Apprezziamo l'artista per la sue posizioni politiche, non per la sua arte. E la musica sta finendo.
E allora l'arte che fine fa?
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Gli Oasis cantavano "please don't put your heart in the hands of a rock'n roll band": per favore non mettere il tuo cuore nelle mani di una band, lo butterà via. Ecco, ancora non c'erano i social e ancora non c'era la radicalizzazione. Pare che oggi, rispetto alle icone della musica - o del cinema, del teatro, della letteratura, a infastidire le fanbase sia più l'abbandono dell'ìstanza politica che lo stravolgimento dello stile musicale (o attoriale, o di scrittura).
E per "abbandono dell'istanza politica", intendiamo anche un banale dimagrimento, lì dove il personaggio in questione si era esposto politicamente sul tema della grassofobia. Ma non è che per caso abbiamo vincolato l'apprezzamento o meno nei confronti di un/una artista alla sua aderenza alle nostre radicalizzazioni? Il che, spiegherebbe almeno in parte perché nessuno va più ai concerti, o al cinema, o a teatro: ci basta sentire cosa pensano delle questioni, seguirli sui social e mettere "like" quando si fanno le foto ai pride. E allora l'arte che fine fa?
il "segreto di pulcinella": i sold out dei concerti sono tutti fasulli
Ne approfittiamo per un breve recap: a metà giugno 2025 Federico Zampaglione, cantante dei Tiromancino, ha denunciato su Facebook la pratica dei “finti sold out”, concerti promossi come esauriti quando in realtà non lo sono. Il fenomeno, che pare sia noto da anni a chi lavora nel settore, è tornato d'attualità grazie anche a due articoli di Selvaggia Lucarelli. Con la crisi dello streaming, i live sono diventati la principale fonte di guadagno per gli artisti, ma dopo la pandemia si è creata una pressione crescente a organizzare eventi sempre più grandi e spettacolari. Il risultato? Troppi concerti, location sovradimensionate, biglietti costosi e pubblico genericamente meno entusiasta.
Ma il pubblico perché non è entusiasta? A lavorare dietro le quinte non c'è solo il costo esorbitante del biglietto di un live - del resto risparmiamo miliardi perché non compriamo più dischi - c'è la prossimità. E con prossimità intendiamo la vicinanza del pubblico con l'artista e viceversa.
Gli artisti e le artiste che lavorano nella musica, nello spettacolo, nello sport e ovunque sono a portata di social, loro e le loro idee. Da una parte li percepiamo come accessibili e non siamo più affamate, affamati, della loro arte o dell'esperienza della vicinanza che si ottiene andando ai concerti o a teatro.
Dall'altra sono loro che si percepiscono vicini, vicine, al pubblico e che sia per marketing, che sia perché ci credono davvero, si allineano politicamente al loro target di riferimento. E cosa accade quando sbagliano, quando cambiano idea, quando dicono o scrivono qualcosa che non è perfettamente in linea con il nostro pensiero più o meno radicale? Che finiscono nel nulla. Le carriere musicali durano venti minuti, il tempo di due festival, perché gli artisti sono creati a tavolino da un marketing che lavora per produrre personaggi vicini alle persone grasse, o a quelle lgbt+ o quelle razzializzate. Non più musicisti, musiciste: personalità da social.
alto tradimento: dimagrire, cambiare idea, disallinearsi
La rabbia che scatta è contagiosa. Quando una celebrity prende una direzione che non ci aspettavamo, quando una figura divenuta simbolo del body positivity perde peso, subisce un makeover estetico o cambia messaggio, si grida al tradimento: come se ci avessero sottratto qualcosa di personale. L'attrice Rebel Wilson è l’esempio lampante: dal 2020 avviò il suo "year of health", perdendo oltre 36 kg e parlando in modo trasparente di dieta, salute mentale, stress e persino di Ozempic. La sua fanbase, che la vedeva come un manifesto della normalizzazione dei corpi grassi, si è a un certo punto divisa: c’è chi ha applaudito, altrettanti l’hanno accusata di venire meno all’immagine che l’aveva resa simbolica.
La cantante Lizzo, icona della self‑love plus‑size, ha cercato e ottenuto delle trasformazioni analoghe: ha perso peso, tagliato zuccheri e abbracciato la palestra. I fan più ideologizzati l’hanno accusata esplicitamente di ipocrisia, perché - e la colpa è dei fan - si erano lasciati coinvolgere dall'impegno politico di Lizzo (vero o finto che fosse) quando incoraggiava le persone ad amare e accettare il proprio corpo, non dalla musica che produce. Ora che la cantante si è messa a dieta ferrea, fa sport e si inietta pure l'Ozempic (Lizzo non nega di aver fatto iniezioni di semaglutide) è partito il processo di "defolloware", criticare aspramente, perfino boicottare. Ma a offendersi dovrebbe essere lei: chi la apprezzava esattamente per cosa la apprezzava? Perché era grassa?
Vien da dire che si stava meglio prima, quando le celebrità sembravano appartenere ad altri pianeti: Mina, Greta Garbo, Marlon Brando o perfino la familiarissima Raffaella Carrà, non dovevano rendicontare nessuna coerenza. La gente li amava per il loro modo di recitare, di cantare, per la loro avvenenza o simpatia e non solo per come si ponevano rispetto alle questioni culturali. E il loro distacco generava rispetto e ogni uscita pubblica era una scelta, non imposta dai like.
Oggi i social creano una vicinanza illusoria: vediamo colazioni, commenti politici, workout. E da quella vicinanza pretendiamo coerenza, costanza, identità monolitica. Ogni cambiamento – anche solo di fisico o dieta – diventa un segnale di tradimento. Ma cosa stiamo cercando, eroi ed eroine o artisti e artiste? Perché pare che quello di cui abbiamo bisogno non sia musica, ma un modello a cui affidarci e da seguire ciecamente.
perché abbiamo bisogno di modelli di coerenza e impeccabilità?
Quello che si nasconde dietro queste reazioni spropositate (non parliamo di accuse di violenze o pedofilia, ma di dimagrimento) è una domanda evidentemente più profonda: per quale ragione pretendiamo che gli artisti e le artiste siano modelli. In un vuoto politico e morale in cui siamo sempre più radicali, cerchiamo alleati, alleate, ovunque. E non abbiamo bisogno di “qualcuno che dica la verità” o che sia autentico, autentica, ma di qualcuno che sostenga - o dica di sostenere - ciecamente e senza obiettare le nostre battaglie, quali che siano. E lì dove la verità e l'autenticità umane vengono prese per minaccia o tradimento, il problema si fa enorme.
E le celebrity sono incarnazioni simboliche, non leader con un mandato formale. E la loro evoluzione — compresa la perdita di peso — può essere sincera, salutare, personale. Forse è arrivato il momento di cambiare prospettiva e tornare a separare l’identificazione dall’idealizzazione: le celebrità possono ispirare, ma non dobbiamo attendere da loro verità morali perpetue, etiche d'acciaio, e coerenza politica vita natural durante.
In tal senso, occorre riflettere su cosa ci spinge a sostenere un artista o un'altra: se cerchiamo leader valoriali, meglio rivolgerci altrove — non mancano collettivi, associazioni, attiviste, movimenti e perfino partiti - se vogliamo ascoltare musica o guardare un film allora facciamo quello, limitandoci ad apprezzare chi, dall'Olimpo del privilegio, sceglie di esporsi su questioni politche e culturali.
Come Elio Germano, che non li ha nemmeno, i social, ma si espone politicamente dagli inizi della sua carriera mentre contemporaneamente è un attore straordinario. Abbiamo bisogno di eroi e di eroine perché è nella natura umana, ma non tutti, non tutte, possono esserlo. E va bene così.
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