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Chiediamo alle nostre madri come stanno: le donne più grandi non parlano (mai) di salute mentale

Chiediamo alle nostre madri come stanno: le donne più grandi non parlano (mai) di salute mentale
(getty)
Le donne più grandi non parlano quasi mai di salute mentale: uno studio evidenzia come il 64% di esse soffra di disturbi di natura psicologica senza dirlo a nessuno
di Eugenia Nicolosi

Nel dibattito pubblico sulla salute mentale, ormai finalmente sdoganato, resiste un silenzio assordante che riguarda una specifica fascia di popolazione: le donne di mezza età. 

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Secondo un’inchiesta di The Guardian circa il 64 per cento delle donne sopra i 50 anni dichiara di aver sperimentato problemi di salute mentale, in un disagio aggravato da pressioni sociali e carichi di cura ma sul quale persiste un forte stigma che porta molte di esse a non cercare aiuto o a sentirsi non ascoltate.

le donne over 50 sono state addestrate a non parlare di come stanno

Superati i 50 anni, molte affrontano una combinazione complessa di cambiamenti biologici, pressioni sociali e responsabilità familiari che possono incidere - e incidono - sul loro benessere psicologico, oltre che fisico. Ma non ne parlano, condizionate come sono da un impianto culturale che le ha addomesticate al silenzio. L'inchiesta di The Guardian parte dal documento della British Association for Counselling and Psychotherapy (BACP) che evidenzia come le persone più grandi, e in particolare le donne, incontrino "ostacoli" nell’accesso ai servizi di salute mentale. 

E non sono ostacoli fisici, di natura socio culturale: lo stigma, la normalizzazione di stati d'animo infelici, la mancanza di servizi adeguatamente formati e una diffusa percezione secondo cui il disagio psicologico sia una componente normale dell’invecchiamento, soprattutto tra le donne. Questa narrazione contribuisce a ritardare o impedire la richiesta di aiuto, aggravando le condizioni già fragili. Lo stigma sociale gioca un ruolo cruciale.

Le donne di mezza età sono spesso invisibilizzate nei media e nella cultura dominante, che privilegiano la giovinezza e marginalizzano l’invecchiamento femminile, né hanno la mole di influencer e creators che si rivolgono a loro parlando di salute mentale che vantano altre generazioni e che contribuiscono al dialogo collettivo. Di conseguenza, molte interiorizzano l’idea di dover affrontare le difficoltà in silenzio, senza disturbare, credendo che sia un problema individuale (non lo è) e per non mostrarsi vulnerabili.

rompere il silenzio: chiedere alle nostre madri (e amiche) come si sentono

Il silenzio per loro è iniziato con la menopausa, un passaggio naturale ma a lungo stigmatizzato oltre che minimizzato nelle sue implicazioni emotive. Come sappiamo già, accanto ai cambiamenti fisici, molte donne si trovano a sostenere un carico di cura eccessivo e senza pause: spesso sono le uniche responsabili della spesa, della manutenzione ordinaria della casa, dell'agenda della famiglia. 

Spesso si tratta della cosiddetta generazione sandwich, donne che contemporaneamente assistono genitori anziani, il marito - armato di incompetenza - e supportano figli adulti nella gestione dei nipoti. Questo doppio impegno, non sempre riconosciuto socialmente, può generare stress cronico, senso di sopraffazione e isolamento emotivo.

Il documento della British Association for Counselling and Psychotherapy evidenzia come i disturbi psicologici tra gli over 50, in particolare depressione e ansia, siano ampiamente diffusi ma sistematicamente sottodiagnosticati.

Questo accade perché i sintomi vengono spesso confusi con normali effetti dell’invecchiamento o agganciati a problemi fisici, portando a una sottovalutazione clinica in primo luogo da parte di chi li sperimenta. Un altro punto cruciale riguarda l’accesso ai servizi: secondo il report, le persone più anziane hanno meno probabilità di essere indirizzate a percorsi di psicoterapia rispetto ai più giovani.

la salute mentale non può sottostare a regole sociali (e di genere)

Esistono barriere strutturali, come la carenza di servizi specializzati e tempi di attesa lunghi, ma anche barriere culturali. Molti professionisti sanitari, infatti, tendono a privilegiare interventi farmacologici rispetto al counselling, mentre gli stessi pazienti possono essere riluttanti a chiedere aiuto per via dello stigma.

Il documento sottolinea inoltre come fattori sociali quali solitudine, lutto, pensionamento e cambiamenti di ruolo contribuiscano al deterioramento della salute mentale e in particolare, le donne risultano più esposte a queste dinamiche a causa del loro maggiore coinvolgimento nei lavori di cura e delle disuguaglianze economiche accumulate nel corso della vita.

L'isolamento delle donne più grandi, il fatto che non siano abituate a parlare sinceramente di come stanno - nemmeno tra di loro - può trasformarsi in una vera e propria barriera all’accesso al supporto psicologico e quindi a un ritorno a uno stato di salute mentale sano. È urgente, evidentemente, un cambio di passo.