008, anche oggi il pubblico si rifugia nell’intrattenimento leggero quando la realtà economica si fa opprimente. L’inflazione, la stagnazione salariale, la crisi abitativa e il senso generalizzato di “no future” ricordano fin troppo il terreno di coltura del Recession Pop originale.

Il recession pop è tornato oppure no? probabilmente no

In questo scenario, la musica da festa si trasforma di nuovo in medicina simbolica. Infine, i numeri parlano: la ricerca del termine “recession pop” è in aumento online, playlist tematiche proliferano, e i sample anni 2000 invadono TikTok. 

Chi non crede che sia davvero tornato punta a una differenza fondamentale: oggi ci sarà pure (ancora) Kylie Minogue, ma manca l’ingenuità. Quella musica era figlia di un’industria discografica che voleva vendere ottimismo in confezione lucida; oggi, anche quando si balla, lo si fa con consapevolezza e ironia. Artisti come Charli XCX non sono espressione mainstream, ma figure postmoderne che giocano con i codici del pop anni 2000, smontandoli più che celebrarli. Inoltre, il sound è cambiato. I ritornelli ci sono ancora? Non si sa bene, e non c’è più un suono dominante ma mille micro-nicchie. E poi, i testi: se nei testi di Kesha e Rihanna c’era una spensieratezza spudorata, oggi anche il pop ballabile di Charlie XCX si porta dietro echi di frustrazione.

È difficile credere che l’attuale generazione creda davvero alla libertà nel party eterno. 

Quindi, il Recession Pop è tornato? Dipende cosa intendiamo. Se parliamo di sound, iconografia e narrativa edonistica forse in parte sì. Se parliamo di intento, contesto produttivo e spirito dell’epoca: forse no. O forse, ciò che sta emergendo oggi è un nuovo sottogenere: il Post-Recession Pop, che indossa i vestiti della festa ma sa benissimo che distrarsi dai problemi andando ai party non serve a niente se non a prolungare la durata dei problemi.