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Alcune Papesse le abbiamo avute davvero: il lavoro di alcune a servizio della popolarità della Chiesa

Michela Murgia
Michela Murgia  (getty)
C'è chi pensa a Giovanna D'Arco. E va bene, ma non c'è stata solo lei.
Dietro la tenuta di questa istituzione millenaria non ci sono velluti, marmi e accordi politici per l'elezione del prossimo Papa: c'è il lavoro - al solito, invisibilizzato - di donne benefattrici, mediche, teologhe, guerriere e di una vera e propria Papessa.
di Eugenia Nicolosi

Giovanna d’Arco è solo uno degli esempi più emblematici di come la Chiesa ha disposto delle donne che hanno lavorato - o come lei combattuto - per la Fede. Relegate a qualche rigo di memoria in fondo a una lapide o sull'opuscolo turistico che racconta aneddoti storici, quando non del tutto ignorate e cancellate.

Alcune donne sono state storicamente indispensabili per la tenuta della Chiesa, per la sua popolarità quando Vescovi e Papi erano distanti galassie, per la costruzione e il mantenimento del rapporti tra l'istituzione, altissima e distratta, e i fedeli, bisognosi di sentirsi visti e ascoltati. 

"Zitta non me lo dice", per ricordare l'importanza dell'attivismo di Michela Murgia

Giovanna: benedetta, maledetta e poi di nuovo benedetta (sempre dalla Chiesa)

Simbolo di devozione e soprattutto di autodeterminazione femminile, Giovanna D'Arco è la prova plastica di come possono intrecciarsi incoerenza e crudeltà quando la Chiesa si sente chiamata a "gestire" una donna potente. La stessa istituzione l'ha osannata, poi demonizzata, giustiziata sul rogo e infine beatificata. Giovanna, che era una giovane contadina convinta di essere stata chiamata direttamente da Dio per liberare la Francia dall'occupazione inglese, fu accolta come una benedetta dalla Chiesa dell'epoca, che vide in lei una martire della fede e una paladina della causa cristiana. Ma una volta catturata e condannata per eresia e stregoneria, la Chiesa, nelle sue sfaccettature politiche e giuridiche, disconobbe il ruolo della giovane, organizzandone l'esecuzione pubblica come un nemico dell'ordine ecclesiastico.

Bruciata viva sul rogo nel 1431, la figura di Giovanna restò avvolta a lungo in un imbarazzato silenzio fino a che, secoli dopo, la stessa istituzione non la beatificò. Era "solo" il 1909. Ci vollero cinquecento anni. 

Caterina che riportò il papato a Roma, Ildegarda e le altre

Caterina da Siena (1347–1380) è stata analfabeta fino a 20 anni ma diventò ugualmente consigliera spirituale di regine, vescovi e Papi. È stata lei — con lettere infuocate e una teologia radicale dell'amore divino — a riportare il Papato da Avignone a Roma. No: se ve lo state chiedendo, Caterina non ebbe mai nessuna carica ufficiale e non indossò mai alcuna tonaca.

Idegarda di Bingen (1098–1179) la Benedettina visionaria, guaritrice, musicista, filosofa, corrispondente di Papi e imperatori. La donna fondò due monasteri femminili e parlò di Cosmo, sesso, medicina e morale con una libertà che perfino oggi sarebbe considerata inopportuna, nei labirintici spazi Vaticani. Scrisse opere scientifiche, oltre che teologiche, lasciando alcuni libri definiti "profetici" tra cui il Liber Divinorum Operum ("Libro delle opere divine") in cui viene rappresentato l'Adam Qadmon cabalistico. In tutto ciò, gli alti vertici ecclesiastici si riunivano per chiedersi se le donne avessero un’anima oppure no. Non per nulla era in aperto contrasto con il clero. La donna riuscì a ribaltare il concetto monastico di allora preferendo una vita di predicazione aperta all'esterno a quella tradizionale di clausura. Papa Eugenio III - nel 1147 - lesse alcuni dei suoi scritti durante un sinodo e fu eccezionalmente autorizzata a scrivere ed esporre in pubblico le sue visioni. Il suo contributo è stato riconosciuto da Ratzinger che l'ha nominata Dottore della Chiesa nel 2012.

Il monumento a Giovanna D'Arco a Parigi
Il monumento a Giovanna D'Arco a Parigi  (getty)

Elisabetta d’Ungheria (1207–1231) Regina adolescente, vedova a vent’anni, rinunciò a ogni privilegio per curare in prima persona, nutrire, vestire e dissetare le persone bisognose e finì per fondare strutture sanitarie nell'Europa centrale, in nome di Dio e della Chiesa e sostenendo con il suo servizio quelle esistenti. Per chi è devoto, devota, Elisabetta è una delle Sante più popolari e amate. Per la Chiesa, ha meritato secoli di silenzio e vuoti di memoria. 

la prima femminista del Messico è stata una monaca

La monaca messicana, scrittrice e intellettuale straordinaria Juana Inés de la Cruz (1648–1695) difese il diritto delle donne allo studio e al pensiero, sfidando vescovi e inquisitori. Alla fine fu costretta a rinunciare alla scrittura, ma le sue opere filosofiche e poetiche sono oggi celebrate come patrimonio dell’umanità. Al suo tempo, la trattarono da eretica con eccesso di spirito. Da una prospettiva contemporanea, "Sor Juana" è inquadrata nel femminismo anzi le accademiche statunitensi degli anni Venti la proclamano addirittura "la prima femminista del Nuovo Mondo" in particolare per due Sonetti, nei quali elabora un mondo di pari diritti, e per due testi: la missiva di risposta a suor Filotea de la Cruz, in cui difende il diritto delle donne all'istruzione e all'accesso alla conoscenza secondo le inclinazioni che Dio stesso ha dato loro e "Uomini sciocchi", una satira in cui mette in discussione l'ipocrisia maschile dell'epoca

la Papessa: donna Olimpia fuori dalle leggende

La Papessa è esistita davvero, in qualche misura. E non era un grande esempio di bontà. È Olimpia Maidalchini Pamphilj (1591–1657) cognata di Papa Innocenzo X: amministrava i beni, influenzava le nomine, si muoveva nei corridoi del Vaticano con la disinvoltura di un cardinale e dello stesso Papa. La chiamavano per questo “la papessa”. Per questo e per una presenza - sociale, economica, culturale, diplomatica - per nulla discreta. Olimpia non accompagnò soltanto la carriera del cognato Giovanni Battista Pamphilj fino al conclave ma ne orchestro l'elezione. In ragione di tale capacità la donna divenne una sorta di vera Papessa: dominava con risolutezza e aveva poteri assoluti sulla corte papale e su tutta Roma e, perfino sul soglio di Pietro Olimpia, appariva molto più importante di qualsiasi carica: si sapeva che chiunque volesse arrivare a parlare con il Papa, doveva passare attraverso la Papessa.

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Nel Novecento: Madeleine Delbrêl (1904–1964): filosofa, poeta, assistente sociale in Francia, visse tra gli atei e i marxisti portando il Vangelo fuori dalle sacrestie. Non fu mai religiosa, né studiata nei seminari. Ma la sua spiritualità è stata concreta, urbana, scomoda e oggi è considerata profetica. Come lei sono migliaia le donne, oltre che le suore missionarie, che viaggiano e lavorano con dedizione e spirito di servizio pressoché ovunque, soprattutto negli spazi più difficili, per fondare scuole, aprire luoghi di incontro e ascolto, radio comunitarie che garantiscano il diritto all'informazione, rifugi per donne maltrattate, persone fragili, persone povere. 

Donne che vivono e muoiono nel Vangelo, senza mai vedere il proprio nome stampato su un documento vaticano. Tutte queste donne — e potremmo citarne centinaia — non hanno mai avuto diritto di voto nei Sinodi, né ruoli ufficiali nella Curia romana. Non potevano né possono dire messa, diventare vescove, cardinalesse, Papesse. Alcune, storicamente, non hanno nemmeno potuto firmare con nome e cognome le proprie opere, lasciando che la storia ce le restituisse. La loro esclusione sistemica, teologicamente mascherata da “complementarietà”, è una ferita che non si sana con qualche nomina simbolica o un elogio tardivo

le grandi escluse di oggi: suore volenterose, intellettuali focose

E poi ci sono le donne di oggi, le nuove "grandi escluse", che spesso agiscono fuori dai circuiti ufficiali ma non per questo sono meno decisive nella costruzione dei rapporti tra la Chiesa e i popoli, nella tenuta quindi di un potere (anche politico) del Vaticano. Le donatrici e benefattrici silenziose, spesso anziane, che tengono in piedi parrocchie, oratori, missioni e conventi con offerte regolari, lasciti postumi di grandi patrimoni e tempo dedicato al volontariato. Donne che fanno economia ecclesiale in cambio di una targhetta in ottone, quando va bene, sulla panca della parrocchia. Ci sono le storiche e teologhe laiche, come Elizabeth Johnson o Tina Beattie, che studiano Dio con la stessa serietà dei teologi d’altri tempi, ma che si vedono spesso rifiutate dagli ambienti accademici ecclesiali per “inadeguatezza dottrinale” (leggiasi: sono donne e fanno domande giuste).

E poi un pensiero non può che andare a Michela Murgia, laica, scrittrice, femminista, che con il suo libro God save the queer ha fatto qualcosa che pochi ecclesiastici oggi riescono a fare: avvicinare al discorso teologico chi si sente ai margini della Chiesa, se non addirittura - e ben donde - espulso. Ha portato Dio nei talk show e nel discorso pubblico in modo costruttivo e non dogmatico, mettendo il catechismo in discussione non per distruggerlo ma per redimerlo, restituendogli carne, apertura, amore e compassione. 

E qui val la pena di ricordare le attiviste cristiane che lottano contro gli abusi nella Chiesa, che portano avanti battaglie di giustizia all'interno e all'esterno di conventi e seminari, che parlano di diritti, di migranti, di guerre e di accoglienza mentre i vescovi tacciono. Donne che incarnano una fede radicale, spoglia di clericalismo e che fanno Vangelo senza bisogno di mitra dorati o processioni in diretta TV. Se sono loro il futuro della Chiesa è perché le persone hanno bisogno di avere Fede, non toghe e predicozzi. E la Chiesa continua a non volere vedere.