Sui social le dritte per essere un "vero uomo": la misoginia corre online
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Cosa significa essere un "vero uomo"? Per alcuni, la mascolinità è definita da tratti stereotipati tra cui essere fisicamente forti, esercitare una leadership nello spazio domestico e in quello pubblico e dimostrare aggressività verso le categorie di persone considerate "inferiori" tra cui ci sarebbero anche quei maschi che non sono "veri uomini" perché non aggressivi, non in forma fisica perfetta, senza indole da leader.
Questo concetto di maschile è il perno della mascolinità tossica che, nell'era dei social, viene propagata capillarmente su tutti quei giovani che cercano conforto e riparo dalle ragazze emancipate e dalle femministe: il nemico creato ad hoc per alimentare un sistema in cui i maschi stessi sono sotto pressione affinché si conformino a ideali particolari, spesso ristretti e tradizionali, della virilità. Ma la pressione la esercitano i maschi sui maschi, soltanto che nel gioco subdolo della mascolinità tossica l'idea geniale è stata quella di addossare la colpa della infelicità dei ragazzi con corpi non conformi, reddito basso e indole pacifica alle donne che, nella cultura della mascolinità tossica, sarebbero addestrate a preferire il "vero uomo".
Il "vero uomo" è forte, ricco e aggressivo
Non siamo qui per raccontare la storia di Andrew Tate ma nonostante l'arresto e il ban da tutti i social (tranne da "X" di Elon Musk) continua a essere una figura chiave nel mondo di molti giovani uomini che continuano a fare da ripetitori dei contenuti diffusi negli anni da Tate. In Italia abbiamo una versione più soft di Tate, Walter Nudo. L'attore (?) sui suoi social spiega cosa sia un vero uomo, descrivendolo come "chi ha una forte energia maschile", tra le altre cose.
Andrew Tate invece, è l'ex campione del mondo di kickboxing che è diventato influencer e si proclama orgogliosamente "misogino" e, durante la sua partecipazione al Grande Fratello inglese, ha picchiato con la cintura un'altra partecipante urlandole che non doveva guardare e frequentare altri uomini. Si trasferisce in Romania perché, detto da lui, la polizia è meno attenta al reato di stupro. Però nel 2023 è stato arrestato con l'accusa di traffico di esseri umani e stupro. Tate ha capitalizzato la misoginia online e l'ha portata nel mainstream.
Lui è l'esempio di cosa significa allenare la mascolinità tossica a colpi di misoginia: ha deriso le vittime del movimento #MeToo, critica la cultura woke e sostiene che esiste l'ideologia gender. Inoltre, usa i social per diffondere storie su come le donne manipolano gli uomini. Sostiene, invece, che le donne sono proprietà dell'uomo, che non dovrebbero guidare né uscire se sono fidanzate. Ovviamente, spinge all'estremo il concetto di vero uomo, perché gli uomini "non veri" sono destinati a restare vittime delle angherie e dei soprusi delle donne. La soluzione per gli uomini sarebbe quindi andare in palestra per aumentare la forza fisica, accumulare ricchezze per continuare a essere potenti e chiaramente maltrattare le donne, "altrimenti sono loro che maltrattano te", Attraverso contenuti controversi e provocatori come questi, Tate ha generato (lo dice lui stesso) "milioni e milioni di dollari" .
Quello che stiamo osservando è un cambiamento radicale nel modo in cui molti uomini e ragazzi percepiscono le donne e le ragazze: la misoginia diffusa tramite messaggi come questi, che non sono certo un'esclusiva di Andrew Tate, ha finito per fare inquadrare le donne e le ragazze come il nemico da cui proggersi. E come? Riportandole a quando, come "nei bei vecchi tempi", erano a servizio degli uomini e dei ragazzi, altro che indipendenza economica e spazio politico. Ma il problema vero e di cui gli uomini dovrebbero occuparsi, è che esiste una correlazione tra le credenze estreme e ristrette rispetto a come debba essere e comportarsi un vero uomo e la salute mentale: in Italia si registrano ogni anno circa 4 mila uomini morti per suicidio. ll tasso (grezzo) di mortalità per suicidio per gli uomini è pari a 11,8 per 100 mila abitanti, solo pari a 3,0 per le donne (fonte Epicentro ISS).
La colpa è anche dei social (e dell'algoritmo)
Per come funzionano i social media determinati contenuti arrivano ai ragazzi indipendentemente dal fatto che li cerchino o meno e, grazie all'algoritmo, più ci si sofferma su un tipo di contenuto (anche per disprezzarlo) più verranno proposti contenuti simili. Il problema allora non è tanto la mascolinità in sé, quanto il fatto che nelle comunità digitali esiste una versione unica e dominante di mascolinità accettata che viene costruita e insegnata attraverso comportamenti e atteggiamenti tossici. Comportamenti che sono sempre associati all'essere un "vero uomo". E in merito a ciò sono state fatte ricerche sul campo.
Una di queste ricerche registra come i giovani uomini usino uno schema preciso per diventare veri uomini: "Non esprimere altre emozioni se non aggressività", "rifiuta tutto ciò che è femminile" e "considera la ritorsione come un punto di forza". Ci si aspetta che i ragazzi si comportino da duri e reprimano le altre emozioni, quindi è più probabile che imparino a diventare violenti.
La pressione a "essere un uomo" non è certo una novità: quindi?
Prima dei social media i ragazzi avevano momenti in cui potevano abbassare la guardia, non dovevano costantemente conformarsi e veicolare a un'immagine da duro. Ora, a causa dell'iperconnessione e dell'iperpresenza normalizzata dai social media, la pressione non smette mai: non si smette mai di interpretare il ruolo del duro, creando e ricreando online un'immagine pubblica di mascolinità associata a violenza e aggressività.
Gli smartphone e i social media sono essi stessi elementi di pressione: il telefono deve essere quello più nuovo (a dimostrazione della ricchezza accumulata) e i canali social devono essere seguiti da più persone possibili (a dimostrazione di egemonia, potere, popolarità). Ma l'età di accesso a questi strumenti si è abbassata e oggi il pubblico è molto più giovane e, sia fisicamente che mentalmente, i ragazzi non possono sostenere il peso della pressione. E diventano violenti con le loro coetanee: è stato normalizzato il controllo digitale, la geolocalizzazione, la gelosia come mezzo per misurare l'amore e perfino la violenza fisica come sintomo di interesse.
Non stiamo dicendo che i social media siano l'unica causa dell'aumento della violenza e della violenza di genere tra adolescenti ma possono intensificare la tossicità della mascolinità e la pressione di dover "essere un vero uomo" che si traducono, inevitabilmente, in violenza e comportamenti violenti.
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