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Aggiornato il: 2 minuti di lettura

La creazione del fenomeno del "Maschio performativo" è essa stessa un fenomeno: critichiamo troppo, critichiamo sempre

La creazione del fenomeno del Maschio performativo è essa stessa un fenomeno: critichiamo troppo, critichiamo sempre
(getty)
Una civiltà che passa il tempo a scorticarsi la pelle a vicenda, a smontare persino il modo in cui una persona beve un caffè o racconta un aneddoto, finisce col non avere più spazio per la complessità. 
Ma è nella complessità che esiste l'autenticità: non esistono persone bidimensionali.
di Eugenia Nicolosi

La descrizione ossessiva dei fenomeni sociali, l’analisi senza tregua di ogni categoria umana e di ogni comportamento, alla fine dice più di chi analizza che di chi viene analizzato. Non è tanto il “maschio performativo” a raccontarci qualcosa di nuovo, quanto il bisogno di chi lo mette sotto la lente. Ma andiamo con ordine.

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Il maschio performativo ovviamente non è una categoria clinica né un archetipo mitologico, ma un fenomeno sociale che respira nelle nostre strade, negli uffici e soprattutto sui social network, tra foto con la tote bag, con un libro di Audre Lorde poggiato sul divano riciclato e la capiton su istanze politiche vicine alle compagne femministe.

lasciare in pace il maschio performativo chiunque esso sia

È quell’uomo che, più che vivere, recita. Non parla: annuncia. Non cammina: sfila. Non racconta ciò che ha fatto, ma ciò che deve sembrare che abbia fatto. È l’individuo che confonde la vita con un palcoscenico e sé stesso con un personaggio da ostentare. Esiste? Sì, ma solo dentro ai contenitori politici che lo criticano anzi, che lo hanno creato.

Ma il maschio performativo non è un finto progressista, non fa, insomma, "wokefishing": è semmai il figlio bastardo della cultura della polarizzazione e dei like: la sua identità non esiste senza uno specchio esterno che la confermi e si modella sulla base delle pressioni sociali esercitate da gruppi che vuole compiacere. Insomma il maschio performativo è una produzione interna, nata direttamente dai comizi e dalle assemblee che ha avuto cura di ascoltare.

E alla luce delle pressioni costanti e delle violenze verbali minacciate, non sorprende che qualcuno si rifugi in una semirecita perenne (fingere di essere vicino alle cause è un modo per essere vicino alle cause). Performare per alcuni è il modo più rapido per proteggersi dall’angoscia di non essere all'altezza di un nuovo modello a cui evidentemente si aspira.

chi performa la vicinanza a una causa nei fatti è vicino alla causa

E poi ci sono le critiche: influencer femministe/i, tiktoker e autrici e autori che fanno le pulci letteralmente a ogni espressione, pure a quelle vicine, alleate a loro modo. Ogni gesto, ogni frase, ogni scelta viene vivisezionata per capire se nasconde maschilismo, fragilità, falsità, incoerenza. La lente di ingrandimento non si spegne mai: osserviamo, giudichiamo, etichettiamo. Non si discute più di comportamenti, ma di micro-comportamenti. Non si criticano più idee, ma minimi tic linguistici. 

Una civiltà che passa il tempo a scorticarsi la pelle a vicenda, a smontare persino il modo in cui uno beve un caffè o racconta un aneddoto, finisce col non avere più spazio per la complessità.

Tutto diventa colpa, sospetto, indizio di qualcosa di marcio. Ci si dimentica che l’essere umano è goffo, contraddittorio, parziale. L’errore non è sempre un sintomo di sistema; a volte è solo errore. Il maschio performativo nasce da un mondo che pretende coerenza spettacolare, e poi viene annientato da un mondo che pretende purezza assoluta. È un cane che si morde la coda. E forse il problema non è lui, ma l’ossessione collettiva di trasformare la vita in tribunale permanente, dove tutti sono imputati e nessuno viene mai assolto del tutto.

creare categorie serve a chi le crea per posizionarsi meglio

La mania di classificare, sezionare, nominare continuamente tipi umani è un riflesso narcisistico della società: ci racconta l’ansia di controllo, la smania di vedere ovunque schemi, la paura del caos che ci circonda. E c’è di più: certi fenomeni non esistono fino a quando non vengono inventati. I “maschi performativi” non sono un’entità naturale come i vulcani o i gabbiani; sono prodotti che nascono dentro contenitori politici, culturali, di movimento.

Sono categorie utili a posizionarsi, a segnare alleanze, a puntellare istanze. Ma sono utili a chi le crea, non a chi le rappresenta senza nemmeno saperlo. Che ci sia da ridere e da indignarsi di fronte a chi si finge femminista, progressista o vicino a una causa solo per accaparrarsi consensi è legittimo. Ma il rischio, come sempre, è che dal legittimo sospetto si passi al sospetto universale, come se ogni individuo dovesse superare un metal detector di trasparenza morale prima di poter parlare. Nemmeno la Gestapo avrebbe osato tanto.

Il risultato è una vita pubblica asfittica, in cui nessuno osa più dichiarare convinzioni o passioni senza temere che un tribunale invisibile le radiografi per scovare l’incoerenza latente. Ci siamo convinti che la sincerità non esiste e che l’unica verità risieda nella diagnosi spietata dei comportamenti. Ma così si annienta il rischio, la libertà, l'umanità.