L'Italia vuole più figli ma non lo dimostra: il congedo negato dei padri e le donne "angeli del focolare"
L’Italia continua a chiedere alle donne di risolvere (da sole) una crisi che è collettiva.
Il Governo Meloni ha avuto l'opportunità per dimostrare con i fatti che la retorica sulla famiglia non è solo retorica, ma non l'ha fatto. Lo scorso 24 febbraio i partiti di centrodestra alla Camera hanno bocciato la proposta di legge sul congedo parentale paritario. L'idea - buona - era di allineare i tempi del congedo dal lavoro dei padri a quelli delle madri. Ma è stata respinta: problemi di soldi che mancano.
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La proposta di un congedo equo tra madri e padri è a prima firma della segretaria del Pd Elly Schlein. Prevedeva quindi l'aumento del congedo di paternità dai dieci giorni attuali a quattro o cinque mesi cioè farlo durare quanto il congedo previsto per le madri. Per coprire le spese era stato previsto un finanziamento di tre miliardi di euro annui.
La bocciatura da parte dei partiti di centrodestra sarebbe legata proprio all'assenza di "coperture finanziarie". Ma non solo: la relazione tecnica della Ragioneria di Stato, con la quale si dimostrava la vuotezza delle casse, è arrivata troppo tardi e non si è potuto ragionare su alternative sostenibili che garantissero l'attuazione della proposta.
donne, fate figli (ma nessuno vi sosterrà)
Italia, anno domini 2026: la spinta a procreare che arriva direttamente dal governo non trova punti di atterraggio nelle politiche di governo. In poche parole: retorica sì, interventi no. L'Italia insomma vuole più figli ma non lo dimostra. L’Italia infatti dice di volere più figli e attua strategie subdole per ostacolare la scelta di donne che non vogliono figli - come la puntuale propaganda antiabortista e i ritardi nella relazione sull'applicazine della legge 194 - ma non mette in pratica nessun tipo di intervento per sostenere le donne che li vogliono.
Il congedo obbligatorio per i padri resta fermo a 10 giorni, ma se davvero l’obiettivo è sostenere la natalità, perché non si interviene sul nodo centrale della questione, cioè la condivisione reale della genitorialità? E dire che gli uomini la vorrebbero: le richieste di congedi di paternità sono triplicate negli ultimi anni.
I dati più recenti confermano che l’Italia continua a registrare un tasso di fecondità tra i più bassi d’Europa (circa 1,2 figli per donna). Il governo ha ribadito più volte la volontà di invertire la rotta, ma il mantenimento del congedo paterno a soli 10 giorni segnala un approccio che non scardina l’impianto tradizionale del welfare familiare, cioè un impianto che prevede l'intero carico di cura sulle spalle delle donne e che si è dimostrato abbondantemente fallimentare. Nel senso: le defezioni degli ultimi decenni sono sostanzialmente dovute a un rifiuto di quel modello.
quei 10 giorni di congedo di paternità che non servono a niente
Dieci giorni di congedo ai padri non hanno mai cambiato né cambieranno gli equilibri domestici, psicologici, culturali e fisici: non modificano la distribuzione del lavoro di cura e non incidono sul divario occupazionale tra uomini e donne. Donne che, infatti, subiscono la child penalty mentre gli uomini no.
Il messaggio di fondo è forte e chiaro: qui in Italia la responsabilità dei figli e delle figlie resta delle donne. Il confronto con altri Paesi europei è illuminante e decisamente infelice (per noi).
In Svezia, il congedo parentale prevede 480 giorni complessivi, con una quota non trasferibile per ciascun genitore. In Islanda e Norvegia, mesi di congedo sono riservati obbligatoriamente ai padri. In Germania, il sistema incentiva economicamente la partecipazione paterna. Questi modelli non nascono per ragioni ideologiche, ma pragmatiche: le ricerche comparative mostrano che dove la cura è condivisa e lo Stato sostiene concretamente la conciliazione tra lavoro e famiglia, la natalità è più stabile e l’occupazione femminile più alta (con relativo aumento del Pil).
Non è un caso che nei Paesi nordici la maternità non coincida automaticamente con l’uscita dal mercato del lavoro. In Italia, invece, la nascita di un figlio rappresenta ancora uno spartiacque nella carriera delle donne.
Le donne: gli angeli del focolare del 2026
Mantenere un congedo paterno (è inverosimile che il problema dei soldi si sia presentato all'ultimo: il governo più ossessionato di tutti dalla procreazione è in carica dal 2022) marginale rafforza un modello sacrificante l’uomo lavora, la donna si occupa della casa. Anche quando entrambe lavorano, è lei a ridurre l’orario, a chiedere il part-time, a sacrificare avanzamenti di carriera.
Le giovani generazioni non rifiutano i figli in sé; rifiutano un sistema in cui diventare madri significa pagare un prezzo sproporzionato in termini economici, psicologici e professionali. Chiedere più figli senza riformare strutturalmente il welfare familiare equivale a dire che va bene che le donne stiano in casa, rivelando un'ideologia di maggioranza politica impiantata sull'angelo del focolare.
Ma la maggioranza delle donne di oggi è laureata, occupata ed economicamente indipendente. Non accetteano facilmente di tornare a un modello preistorico e lo vediamo a ogni report di Istat sull'inverno demografico.
Estendere il congedo obbligatorio dei padri, renderne una parte non trasferibile, incentivare la partecipazione maschile alla cura, investire seriamente nei servizi per l’infanzia e nell'alleggerimento del lavoro di cura sarebbero segnali di un concreto interesse a sostenere la genitorialità. Invece a noi sembra che la scelta di non intervenire in nessun modo riveli quello che c'è realmente sotto: retorica. Una retorica opprimente sulla famiglia e sulla maternità che non trova appoggi e appigli per trasformarsi in atti concreti. Ma la natalità non torna in una parabola crescente con gli slogan o ostacolando il diritto all'aborto: cresce quando lo Stato crea condizioni reali di equilibrio tra lavoro, autonomia e genitorialità condivisa.