Le casalinghe sono femministe? I litigi dietro al "Femminismo della scelta"
Tra le tante cose, esistono anche i litigi sul cosiddetto "Femminismo della scelta"
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Il “Femminismo della scelta”, volendo italianizzare il termine “Choice Feminism”, si usa per parlare - criticamente – alcune espressioni del femminismo che enfatizzano la libertà di scelta delle singole donne. Nel senso che, a forza di non essere “giudicanti” per raggiungere il maggior numero possibile di alleate, si finisce per depoliticizzare le questioni.
Le casalinge sono femministe?
A usare per la prima volta Femminismo della scelta è stata Linda Hirshman nel suo libro Get to Work: A Manifesto for Women of the World (2006). Lo ha fatto per opporsi alla libera scelta delle casalinghe che lei descrive con “presunta”. Intendendo dire che le donne che fanno le casalinghe non sono poi così libere, piuttosto sono spinte a farlo da un sistema che premia le donne che occupano lo spazio domestico. La sua argomentazione in particolare era incentrata sui danni sociali che derivano dalle donne che sacrificano le proprie aspirazioni di carriera per restare a fare le casalinghe. Il "femminismo della scelta" in sostanza dice che le scelte delle donne, anche quando sembrano limitate e limitanti, sono comunque buone e legittime.
Nel suo saggio Choice Feminism and the Fear of Politics, l'esperta di studi di genere Michaele Ferguson sostiene che il femminismo della scelta emerge in risposta alle fasi di polarizzazione estrema di un femminismo che pare diventare ogni giorno più pretenzioso verso le donne, più radicale e giudicante. E che finisce con l'opprimere quelle stesse identità che si prefigge di liberare dagli schemi. E infatti, “Come fa notare la sociologa Natalie Jovanovsky in Freedom Fallacy, non sorprende che questo tipo di femminismo liberale sia diventato prevalente. Privilegiando la scelta individuale su tutto il resto esso non sfida lo status quo. Esso non chiede un significativo cambiamento sociale, e in realtà compromette l’azione collettiva”. A scrivere è la blogger Anastasia V, nel suo spazio Appunti dalle serate insonni.
se la scelta è libera (davvero) oppure no
L’unico criterio per valutare la libertà delle donne è considerare la loro scelta come una scelta individuale. Per fare questo dovremmo astenerci dal giudicare il contenuto delle scelte che le donne fanno, tenendo presente che per definizione è impossibile per chiunque scegliere la propria oppressione. Quindi tenendo presente anche che tutte le scelte che si fanno sono ugualmente espressioni della propria libertà e quindi da sostenere sempre. Anche se significa sostenere una donna che dice di aver scelto di fare la casalinga. Del resto i movimenti femminili del passato hanno combattuto proprio per liberare le donne dalle imposizioni, per rivendicare la libertà di scegliere anche andando contro una collettività che le vuole in un certo modo, a fare certe cose, in alcuni spazi. E ora che a dire alle donne cosa devono fare sono altre donne che criticano la libertà di fare le casalinghe?
Molte femministe sostengono che l’ascesa di questo “femminismo pop”, non radicale sia in realtà più insidiosa di quanto non sembri.
Prima di tutto perché, sostengono, che le donne non hanno quel livello di libertà assoluta (nel senso non sono prive di condizionamenti patriarcali) che permette loro di fare scelte realmente “libere”. Sì, fanno delle scelte, ma queste sono sempre modellate e limitate dalle condizioni ineguali in cui vivono e crescono: le scelte saranno libere solo quando il patriarcato sarà smantellato, dicono.
Ma prima di tutto, le casalinghe sono libere?
In secondo luogo, secondo alcune è falso credere che più scelte equivalgano automaticamente a una maggiore libertà: questo significa semplicemente vendere femminismo dove c'è solo una maggiore libertà di manovra a livello sociale. Nel senso: ora le donne possono lavorare o restare a casa con i bambini, per esempio, ma questa “scelta” è libera, visto che la crescita dei figli continua a essere considerata un “lavoro da donne”?. E non solo: visto che il sostegno dello Stato è insufficiente e il lavoro di cura è all'80 per cento un carico sulle spalle delle donne, chi “sceglie” di non occuparsi di bambini o anziani è considerata egoista.
Di fatto, questo tipo di femminismo, contrasta con l'idea che alcune femministe ritengono debba essere centrale nel femminismo: sfidare lo status quo. Perché invece di problematizzare le pressioni che la società esercita sulle donne perché appaiano sempre giovani e belle, ha normalizzato la chirurgia plastica perché migliora la percezione che ciascuna ha di sé e quindi alimenta l'autodeterminazione e la propria autostima. Per esempio.
Se il femminismo diventa oppressione
Allora forse è il caso di dividere in due grossi insiemi, con le dovute sfumature nel mezzo, tutte le donne: quelle politicamente attive e quelle che beneficiano delle azioni politiche delle altre. Le prime sono femministe, le seconde no ma godono, a traino, delle libertà per le quali hanno lavorato e lavorano le prime.
Detto questo, nessuno, nemmeno una donna, nemmeno una femminista ha il diritto di giudicare o deridere un'altra donna per la scelta che compie. E dovrebbe essere questo centrale, nel femminismo. Anche se pensa di sapere quali spinte ha ricevuto quella donna dalla società che la circonda e quindi anche quando pensa che lei, al suo posto, si sarebbe ribellata allo status quo. Se una donna vuole spogliarsi, sottoporsi a interventi di chirurgia estetica o dedicarsi solo alla sua maternità, è comunque una donna che va rispettata e legittimata.
Anche se le sue azioni non fanno parte di quella collettiva azione femminista. Azione collettiva di cui probabilmente lei non sa niente o quasi, ma del resto si chiama attivismo perché in cambio non pretende ringraziamenti o servili discepole. Diversamente si sarebbe chiamato propaganda, gerarchia, oppressione. O no?
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