Circeo, 50 anni dopo: la storia, le vittime, i colpevoli e l’eredità di un massacro che cambiò l’Italia
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Oggi ricorre il cinquantesimo anniversario del massacro del Circeo, uno dei delitti più atroci e simbolici dell’Italia repubblicana. Tra il 29 e il 30 settembre 1975, nella villa di San Felice Circeo della famiglia Ghira, le giovani Rosaria Lopez e Donatella Colasanti furono sequestrate, torturate e violentate per ore da tre ragazzi della Roma “bene”: Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira. Rosaria morì, Donatella si salvò fingendosi morta e trasformò la propria sopravvivenza in una testimonianza civile che segnò la storia dell'Italia. Quel caso spaccò la narrazione mediatica, fece emergere il sessismo sistemico della giustizia e inaugurò una stagione di lotte femministe che avrebbero cambiato la legge e la coscienza del Paese.
50 anni dal Circeo: che cosa accadde davvero
Le due ragazze, 19 anni Rosaria e 17 Donatella, furono convinte a seguire i tre giovani con il pretesto di una festa. Appena arrivate al Circeo, furono minacciate con una pistola, spogliate, private dei documenti e rinchiuse in un bagno. Seguirono oltre trenta ore di violenze, percosse e umiliazioni. Rosaria fu uccisa, probabilmente soffocata; Donatella, massacrata di botte, si salvò fingendosi morta. I tre chiusero i corpi in sacchi di plastica e li caricarono nel bagagliaio di una Fiat 127 per rientrare a Roma. Un residente, attirato dai lamenti, diede l’allarme: Donatella era viva accanto all’amica senza vita. L’arresto di Izzo e Guido fu immediato; Ghira riuscì a fuggire.
Le persone coinvolte: il profilo dei colpevoli e il loro destino giudiziario
I colpevoli appartenevano a famiglie facoltose dei Parioli e rivendicavano una cultura neofascista. Angelo Izzo venne condannato all’ergastolo; ottenuta la semilibertà alla fine del 2004, nel 2005 uccise Maria Carmela Linciano e la figlia quattordicenne Valentina Maiorano: un nuovo ergastolo lo riportò in carcere. Gianni Guido ottenne in appello 30 anni al posto dell’ergastolo, evase, fuggì in Sudamerica, fu estradato e rimase in carcere fino al 2009. Andrea Ghira restò latitante per anni; secondo gli accertamenti morì nel 1994 a Melilla sotto falsa identità, con identificazione definitiva tramite DNA solo nel 2005, tra dubbi mai del tutto sopiti.
Le vittime, Rosaria e Donatella
Rosaria Lopez, 19 anni, è la vittima che l’Italia imparò a chiamare per nome. Donatella Colasanti, 17 anni, fu la sopravvissuta che ricostruì con precisione ogni fase del sequestro e delle torture, demolendo in aula i tentativi di capovolgere la colpa sulle vittime.
Cosa fa la sopravvissuta al massacro, Donatella Colasanti, oggi?
Donatella è scomparsa nel 2005 per un tumore al seno.
Come i media raccontarono il Circeo (e perché cambiò tutto)
Dal primo ottobre 1975 i giornali riempirono pagine su pagine. E insieme all’orrore emerse una narrazione distorta: si parlò di “mostri” e “pazzi”, si insinuò che le ragazze fossero in parte corresponsabili per aver accettato quell’invito, si classificò l’episodio come “orgia finita male”. Nel racconto pubblico convivevano classismo e sessismo: i “figli di buona famiglia” venivano analizzati come fenomeno sociologico, mentre alle vittime si chiedeva di difendere la propria “virtù”. Quella stortura rimbalzò nelle aule: in arringa si arrivò a dire che “se fossero rimaste accanto al focolare” nulla sarebbe accaduto.
La reazione femminista: dalla piazza alle aule, fino alla legge
Il processo divenne un teatro politico. Le femministe occuparono lo spazio pubblico e giudiziario, contestando l’idea che lo stupro fosse devianza individuale o patologia. Impostarono una lettura nuova e brutale nella sua semplicità: la violenza sessuale è strutturale, quotidiana, trasversale alle classi, espressione di potere e dominio. Nacquero i primi centri antiviolenza autogestiti, i collettivi si costituirono parte civile, prese forma una “politica dei processi” che, molti anni dopo, avrebbe portato alla riforma del 1996: lo stupro non più “delitto contro la moralità”, ma reato contro la persona. Fu un cambio di epoca, e il Circeo ne fu la miccia.
Donatella Colasanti, la memoria in prima persona
La forza di Donatella fu anche linguaggio: chiamare le cose con il loro nome, rifiutare lo spettacolo del dolore, opporsi alla seconda violenza — quella che processa la credibilità delle donne. La sua testimonianza restò un riferimento per generazioni: non si trattò mai di “un eccesso di sesso”, ma di tortura, disprezzo, potere. La sua morte, nel 2005, consegna al Paese una responsabilità: ricordare non basta, bisogna riconoscere i meccanismi che rendono possibile la violenza e smontarli, ogni giorno.
L’eredità: che cosa ci insegna il Circeo oggi
Cinquant’anni dopo, il Circeo non è un cimelio da teca. È una cartina di tornasole. Ci ricorda che il modo in cui raccontiamo la violenza di genere può salvarci o condannarci: insinuare colpe nelle vittime significa normalizzare l’abuso; trasformare i carnefici in “mostri” eccezionali significa assolvere la cultura che li ha resi possibili. La memoria di Rosaria e la voce di Donatella ci impongono di pretendere linguaggi responsabili nei media, formazione obbligatoria nella giustizia e nelle forze dell’ordine, sostegno reale ai centri antiviolenza. La storia non cambia da sola: si cambia, se la si guarda in faccia. Oggi più di ieri.
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