Il party è servito insieme al caffè: l'Italia scopre il Soft Clubbing ma c'è chi dice no, il (vero) clubbing è tutt'alto
Chiunque abbia fatto il vero clubbing non chiamerà mai "clubbing" il soft clubbing: andare a ballare a mezzogiorno, dissetandosi con spremute d'arancia e cappuccini.
Ovunque si parla Soft clubbing, un desiderio tutto contemporaneo e figlio della cultura del matcha latte che vuole addomesticare la notte. C'è, infatti, chi risponde con un sonoro "no": la club culture è tutta un'altra storia che col matcha latte c'entra molto poco.
Partiamo dal dato: il soft clubbing si presenta come una modalità di far festa a un'orario diverso (tarda mattinata, pranzo), con sobrietà quindi senza o con pochissimi alcolici. Sui post social di chi - da Milano a Bari - sponsorizza questi eventi, si legge che "si balla bevendo cappuccini e spremute".
"La musica non si ascolta, si balla. Così ho reimparato a camminare": Jovanotti sulla riabilitazione dopo l'incidente
il soft clubbing spiegato a chi non ha idea di cosa sia
Se il soft clubbing è davvero questo è qualcosa che esiste da molti, molti anni e non ha avuto bisogno di un nome. Era qualcosa che accadeva e basta e nei centri storici delle città ne sanno qualcosa. Si formava un piccolo assembramento spontaneo attorno ai tavolini di un locale, subito prima di pranzo, nel weekend, qualcuno alzava il volume della canzone giusta e va da sé che la birretta iniziava a fare effetto. Si tirava qualche ora, tra un bicchiere di vino e un altro, con il sole già alto.
Non sono i matinée, attenzione. Sono "festini" protagonisti delle isole del Mediterraneo, delle coste, delle domeniche a pranzo nei vecchi mercati di Palermo (Al Capo c'è "Ballo da Capogiro" dal 2024, con italo disco a palla da mezzogiorno.). Si balla nella tarda mattinata fino a dopo pranzo e poi ciascuno torna a casa, romanticamente allegro, allegra.
Oggi questa pratica ha trovato una definizione grazie al marketing che tutto trasforma: soft clubbing. E, come spesso accade quando una tendenza viene nominata, raccontata e codificata, si è anche spostata. Da episodio spontaneo a format codificato e sponsorizzato, da casualità laterale a fenomeno rivendicato dai locali à la page. Ma il soft clubbing non è entrato nei club, è entrato nei bistrot, nei rooftop, nelle venue che sanno intercettare il desiderio del momento e si allineano alla velocità della luce.
non chiamatelo clubbing: la club culture è un'altra storia
È proprio su questo punto che si concentra la diffidenza di chi, il clubbing, continua a considerarlo una cultura vera e propria. Perché il clubbing, nella sua forma più autentica, non coincide con l'idea di ballare in un locale. È un linguaggio fatto di codici, di rituali, di una certa educazione dello sguardo e del corpo. La sua prima regola è forse la più importante: la centralità della musica. Si entra in un club per ascoltare musica di ricerca, per esprimersi nel proprio corpo e nella propria identità e per lasciarsi guidare da una selezione, da una progressione, da una visione. Chi sta alla consolle non è un accompagnamento all’ambiente: è il centro gravitazionale dell’esperienza e la governa con la sua ricerca musicale.
E ancora: c’è la questione del tempo, che nel clubbing è un elemento decisivo. La notte con la sua magia e le sue viziose promesse costruisce il proprio incantesimo chiedendo devozione e immersione. Il clubbing non è "andare in discoteca" né è banale svago, il clubbing è cultura ed è esperienza. È questo patrimonio simbolico che, secondo molti, il soft clubbing è un fenomeno di marketing oltretutto molto superficiale.
Perché scimmiotta alcuni segni esteriori del clubbing addomesticandoli e piegandoli alle esigenze di una fetta di popolazione che clubbing vero non ne fa. È ovvio che è divertentissimo ballare con la luce naturale del giorno, che è sano farlo bevendo spremute d'arancia e che è meno stancante dedicare all'operazione la fascia oraria che va da mezzogiorno alle 15 che non da mezzanotte alle tre del mattino. Ma è pure ovvio che non è clubbing,
Il soft clubbing intercetta una trasformazione reale del modo in cui oggi si desidera stare insieme. Dopo anni in cui la movida è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso il prisma dell’eccesso e di una certa trasgressione (più narrata che reale) l’idea di anticipare la festa all'ora di pranzo soddisfa una - innescata - voglia di sicurezza e di vita sana. E in questo senso, il suo successo non sorprende: il soft clubbing appartiene perfettamente a un’epoca vocata alla healthiness del matcha latte, alla sostenibilità di spazi pieni di piante rigogliose pensati per finire su instagram.
gli stili di vita healthy della gen z colpiscono ancora
Il soft clubbing è una festa ripulita dai supposti vizi e dai supposti eccessi, alleggerita nelle aspettative, praticamente è una cosa salutare. È evidentemente più desiderabile da molte prospettive ma così rischiamo di dimenticare cosa è la nightlfe. La magia notturna non è come una corsia preferenziale verso l'autodistruzione e i piaceri che concede una notte di clubbing vero non sono per forza sordidi. Anzi.
Le notti possono benissimo essere sane e sicure. il clubbing è storicamente stato uno spazio sano e sicuro in cui essere sé stessi, sé stesse perché la notte perdona, il giorno no. Non è un caso che intorno alla notte e solo dentro la notte siano nate subculture, appartenenze, estetiche, perfino politiche del corpo e del desiderio. Ridurre il clubbing a una versione anestettizata, diurna, analcolica ed epurata significa forse guadagnare in equilibrio (e in transaminasi), ma forse anche rinunciare a una parte di quella libertà che ci eravamo guadagnati e guadagnate. Il soft clubbing, attenzione, non è un nemico del clubbing. Ma non è clubbing.