Il potere della tenerezza: luci ed ombre della cultura “cute”
Dai video di cuccioli su TikTok all’estetica girly, dai peluche ai Funko Pop: la carineria al giorno d’oggi è ovunque e soprattutto contagiosa. Ma qual è la psicologia dietro la nostra ossessione per la dolcezza? E quali sono i suoi benefici? Nascono i “Cute Studies”, pronti a spiegarci cause ed effetti di questo fenomeno globale, anche quelli più indesiderati.
Secondo Hiroshi Nittono, direttore del Laboratorio di Psicofisiologia Cognitiva all’Università di Osaka, “in una società spesso stressante, le persone iniziano a cercare qualcosa di caloroso, tenero e delicato che possa calmarli e lenire le loro ansie”.
Video - Biscotti rosa a forma di cuore!
L’arma più potente della contemporaneità: la tenerezza
Combattere la quotidianità in una società che non può fare a meno di apparirci come sull’orlo del collasso a colpi di dolcezza: questa è la ricetta per sopravvivere (temporaneamente) allo stress di ogni giorno, a detta dello studioso. La teoria riuscirebbe, in effetti, a spiegare l’immensa popolarità guadagnata sul web dei video che ritraggono cuccioli di animali o pupazzetti colorati o, spesso, anche bambini. Le cifre? Oltre 65.000 video su TikTok marcati dall’hashtag #cute, “carino”, con picchi di 700 miliardi di visualizzazioni.
Perché “cute” è ovunque?
A prescindere dalla rete, innumerevoli settori sono invasi dalla sempre più pervasiva estetica “soft" e “adorabile”. Gioielli di perline colorate, capi “fuzzy”, pelosi... E non è forse vero che una mascotte coccolosa riesce a renderci appetibile qualunque cosa? Richiamiamo alla mente l’iconico uccellino italiano dell’acqua Lete o l’orsacchiotto dell’ammorbidente Coccolino. Era inevitabile che anche gli scienziati si interessassero al fenomeno, iniziando ad interrogandosi sulle cause di questa attrazione umana per tutto ciò che ci appare dolce e carino.
Le caratteristiche universali degli esseri adorabili
Come possiamo definire l'aggettivo “carino”? Ci sono forse delle specifiche caratteristiche che gli esseri umani associano alla tenerezza? I colori chiari, il pelo morbido, le rotondità potrebbero essere dei validi esempi, ma qualcuno, nel 1940 - nello specifico lo zoologo Jonrad Lorenz - stabilì una serie di criteri “scientifici” in grado di scatenare in noi una dolcissima attrazione fatale: occhi grandi, naso e bocca piccoli, guance rotonde e corpo paffuto, andatura stabile e incerta. Tutti elementi che solitamente riscontriamo nei cuccioli delle specie animali, compresa quella umana. Questi fenotipi sono in grado di suscitare nell'essere umano un vero e proprio istinto di protezione e cura, analogo a quello che si attiva alla vista di un bambino indifeso.
Verso l'uniformità di giocattoli e cartoni animati
Più ci addentriamo nell’ “Era della carineria” che domina la nostra contemporaneità, più possiamo riscontrare (per esempio nei peluche o nei personaggi dei cartoni animati) una graduale ma universale accentuazione di questi tratti. Se prima i pupazzi erano piuttosto antropomorfi, dalle forme variegate e “uniche”, oggi la produzione vincente si focalizza su giocattoli dall’estetica standardizzata (facile e veloce da replicare), che guarda caso comprende un corpo rotondo, occhi grandi, naso e bocca dalle dimensioni infinitesimali - se non completamente assenti - alla maniera dei Funko Pop.
La storia della “cuteness” e l’avvento del kawaii
La passione dell'umanità per la “cuteness” non è faccenda recente: a testimonianza di ciò, basta aprire un libro di storia dell’arte, occidentale o orientale che sia: lo troveremo colmo di artisti che hanno dedicato la loro intera carriera artistica a dipingere gatti, come Louis Wain, o cuccioli, come gli artisti giapponesi del Periodo Edo. Il professor Joshua Paul Dale sostiene addirittura che “l’ossessione durata oltre tre secoli del Rinascimento e del Barocco per i cupidi, teneri bambini alati” sia un segnale lampante del fascino umano per la tenerezza. Tuttavia, l’esplosione di carineria del momento deriva soprattutto dall’avvento della subcultura kawaii giapponese, ormai divenuta di prominenza globale. Non neghiamolo: non siamo forse tutti ossessionati dai Pokémon?
l fenomeno kawaii: cos’è e come è nato
Il kawaii è un fenomeno di cultura popolare giovanile nato negli anni ‘80 in Giappone basato su una tipologia di personaggi anime e manga ed un determinato stile di moda. Rigettata inizialmente come frivola e derisibile per timore che trasmettesse un’immagine infantile e “femminile” del Paese, divenne presto una vera e propria strategia di “rebranding” nazionale per ripensare il Giappone in un’ottica meno seriosa e più giocosa: un cambio di paradigma dal codice d’onore dei samurai e l’alleanza col nazismo a Hello Kitty e Doraemon, ambasciatori culturali dal potentissimo appeal per gli adolescenti di tutto il mondo.
Kawaii, l’emozione “graziosa”
Ma kawaii non è mai stata solo un’estetica: è un modo di sentire. In giapponese, originariamente la parola esprimeva un aggettivo “affettivo”, in grado di esprimere uno stato d’animo nei confronti di un oggetto. Kawaii insomma è qualcosa che si può percepire, l’emozione graziosa e carina che viene scatenata in presenza di qualcosa di tenero, la stessa che ti spinge ad accarezzare un animale o a stringere le guance di un bambino. Secondo alcuni studiosi, questo sentimento può avere degli effetti calmanti e positivi sul comportamento di chi lo prova, poiché in grado di risvegliare un profondo senso di connessione e legame tra esseri umani ed attingere ad una dimensione spesso trascurata ed eclissata nel nostro presente.
I potenti effetti della carineria su di noi
Secondo i “Cute Studies”, la nuova branca di ricerca nata da questa tendenza, l’effetto carino può avere un notevole impatto sulla nostra vita – in positivo. È dimostrato che i partecipanti agli esperimenti condotti sul tema, ad esempio, hanno riscontrato un aumento dei propri livelli di energia e un generale miglioramento dell’attitudine (come meno stress e meno frustrazione) a seguito dell’esposizione a video di gatti o alle espressioni facciali messe in atto da infanti. Le foto dei cuccioli sono inoltre un potente stimolante per la memoria: sono in grado di incrementare la concentrazione, la capacità di assorbire i dettagli e, più in generale, sono direttamente correlate con migliori performance in ambito lavorativo.
La spiegazione scientifica
Secondo le ipotesi del professor Nittono, lo stimolo-carineria scatena un impulso: quello di approcciare l’oggetto, o per lo meno averne l’intenzione. “Il kawaii non solo ti fa desiderare di abbracciare fisicamente ciò che è carino, ma attiva anche un istintivo bisogno di protezione. Questa necessità protettiva potrebbe essere il motivo per cui il kawaii ci rende più attenti e concentrati.”
Si può usare il “cute” per rendere il mondo un posto migliore?
Lo scopo di queste ricerche non è, ovviamente, saziare la curiosità di un gruppo di scienziati ma arrivare a declinare gli effetti benefici dell’estetica “cute” in azioni radicali di miglioramento verso noi stessi e il mondo che ci circonda. Ecco l’esempio più semplice ed immediato del mondo: mettere degli sticker di tartarughe cartoon sui bidoni della spazzatura combatte con efficacia lo spreco della plastica ed incoraggia la raccolta differenziata. Per quanti altri buoni scopi le armi graziosità e tenerezza potranno essere impiegate in futuro, portando sensibilità là dove regnano apatia e disumanizzazione?
Il lato oscuro della forza tenera: bello è buono
Come vale per qualunque fenomeno, non tutto può essere rose e fiori, nemmeno per la tendenza più graziosa del momento. Ci sono anche dei risvolti più “inquietanti” della conquista globale della tenerezza. Uno dei rischi è, ovviamente, quello della polarizzazione: non sarebbe la prima volta nella storia che l’estetica fossilizzi nella mentalità comune l’opposizione tra ciò che è bello e buono e ciò che è brutto e cattivo, o, per dirlo con termini moderni, tra ciò che è carino, dunque degno di empatia, e ciò che non lo è. Proprio in un contesto socioculturale in cui è facile diventare desensibilizzati a certe forme di violenza, addestrare la nostra sensibilità su un sentimento “di pancia” anziché su un modo di ragionare ed esercitare senso critico potrebbe non essere l’idea migliore. Qualcuno ha detto, con sagacia: “purtroppo la logica semplicemente non è ‘cute’”.
Il ruolo del consumismo nell’estetica pop
Un secondo angolo d’ombra potrebbe essere la strumentalizzazione del kawaii e della tenerezza da parte della macchina capitalista, che nutre gli appetiti di dolcezza del pubblico per produrre comportamenti consumistici: è l’esempio della Nintendo, ma anche di innumerevoli altre industrie in ogni settore. Se trovo adorabile un oggetto, da un’agenda ad un costume da bagno, è ovvio che vorrò esserne in possesso, senza chiedermi se esso mi sarà utile in qualche modo o se ne farò uso a lungo: questo abuso di un’estetica che strizza l’occhio al consumatore finisce così per alimentare consapevolmente il materialismo rampante, oltre a rinforzare nelle persone il meccanismo di gratificazione istantanea all’acquisto.
Il tenero non ha età: la feticizzazione di un’estetica in chiave pedopornografica
L’ultima nota dolente è forse la più controversa. Originariamente, il mercato target per questi prodotti era, per l’appunto, quello di bambini e adolescenti, con una particolare attenzione per l’audience femminile. Finché qualcosa non è mutato: i ragazzini e le ragazzine sono cresciuti e i gadget “teneri” o “cartoon” hanno iniziato a divenire appetibili anche per la fascia degli adulti. La conseguenza di questa compenetrazione di mondi è la feticizzazione di una determinata estetica: dalla pornografia hentai, che ha spesso come protagoniste giovani ragazze minorenni che rispecchiano i canoni kawaii, ai professionisti del sesso specializzati in cosplay di personaggi dei cartoni animati, fino allo stile fashion Lolita, originariamente nato dagli influssi della moda di età Vittoriana ed Edwardiana. Più questi canoni di “dolcezza” e “tenerezza”, originariamente legati al mondo dell’infanzia, si legano a contenuti per adulti, più la potenzialità di normalizzare comportamenti sessuali devianti come la pedofilia si concretizza. Non è un segreto che esporre i propri figli sui social, al giorno d’oggi, sia estremamente pericoloso: gli adorabili video di bambini realizzati forse con leggerezza ed innocenza e postati su TikTok sono una delle principali fonti di materiale pedopornografico della contemporaneità.
Quanta tenerezza, insomma, è troppa tenerezza? Esisterà un punto in cui diventa fondamentale per noi recuperare anche il valore del suo opposto?