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Aggiornato il: 4 minuti di lettura

Spazi mediatici ostili, occuparli o non occuparli (su invito)? Dai podcast ai talk show, opinioni a confronto

Spazi mediatici ostili, occuparli o non occuparli (su invito)? Dai podcast ai talk show, opinioni a confronto
(getty)
Visibilità, rappresentazione e delegittimazione: andare o non andare ospiti in talk show e podcast palesemente ostili?
Ne parliamo con le due attiviste Lara Lago e Giulia Paganelli.
di Eugenia Nicolosi

Due persone, due visioni del mondo inconciliabili, un microfono condiviso. E poi via: via libera al confronto, allo scontro, alla performatività dell’opinione. È il wrestling retorico in versione podcast o talk show, dove la posta in gioco sono diritti civili, identità e la possibilità stessa di esistere. 

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Tra i "ring" più colti c'è Piazza Pulita, programma di La7: memorabile il "dibattito" sul ddl Zan nel 2021, come quelli sulla cultura woke e la mascolinità. Nella puntata c'erano come ospiti Michela Murgia e Alessandro Sallusti. La tensione era altissima: Sallusti ironizzava sulla fluidità di genere, Murgia replicava accusandolo di usare il sarcasmo per negare sofferenze reali

La domanda che vogliamo porci è: ha senso oppure no, andare come ospiti in videocast e podcast o talk show in cui il confronto è impostato non come dialogo, ma come terreno ostile, e dove spesso si finisce per subire delegittimazioni, interruzioni e forme di maltrattamento verbale travestite da "dibattito"? Ne parliamo con due voci importanti dell'attivismo che hanno visioni opposte: la scrittrice Giulia Paganelli che parla di grassofobia sul suo canale @Evastaizitta e Lara Lago, body civilist nota come @Lara_lake.

luoghi comuni spacciati per realtà in spazi problematici

Quale sarà il punto di incontro in una conversazione sulla giustizia sociale tra Djarah Kan, scrittrice e attivista italo-ghanese che lavora su razzismo strutturale, colonialismo, identità nere in Italia, genere e linguaggio e il giornalista Alessandro Sallusti, già direttore responsabile delle testate conservatrici Il Giornale e Libero? Eppure gli autori del programma Quarta Repubblica hanno pensato di metterla in scena, quella conversazione.

Programmi della tv mainstream, podcast e videocast, sempre più spesso costruiscono scalette controverse, forzando o comunque incoraggiando un dibatito tra persone che hanno posizioni - e vissuti - diametralmente opposti.

Il che non sarebbe un problema sul piano astratto. Ma lo è sul piano concreto: autori e autrici, conduttori e conduttrici e il pubblico, sono sempre più raramente terzi ed esterni. Così all'attivista di turno tocca fare il gioco del gladiatore, della gladiatrice, tra le bestie feroci per il divertimento altrui (e l'audience). 

Giuseppe Cruciani, conduttore radiofonico e giornalista, e Roberto Vannacci, membro del Parlamento europeo parlano al dibattito intitolato Sicurezza, Green Deal e politicamente corretto: è possibile una nuova Europa?.
Giuseppe Cruciani, conduttore radiofonico e giornalista, e Roberto Vannacci, membro del Parlamento europeo parlano al dibattito intitolato "Sicurezza, Green Deal e politicamente corretto: è possibile una nuova Europa?".  (getty)

La domanda è: andare o non andare come ospite?

A prima vista questi format sembrano l’apoteosi del pluralismo. Si parla di tutto, con tutti e tutte, in teoria. Ma per molte teoriche transfemministe, è una falsa simmetria: mettere sullo stesso piano chi rivendica diritti raccontando il proprio vissuto e chi nega la legittimità di quelle identità non è dibattito, è spettacolarizzazione di un conflitto strutturale in un palcoscenico che di quella struttura si fa megafono.

D'altro canto, ancora troppo spesso gli ospiti invitati a parlare di dirittti delle identità marginalizzate sono persone che di quelle identità non fanno parte. Di diritto all'aborto parlano uomini, di persone nere parlano persone bianche, di persone lgbtqia+ parlano etero, di abilismo parlano normodotati e normodotate. Di grassofobia parlano persone non grasse. C'è evidentemente una mancanza di rappresentazione che pesa poi sulla percezione collettiva del tema specifico

Giulia Paganelli è per il no: "andare significa validare quegli interlocutori"

La posizione di Paganelli è chiara: c’è stato un tempo in cui la postura neoliberale prevedeva di occupare tutti gli spazi possibili per lottare contro l’esclusione di determinati corpi dalle trame sociali. Ma «dal 2016 circa a oggi l’evoluzione delle lotte e la presa di coscienza collettiva, grazie al confronto con le compagne e alla costituzione di gruppi di reciproca esperienza e conversatori ci ha fatto rendere conto di due cose: la prima, la più importante, è che militanza, attivismo e divulgazione su temi sociali hanno bisogno di partire dalla collettività, dalla comunità e che nessuna parla per tutte, ma ciascuna deve avere cura di tutte quando parla».

La seconda, più complicata, «è che non tutti sono nostri interlocutori. Presenziare in spazi ostili e non safe, sfruttando la grande popolarità che questi spazi stanno ottenendo con ritorno del conservatorismo, non significa lottare ma validare l’esistenza di questi spazi come interlocutori e queste persone come interlocutori».

"non vogliono davvero dialogare"

Ma «nessuno di loro vuole dialogare, nessuno si mette in ascolto o ammette la possibilità di mettere in discussione ciò in cui crede - continua - Le persone che militano, fanno attivismo o divulgazione (protodivulgazione) su temi sociali sono chiamate per essere legittimamente umiliate, offese e denigrate col clamore del pubblico. Non è visibilità della lotta, ho sentito questa motivazione, ma se così fosse si dovrebbe avere maggiore cura delle persone che guardano e ascoltano questa fucilazione». Le persone che guardano «non hanno gli stessi strumenti di chi crede di poter evangelizzare le masse sui temi sociali. Possono venire da situazioni di violenze molto gravi legate alla forma del loro corpo, possono aver bisogno di spazi sicuri».

Lara Lago: "guardare il bullo in faccia per guarire"

Spesso ospite di La Zanzara, il videocast di Giuseppe Cruciani, Lara Lago sostiene che partecipare sia utile a portare il messaggio "fuori dalla bolla". Fuori, cioè, dal perimetro in cui viene elaborato, vissuto e condiviso. «Su quel milione e mezzo di ascoltatori che ogni sera si sintonizzano su quel programma, spero che qualcuno si chieda cosa è davvero la grassofobia». E in effetti accade: all'indomani delle sue - sofferte - presenze negli studi di La Zanzara Lara Lago riceve messaggi da parte di uomini - etero, abili, bianchi - che le chiedono consigli su libri "femministi" da leggere.

«La scelta di farlo non è mai presa alla leggera o con grandi entusiasmi ma è il risultato di ragionamenti che nel caso di questo specifico videocast sono durati diversi mesi - spiega - La verità è a me andare fa bene perché è una forma di guarigione rispetto al subire passivamente: vado a guardare il bullo in faccia». 

Nella pratica Lago sottolinea che le ripercussioni sul piano della salute mentale non sono poche: «Andare in quello studio mi condiziona la vita per qualche giorno, sia prima che dopo, e indipendentemente da come va la puntata e da come e quanto ti prepari agli attacchi che ricevo e alla velocità con cui mi sono allenata a rispondere». Nei fatti «Vai a esporti con la tua persona in programmi che sono anche video. A livello personale non ne vale la pena, sul piano del messaggio sì: portare contenuti lì dove non esistono», e dove quando esistono vengono attraversati nei modi più distorti e violenti.

"Body shaming in diretta: non si va per visibilità" 

L'ultima volta che ha parlato ai microfoni di Cruciani un ascoltatore si è collegato in diretta per darle del "boiler". «C'è chi crede che vada per visibilità ma essere esposta continuamente agli attacchi e al body shaming da parte di conduttori e ascoltatori è un prezzo alto da pagare. Vado per portare il messaggio fuori dalla bolla: su un milione e mezzo di ascoltatori a sera, spero che qualcuno si chieda davvero cosa è la grassofobia».

Lago adotta delle precauzioni per proteggere la propria community: followers la cui salute mentale potrebbe essere messa a rischio nel momento in cui i canali di Lara Lake venissero presi d'assalto dai followers di La Zanzara. «Non è un bene per tutte le persone vedere il modo in cui vengo trattata: per questo rifiuto di fare i post social in collaborazione col programma, le "mie persone" non devono essere costrette a interagire con chi banalizza, umilia e attacca. I loro followers sono un esercito di haters».