Separare (o no) l'opera dall'artista: dai film ai romanzi, storie di abuser
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Distinguere l'opera dall'artista potrebbe essere necessario per non privarsi della fruizione di musiche, film, dipinti, romanzi. Ma d'altro canto fruire di determinate opere significa sostenere economicamente e socialmente l'artista e, implicitamente, consentirgli o consentirle di continuare ad abusare della posizione di potere e privilegio che si radica nel suo genio.
tutte le volte che abbiamo "perdonato": da Allen a Polanski
Che siano abusi di natura sessuale oppure che sia uno schieramento politico violento, artisti e artiste sono esenti dal setaccio sociale? Qualche esempio: l'autrice della saga di Harry Potter è dichiaratamente transfobica. Il regista di capolavori come Venere in Pelliccia Roman Polanski ha abusato di una tredicenne. L'artista che ha stravolto la danza, la musica e il concetto di performance Michael Jackson è stato accusato di pedofilia. E come non parlare delle vicende legali che hanno visto coinvolto Woody Allen, le accuse di abusi su Alain Delon, l'antisemitismo di Richard Wagner e Virginia Woolf, la misoginia di Pablo Picasso, le malefatte di Caravaggio e la violenza di Ernest Hemingway? C'è Bill Cosby. Ma pure la cantante Lizzo, recentemente accusata dalle sue ballerine di molestie, grassofobia e razzismo.
L'elenco dei nomi e degli abusi di cui sono colpevoli o di cui sono stati almeno accusati è lungo. Eppure per qualche ragione agli artisti e alle artiste è concesso uno spazio di semi perdono, perché la cancellazione di opere come Manhattan, Thriller, Harry Potter, Les demoiselles d'Avignon sembra troppo feroce, come reazione. E la componente egoistica nel voler ancora e ancora godere di questi prodotti chiaramente ha la sua parte nel processo di perdono. Allora si separa l'arte dell'artista: in questo modo si condanna Roman Polanski ma si continua a guardare Rosemary's Baby, si condanna J.K. Rowling ma se in Tv danno I Doni della Morte non si cambia certo canale.
separare l'opera dall'artista: c'è chi dice no
Le persone contrarie alla separazione dell'arte dall'artista però hanno principalmente due argomenti: il primo è che è impossibile farlo perché l'opera non sarebbe quella che è senza che quella persona specifica sia chi sia. Pertanto, l'artista è l'arte.
L'altro argomento è che è immorale supportare abuser, pedofili, transfobici, razzisti, misogini, assassini, stupratori. Consumare le loro opere (pagare il libro, l'ingresso al museo o al cinema) indipendentemente dalle azioni del creatore significa lasciar andare l'artista senza dargli alcun ammonimento, o peggio, diventarne complici, sostenere il suo stile di vita, partecipare al volume dei fan che rendono quella persona socialmente potente.
La difficoltà di separare l'opera dall'autore o dall'autrice inoltre si ingigantisce davanti alla consapevolezza che molte di quelle opere sono il risultato diretto degli abusi commessi: quante donne, quante bambine e quanti bambini, animali o persone hanno sofferto o sono morte (come nel caso di Caravaggio) lungo il processo creativo di quella canzone, di quel romanzo, di quel dipinto?
Le persone a favore sostengono invece che l'opera d'arte sia un'entità completamente a parte: si può perfettamente apprezzare il Bacco Adolescente senza condonare a Caravaggio le azioni oscene di cui è colpevole.
L'arte quindi può essere consumata indipendentemente da chi la produce anche perché decidendo di fruire solo delle opere di persone con la moralità di San Paolo si perderebbe una quantità monumentale di prodotti. Dovremmo letteralmente buttare a terra edifici, piazze, statue, dare fuoco a romanzi e quadri. Ma c'è anche chi, per esperienze personali o per posizione politica non può e non vuole separare l'arte dall'artista.
il limite necessario e la cultura del "so' ragazzi"
Non siamo, ovviamente, le sole a porci la questione. Claire Dederer è una giornalista americana che ha scritto il saggio Mostri, uscito in Italia per Iberborea. Si domanda appunto quale sia il limite di ciascuno rispetto alle azioni personali di un artista per aggiungere che la domanda stessa è fuorviante. Il titolo del primo capitolo apre immediatamente uno scenario complesso: Roman Polanski, lo stupratore di bambini.
Ma Dederer non elenca soltanto i più noti nomi dello spettacolo e dell'arte, ricordando a lettori e lettrici sia i capolavori che hanno firmato che le colpe di cui si sono macchiati. Dederer affronta il tema della cultura dei consumi, dell'autocompiacimento, del femminismo, della definizione di genio. Ed è questa etichetta il problema, perché perdona e conferisce immunità, consentendo a chi la possiede di farla franca quasi sempre e alla loro arte di restare immacolata, anzi la loro arte ha il potere di lavare via le macchie personali dell'artista. Questa idea di genio è arrivata a incarnare il modello dell'uomo che ancora oggi tentiamo di combattere: l'impenitente, pigro, mascalzone che pensa di poter sempre ottenere il perdono perché “che ci vuoi fare, sono ragazzi”.
il personale è politico?
Qui si aprirebbe una questione parallela, ovvero chiamare “mostri” degli esseri umani che commettono oscenità: farlo significa spostare l'abuso nella cornice della mostruosità, dare all'abuso dei connotati non umani e quindi porre fuori dalle competenze umane anche la soluzione. Invece sappiamo bene che si tratta di pratiche esclusivamente umane e mai mostruose. Ma non è questa la sede e poi ne abbiamo già parlato.
Tornando al dibattito sulla separazione dell'arte dall'artista: cosa facciamo noi, come fruitori e fruitrici, quando veniamo a conoscenza della “macchia” presente sulla vita e indirettamente anche sull'opera di un artista? Noi, come anche Dederer, non abbiamo una risposta perché non esiste una risposta che vada bene per ciascuno. Si tratta di scelte che afferiscono alla sfera intima e personale ma che impattano in quella pubblica e politica. Allora sono scelte politiche? Sì, ma imporre un pensiero privando le persone del diritto di ragionamento e di scelta è una pratica che – come la cancel culture – ricorda un po' troppo i tempi, per fortuna, passati e che non vorremmo tornassero.
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