Parte del gruppo e

Magazine
Forum
Argomenti
Web culture 4 minuti di lettura

Girl dinner, girl math e altro ancora: perché ha senso riflettere sulla girlification dei trend

Girl dinner, girl math e altro ancora: perché ha senso riflettere sulla girlification dei trend
Il mondo di internet è diventato "delle ragazze": ma è davvero un bene che sia così?
di Alice Michielon

 Se cercate su TikTok l’hashtag #girldinner, troverete un numero stupefacente (a tratti, pure, spaventoso): sono infatti 1.9 miliardi le visualizzazioni dedicate a questo trend, nato a maggio di quest’anno ed evolutosi in uno dei tanti, innumerevoli modelli di girlification del web. Ma andiamo con ordine.

Marianna the influenza: "La prova costume è una convenzione sociale"

Mangiare "come una ragazza"

A maggio 2023, un utente di TikTok aveva pubblicato un video della propria cena: una serie di elementi assolutamente aesthetic come la mia manifestation board su Pinterest, posizionati su un tagliere di legno (il charcuterie board di cui tutte le americane sembrano andare pazze, simbolo per loro – credo – di autenticità, genuinità del contenuto su di esso abilmente posizionato). Sopra, roselline di salumi, pickles sott’aceto, formaggi accavallati come un’opera d’arte contemporanea l’uno sopra l’altro, filo di miele a contorno, fragoline perfettamente plasmate dall’esperta mano di una qualsiasi ‘that girl’; il tutto, contornato dall’hashtag #girldinner.

Una cena da ragazze, squisitamente presentata e romanticizzata al punto che, sospetto, sia stato più il tempo della messa in posa che quello della digestione. Lungi da me criticare la scelta di documentare il proprio pasto, ovviamente: sono pur sempre cresciuta con l’idolo delle #foodblogger e con la smania di ricercare il locale più instagrammabile per il mio costosissimo hamburger vegano. Una fase della vita da cui sono uscita illesa, che non rinnego ma che spesso mi fa pensare.


Da quel fatidico video, che è impazzato su TikTok, la nomenclatura si è evoluta in qualcosa di praticamente contrario: la maggior parte delle girl’s dinner che trovate oggi, in prima fila, quando cercate il trend sull’app, sono assemblaggi casuali di cibi pronti, di bibite effervescenti, di snack gustosi e di qualsiasi altro alimento trovato sul fondo del frigorifero. La “cena da ragazze”, oggi, è un inno alla libertà di espressione culinaria nel suo culmine più pigro e, francamente, sincero: non ho voglia di cucinare, non ho voglia di far bello ciò che devo ingerire, e quando mi capita ecco, trangugio due patatine in sacchetto, dell’hummus e una soda.

@highm0rtal

could eat 10 cans of this on its own

♬ original sound - karma carr

L’autrice Talecia Vesico scrive che questa moda non è altro che l’evoluzione, rebrandizzata, del meme dei “depression meals”: e non ci sembra affatto nuova, in effetti, la tendenza che i social ci hanno appioppato di romanticizzare ogni aspetto della nostra vita, a costo di non viverlo o di ritenerlo inutile senza un videomontaggio pubblicato online, e ciò riguarda anche (purtroppo) la salute mentale. Disturbi alimentari compresi.

A cosa ci serve infantilizzarci?

Una critica che è stata mossa rispetto alla #girldinner, infatti, è che essa promuoverebbe uno stile alimentare non sano; non perché non ci si possa concedere di “fare schifo” ogni tanto, come ci ha insegnato lo scorso anno il #goblinmode, ma perché rinforza quello stereotipo per cui ci appare “cool” la figura della ragazza (e non donna) la cui sazietà è maggiormente soddisfatta da una rivista di moda (vedi Carrie Bradshaw in Sex and the City) o da un calice di vino e una rom-com. Per il magazine online Junkee, Merryana Salem dice che, a suo dire, questo “vantarsi” di come si mangi “male” pare una sorta di auto infantilizzazione del sé, un modo per giustificare il proprio comportamento: come se, cito, queste persone avessero bisogno di “gestire le sfide che della vita adulta, precaria nella società del capitalismo dove le pietre miliari dell’adultità come acquistare casa e un salario sostenibile sono diventate impossibili da ottenere, cercando una comunità in cui anche altre persone vorrebbero fare lo stesso”.

Un senso di appartenenza che, tra l’altro, va in opposizione a quello che contraddistingue chi pubblica e condivide video in stile trad-wife content, ossia contenuti che raccontano la moglie tradizionale dal punto di vista femminile: queste donne sono contente (lecitamente) di preparare il pranzo per la propria famiglia, ma molti si sono interrogati su dove stia la linea tra involontaria propaganda ed effettivo piacere, in questi casi.

@haraldtronsli Girl math is a thing. It’s $150 saved, not spent #hero #couple #girlmath #sale ♬ Hero (feat. Josey Scott) - Chad Kroeger

E aggiungo, sull’infantilizzazione; che non sia uno stratagemma del subconscio per mascherare ed estremizzare ciò che siamo, in ordine poi da poter scherzare sul tema e non affrontarlo come un problema (nella dimensione in cui esso diventa tale)? Me lo domando non solo per la #girldinner, ma anche per alti trend di girlification che assediano internet, e che sono platealmente opposti in senso e direzione rispetto a quelli che interessano gli uomini (e no, non i ragazzi) come, per esempio: “Quante volte pensi all’impero romano?”. L’impero romano: un pezzo di storia, simbolo di virilità e forza. Altro che il non sapere fare i conti o il voler un lavoro facile e senza sbatti.

Non c'è genere che tenga, ma TikTok sembra non capirlo

Perché esiste un mondo che va oltre i taglieri con abbinamenti culinari stravaganti, e che riguarda un’epidemia di massa del termine ‘girl’. Parte dal linguaggio queer, anni fa, e oggi ce lo ritroviamo ovunque come aggettivo, con più o meno senso. Ci sono i lazy girl job, ossia quei generi di lavori come la segretariA, lA receptionist o simili che presentano un buon stipendio (quanto meno negli Usa; qui è un po’ diverso) poiché in grandi aziende ma che, in realtà, non conferiscono grosse responsabilità né necessitano di competenze specifiche.

Un trend che si affianca a quello del quiet quitting e che va contro le dinamiche performative del mondo lavorativo, e non solo, di oggi, ma i cui video raccontano di una generazione di ragazze che preferisce lavori simili per potersi fare i fatti propri.

E ancora; nulla di male in questo desiderio, che penso scorra in ognuno di noi a un certo punto della propria vita; ma perché questo aspetto deve essere genderizzato al femminile, e brandizzato all’infantile in maniera generica ed estesa? Perché solo "le ragazze" possono non avere ambizioni sulla propria carriera, e non anche gli uomini? Lo stesso vale per la #girlmath, “matematica da ragazze”, ossia quando produciamo calcoli contrari a ogni logica dei numeri per dire “questo caffelatte costa solo tre euro, è praticamente gratis”. Ma non si tratta di una caratteristica femminile, bensì di un meccanismo psicologico di “mental accounting” che operiamo tutti indistintamente, uomini e donne. 

La girlification può diventare un ostacolo

Etichettare come “delle ragazze” questa serie di comportamenti, e altri ancora (vedi: hot girl summer, feral girl summer, clean girl, that girl e così via) non fa altro, spesso, che dare maggiore spessore a una serie di stereotipi che comunque, da tempo immemore, stiamo cercando di scrollarci di dosso. E se è vero che l’utilizzo di un termine comune, che identifichi un collettivo, è un utile stratagemma per cancellare la vergogna di certe proprie abitudini e trovare conforto nel simile a noi, ciò non significa che non dobbiamo prestare attenzione al momento in cui tutto ciò rischia di rivoltarsi contro di noi. La girlyhood è una comunità che desidera raccontarsi con autoironia e leggerezza, impossessandosi di un termine che spesso è stato utilizzato con accezione negativa dalla società e che oggi trova nuova linfa vitale; che c’è di male nella mia cena, nel modo in cui gestisco i miei soldi?
È un filone dell’empowerment femminile importante, delicato e ambiverso. A partire dal fatto che nessuno di questi trend porta con sé il termine "woman", donna: eppure, quasi tutte quelle che partecipano all'hashtag sono, in effetti, donne. Allora, da nuovo strumento di auto affermazione la parola 'girl' si trasforma, di nuovo, in uno sminuirsi, un non prendersi sul serio nocivo; perché siamo sciocche, in fondo, a comportarci così. Questo, credo, il problema della girlification.