No, le donne non sono tutte straordinarie (e i gay non sono tutti sensibili): la tossicità del "women are wonderful effect"
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Dire che “le donne sono meravigliose” convinti, convinte, di intonare un inno alla dolcezza universale, è una delle pratiche più resistenti del nostro tempo. La psicologia sociale ci avverte che dietro a questa frase, frutto di luoghi comuni e stereotipi, c’è un meccanismo iper tossico.
È il women are wonderful effect, concetto teorizzato negli anni Novanta. Il nodo centrale è che le donne vengono spesso valutate più positivamente degli uomini, non per i loro meriti individuali, ma per l’aura stereotipata di calore, cura, disponibilità che si incolla addosso al genere.
Ed è un guinzaglio. Perché se la “meraviglia” delle donne risiede nella loro supposta bontà, chi non rientra in questa cornice rischia la scomunica sociale: la donna assertiva diventa insopportabile, snaturata, odiosa. Il parallelo con lo stereotipo “i gay sono sensibili” è evidente.
le donne "hanno una marcia in più", "sono fortissime", "accoglienti"
Ma chi? In psicologia sociale c’è questo fenomeno documentato dalle ricerche di Alice Eagly e Antonio Mladinic: in media, le persone attribuiscono alle donne tratti più positivi che agli uomini (calde, altruiste, “migliori” come esseri umani, niente di meno). È il women-are-wonderful effect. All'orecchio distratto sembra una carezza ma funziona come un vincolo: premia il calore, punisce l’assertività e sposta le donne verso ruoli di cura, non di potere.
Non basta dire, dirsi, che “è solo un complimento”: perché già parlando di "donne" come una gigantesca formazione piatta si commette un errore violentissimo. Gli psicologi Glick e Fiske chiamano questa dinamica sessismo benevolo, la faccia educata di una gerarchia che regge perché alterna protezione e squalifica. Offre protezione e benevolenza, appunto, quando le donne “stanno al loro posto”; ma squalifica quando deviano ed escono dal perimetro. Questo schema composto da ostilità versus benevolenza non è una finezza femminista: predice atteggiamenti, scelte organizzative e vite concrete.
Ed è stato misurato, non raccontato, da degli studi accademici. A livello cognitivo, entra in gioco anche il Stereotype Content Model: le categorie sociali vengono valutate su due assi, calore e competenza. Gli stereotipi “paternalistici” assegnano alto calore e bassa competenza. Tradotto: le donne sono “persone brave, ma non adatte a comandare”. È il meccanismo che fa applaudire le donne “accudenti” e storcere il naso davanti a quelle che prendono decisioni, posizioni, potere.
i gay "sono sensibili", "hanno senso estetico", "sono simpatici"
Ora il parallelo con “i gay sono sensibili” è evidente. Anche qui, etichetta apparentemente positiva: più empatici, più bravi nell’ascolto, più “portati” per il lavoro emotivo. Nel momento in cui quel tratto diventa prescritto, però, produce esclusione. Studi mostrano che gli uomini gay vengono percepiti come più gentili e quindi giudicati più adatti, per esempio, a ruoli manageriali femminilizzati, meno a quelli percepiti come power-oriented. E non è folklore: è ciò che succede nelle valutazioni reali.
E quando si entra nel mercato del lavoro, la questione smette definitivamente di essere semantica. L’audit study di András Tilcsik ha mostrato discriminazione all’assunzione contro candidati apertamente gay, con variazioni geografiche legate a norme e atteggiamenti locali. Non perché “mancano di competenza” ma perché non corrispondono al pacchetto culturale “virile = adatto a guidare”. Qui lo stereotipo della sensibilità, che molte persone vendono come plus, interagisce con presupposti su maschilità e leadership e genera svantaggi economici, sociali, psicologici, culturali.
Perché i “complimenti” fanno danni? Perché non sono complimenti.
Includere in una valutazione, anche se positiva, una intera categoria demografica (donne etero, donne lesbiche, donne trans, uomini gay, donne nere, uomini asiatici e così via) non significa fare un complimento, significa manipolare la realtà appiattendo la varietà individuale allo stereotipo. Significa imporre aspettative. Le donne “devono” essere accudenti; i gay “devono” essere sensibili. Il prezzo della devianza, altrimenti, è il biasimo o la squalifica.
Quando una donna guida con fermezza un'azienda o un uomo gay non è accudente e non ha senso estetico, violano lo script immaginato da una società che in pratica glielo sta imponendo e racconta, piattamente, categorie sociali che non conosce banalmente perché non si può conoscere una intera categoria sociale. Lo stesso vale infatti quando si dice "a tutti gli uomini etero piace il calcio". Insomma è una depersonalizzazione bella e buona.
Le “lodi” rivolte a un intero gruppo sociale segnalano che chi ne fa parte non viene visto, vista, come individuo. Dietro il complimento c’è infatti un giudizio negativo latente e la riduzione a etichetta, è l'esplicitaizone di bias.
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