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Quando hai paura vai al bancone e ordina un Angel Shot: una (ennesima) storia di resistenza

Quando hai paura vai al bancone e ordina un Angel Shot: una (ennesima) storia di resistenza
(getty)
La negazione dell'emergenza non fa altro che aumentarne l'entità: se gli Angel Shot sono ancora necessari, le conquiste sociali e civili non sono ancora abbastanza.
di Eugenia Nicolosi

L’Angel Shot non è un drink esotico, magari azzurro, né una moda da bar: è un codice, un grido d’aiuto camuffato in un ordine al bancone. Una forma ingegnosa — ma tragicamente necessaria — di autodifesa in contesti che dovrebbero essere di svago, di incontro, di libertà.

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La storia dell'Angel Shot inizia nel Regno Unito, più precisamente nel Lincolnshire, dove nel 2016 nacque la campagna "Ask for Angela". Era anche questa un'iniziativa partita dal basso, mirata alla richiesta di aiuto - discreta - da parte di chi si sentisse in pericolo nello spazio pubblico notturno. E se prima si "chiedeva di Angela", al personale del bar, della discoteca, del club, ora la parola in codice è "Angel Shot". Sembra un cocktail, ma non lo è.  

Il presupposto è che le persone dello staff, bariste e baristi soprattutto, afferrino il significato della richiesta e si adoperino per aiutare con la stessa discrezione chi ha chiesto il loro intervento: prenotando un taxi, sollecitando la security, accompagnando la persona fuori dal locale o telefonando alle forze dell'ordine. Ne esistono tre varianti, ciascuna simbolo di un pericolo più o meno grave: ordinare un Angel Shot "liscio" equivale a chiedere una scorta o un accompagnamento fuori dal locale. L'Angel Shot con ghiaccio è invece la richiesta di un taxi o di un altro mezzo di trasporto per allontanarsi dal locale. Infine l'Angel Shot con lime segnala un episodio di molestia o un pericolo ancora più grave per il quale si desidera che vengano chiamate le forze dell'ordine. 

chiedere se c'è Angela, oppure un Angel Shot, oppure una pizza

Chiedere una mano in codice, chiedendo di Angela oppure ordinando un Angel Shot, è un'idea che si è presto diffusa oltre i confini Uk. Prima negli Stati Uniti, poi nel resto d'Europa. In teoria, anche in Italia: tra le vecchie pagine web scritte nella nostra lingua, si trovano articoli e forum risalenti a parecchi anni fa e in cui si elencano le varie iniziative promosse per garantire la sicurezza alle donne e alle persone più soggette a molestie, aggressioni e discriminazioni. Ora, il fatto che esistano metodi in codice come l'Angel Shot evidenzia una realtà innegabile: finché occcore ideare soluzioni di pronto accomodo per sottrarsi ai pericoli, vuol dire che quelle che percepiamo come conquiste o risultati sociali non sono né vere conquiste, né veri risultati. 

Il fatto che le donne, le persone lgbtqia+, quelle razzializzate e disabili debbano ricorrere a frasi in codice per proteggersi da persone moleste o da situazioni in cui banalmente viene ignorato il concetto di consenso, è il segno evidente che quella in cui viviamo è una bolla di insicurezza per oltre la metà della popolazione

Ma a essere frustrante, oltre alle circostanze in sé, è il constatare come le esperienze di vita in tali circostanze inumane siano negate, sminuite, derise spesso proprio da chi con il proprio atteggiamento predatorio, molesto, oppressivo, obbliga le donne, le persone lgbtqia+, quelle razzializzate e disabili a inventare metodi sempre nuovi e sempre più fantasiosi per evitare di soccombere.

di cosa parliamo quando parliamo di diritto alla resistenza

Ed è centrale, nella questione: se c’è bisogno di linguaggi cifrati per sopravvivere a una serata al bar, il problema non è più individuale ma sistemico. La frase “C’è per caso Angela?”, usata in bar e discoteche, continua a essere un salvagente per molte. C’è poi il trucco della pizza, reso noto da alcuni casi mediatici: si finge di chiamare una pizzeria per ordinare, ma in realtà si sta parlando con il numero di emergenza, cercando aiuto senza destare sospetti. Un altro esempio è il segnale da fare con la mano, diventato virale durante la pandemia: un gesto in cui si piega il pollice nel palmo e si chiudono le dita sopra, segno internazionale di richiesta di aiuto immediato contro la violenza domestica e non.

Tutti questi strumenti sono preziosi. Salvano vite. Ma sono anche campanelli d’allarme, evidenze del fallimento istituzionale nel garantire alle persone, tutte, il pari diritto di vivere senza paura, di vivere senza ragionare su come chiedere aiuto a estranei, estranee. Il fatto che si debba ancora parlare di questi temi nel 2025 è la prova di una resistenza, da parte della società, a mettere davvero in discussione le sue gerarchie di potere. D'altro canto, c'è l'altra resistenza: quella di una collettività che fa rete, che non rinuncia a uscire, a occupare lo spazio, a mostrarsi, sapendo che lo spazio diventa più sicuro quanto più è attraversato. E sì, nel frattempo serve inventarsi parole in codice.