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Lotto Marzo! Aggiornato il: 4 minuti di lettura

C'è ancora bisogno di parlare (in Italia) di parità di genere?

C'è ancora bisogno di parlare (in Italia) di parità di genere?
(getty)
In Italia abbiamo ancora bisogno di parlare di parità di genere, di leggi e di interventi che migliorino la condizione delle donne? Sì. 
di Eugenia Nicolosi

In un rapporto pubblicato alla fine del 2023, la commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, ha voluto raccomandare all'Italia l’adozione di una serie di misure di sostegno rivolte ai diritti delle persone migranti, delle donne e delle persone Lgbt+. Ma perché, come siamo messe? Ci sono stati dei (notevoli, a dire il vero) progressi compiuti dall'Italia nella promozione della parità di genere e nella lotta alla violenza contro le donne. Ma la commissaria Mijatović ha parlato di “un netto contrasto tra il quadro giuridico e le disuguaglianze, la discriminazione e la violenza subita dalle donne e dalle ragazze”. E per colmare questo divario sarebbe secondo lei necessario ridurre le disparità tra nord e sud, combattere il sessismo istituzionalizzato e gli stereotipi di genere. Oltre che, ovviamente, migliorare il funzionamento di tutta la macchina che si attiva per le vittime di violenza. Ma non solo: Mijatović chiede l'applicazione più rigorosa di leggi che esistono ma che vengono aggirate per migliorare la situazione socioeconomica delle donne e la loro salute sessuale e riproduttiva.

Emiliana Alessandrucci parla di gender pay gap, lavoro di cura e politiche di conciliazione

come siamo messe con la parità di genere?

Infatti la commissaria esorta le amministrazioni locali a garantire alle donne l'esercizio del loro diritto alla salute, un diritto che in Italia comprende l'interruzione volontaria di gravidanza e la contraccezione. C'è poi la questione del reato di stupro: secondo la commissaria per i diritti umani, il nostro sistema giuridico dovrebbe cambiare l'attuale legge sullo stupro perché metta al centro il consenso e non la violenza fisica e invita le forze dell'ordine e tutto l'apparato legale a non praticare la vittimizzazione secondaria quando una donna denuncia di aver subìto molestie o violenze. Infine, secondo la commissaria è necessario che in Italia si crei un istituto nazionale per i diritti umani e che si allarghi l'ala della legislazione contro le discriminazioni, contro i crimini generati dall’odio e contro l’incitamento all’odio in modo da garantire la sicurezza delle persone Lgbt+. Perché queste urgenze? Perché nonostante un punteggio che sembra alto, di 65,0 punti su 100 (l'Italia si colloca al 14esimo posto nell'Unione Europea nell'indice sull'uguaglianza di genere) si tratta di un punteggio che resta inferiore a quello della media dell'Unione Europea: in sostanza siamo indietro (di 3,6 punti). E siamo indietro nonostante il punteggio dell'Italia sia aumentato di 11,7 punti in una decina di anni, perché il settore in cui si è lavorato di più è quello “del potere” pubblico.

abbiamo una premier donna ma la parità di genere nelle case non c'è

Nelle case e nel settore privato le cose sono rimaste pressoché identiche con violenze e discriminazioni sperimentate ancora da moltissime, troppe, donne. Tanto è vero che a guardare bene dal 2019 il punteggio dell'Italia è diminuito di 0,5 punti nel settore del lavoro, settore in cui si colloca costantemente all'ultimo posto tra tutti gli Stati membri dell'Unione: ciò è dovuto agli elevatissimi livelli di disuguaglianza di genere nel sottoambito della partecipazione al lavoro. E accade perché c'è una sproporzione di carico di lavoro domestico. E sì: l'Unione Europea parla proprio di “sproporzione” nel titoletto del report sulla parità di genere. “Le donne sono coinvolte in modo sproporzionato nei lavori domestici”.

Da un lato, durante la pandemia, un numero leggermente superiore di uomini rispetto alle donne ha dedicato più di quattro ore al giorno a fornire assistenza informale a lungo termine ma d’altro canto, il 66 per cento delle donne dedicava già, nello stesso giorno, da una a quattro ore di tempo all'assistenza informale a lungo termine. Nel 2021, il 67 per cento delle donne e il 22 per cento degli uomini hanno riferito di svolgere i lavori domestici completamente o principalmente da soli. Significa che le donne dedicano più tempo ai lavori domestici rispetto agli uomini, con il 24 per cento delle donne e solo il 10 per cento degli uomini che dedicano più di quattro ore al giorno alle faccende domestiche.

A livello mondiale le donne rappresentano il 39 per cento della forza lavoro ma ricoprono solo il 27 per cento delle posizioni manageriali. E anche se in Italia si è registrato un significativo miglioramento dal 2010 al 2017 (grazie all’aumento della quota di donne negli organi decisionali e nei consigli di amministrazione delle società quotate) siamo ancora lontanissime dalla media Europea.

Alcuni dati italiani
Alcuni dati italiani  (nazioni unite)

Forse non tutte sanno che esiste un programma per la parità

L’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 5 è il punto che riguarda la parità di genere tra i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2015. I 17 punti riconoscono che l’azione in un’area influirà positivamente sulle altre e infatti ha creato l'obiettivo 5 – che ha nove obiettivi e 14 indicatori – perché la parità di genere è strettamente legata al progresso sociale ed economico.

Quali sono gli obiettivi dell'obiettivo 5 sulla parità di genere? Porre fine a tutte le forme di discriminazione contro tutte le donne e le ragazze del mondo, porre fine alla violenza e allo sfruttamento delle donne e delle ragazze, eliminare pratiche dannose come i matrimoni precoci e forzati (e le mutilazioni genitali femminili), aumentare il valore dell’assistenza non retribuita (il lavoro di cura) e promuovere le responsabilità domestiche condivise tra tutti i generi, garantire la piena partecipazione delle donne alla leadership e al processo decisionale, garantire l’accesso universale ai diritti riproduttivi e alla salute (aborto, contraccezione, maternità).

Ma le Nazioni Unite come pensano di raggiungere questi utopici risultati? Con tre modalità di attuazione basate sostanzialmente sulla pratica: promuovere la parità di diritti alle risorse economiche, alla proprietà e ai servizi finanziari per le donne, promuovere l’empowerment delle donne attraverso la tecnologia e adottare e rafforzare le politiche per l’uguaglianza di genere e sostenere le leggi per applicarla. Tutto questo, da progetto, dovrebbe essere portato a termine entro il 2030. Ma a soli sette anni dalla fine, solo il 15,4 per cento degli indicatori dell’Obiettivo 5 con dati sono “sulla buona strada”, il 61,5 per cento è a una distanza moderata e il 23,1 per cento è molto lontano.

In molti settori i progressi sono stati troppo lenti e oggi è stato calcolato che ci vorranno circa 300 anni per, ad esempio, porre fine ai matrimoni precoci, 286 anni per colmare le lacune nella protezione legale ed eliminare le leggi discriminatorie, 140 anni perché le donne siano rappresentate equamente in posizioni di potere e leadership sul posto di lavoro e 47 anni per raggiungere una rappresentanza paritaria nei parlamenti nazionali. Altro che 7 anni. Altro che 2030.

E questo accade nonostante quella che sembra una crescente consapevolezza. Ma le prove sull’efficacia delle strategie di prevenzione, i progressi nella riduzione della violenza contro le donne e le ragazze negli ultimi due decenni sono evidentemente inadeguati. In Italia come a livello globale, dove nel 2000, il 35 per cento delle donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni con un partner aveva subìto violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner maschio o ex partner nel corso della propria vita e il 16 per cento aveva subìto questa forma di violenza all’interno della propria vita. E sappiamo che la violenza di genere è stata esacerbata dalla pandemia.

Mancano le leggi per la parità in Italia?

Semmai mancano le leggi contro la discriminazione. Ci aveva pensato il deputato del Partito Democratico Alessandro Zan ma la sua proposta è stata bocciata. La cosiddetta “legge Zan” voleva aggiungere al reato di razzismo e di persecuzione religiosa (stiamo semplificando) anche quello di discriminazione di genere. Ma non è stata una proposta ben accolta e oggi l'Italia rientra in quel sorprendente 55 per cento dei Paesi del mondo che non dispone di leggi che proibiscano esplicitamente la discriminazione diretta e indiretta contro le donne. E facciamo anche parte di quel 60 per cento che non dispone nemmeno di leggi che definiscono lo stupro in base al principio del consenso. Quindi sì: c'è ancora tanto bisogno di parlare di parità di genere.