Bravi ragazzi e vittime perfette: non siamo ancora in grado di scrivere, né di leggere forse, di femminicidi (né di stupri)
E oscilliamo tra due estremi: la favola nera e l’agiografia.
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Raccontare la violenza di genere in Italia significa muoversi dentro una contraddizione costante. Le Carte deontologiche – dal Manifesto di Venezia, alla Carta di Milano, fino alle linee guida dell’Ordine dei Giornalisti e delle Giornaliste – ci chiedono chiarezza, sobrietà, rispetto: non spettacolarizzare il dolore, non umiliare o colpevolizzare la vittima.
Ma osservando il modo in cui i media portano le notizie femminicidi (e stupri) si ha l’impressione che il giornalismo si areni sullo stesso scoglio. Non è tanto l’impossibilità di raccontare senza deformare (molte/i sanno farlo), quanto l’incapacità di trovare un linguaggio che non tradisca né ferisca qualcuno o qualche posizione.
Allora è nell'imbarazzo di leggere descrizioni degli autori dei reati che mostrificano oppure glorificano. Non c'è via di mezzo. Da un lato, gli epiteti che lo disumanizzano: “pazzo”, “branco di lupi”, “mostro”, come se il crimine fosse un’anomalia della natura. Ma i mostri non esistono: a compiere queste violenze sono uomini in carne e ossa, immersi nella stessa cultura che fingiamo di non vedere. E non c'è niente di più complice che ridurre la violenza di genere a eccezione, a devianza.
Dall’altro lato, i racconti che magnificano: il “bravo ragazzo”, il “principe del vino”, il “laureato con lode”. Un registro che non solo stona, ma rischia di rendere il colpevole persino “simpatizzabile”. Insomma a lettori e lettrici potrebbe restare il dubbio che in fondo fosse uno perbene, qualsiasi cosa voglia dire oggi. Solo con qualche difetto (magari mortale).
A volte basta ricordare la nazionalità – “era / è straniero” – e il cortocircuito diventa xenofobia. E qui sarebbe la Carta di Roma a definire come e se scriverlo. Se è disoccupato è ininfluente, o colpevolizzante del sistema o responsabilizzante della vittima, se è ricco allora “ha amicizie importanti che gli coprono le spalle”, "si sente onnipotente". Qualsiasi dettaglio è un possibile trampolino di rivolta. Ci si domanda se non sia meglio tacere del tutto, fino a che poi ci si risponde che tacere non è neutro. Nessuna scelta è neutra.
D'altro canto ci sono le vittime e le sopravvissute: se facevano, o fanno, le sopravvisute a uno stupro, un lavoro socialmente non del tutto accettato la richiesta sembra essere quella di tacere del tutto anche qui, perché si solleva la domanda su "che importanza abbia raccontare che tizia faceva, o fa, la escort". Nella consapevolezza che è la pancia del Paese a non essere pronta ad accettare che chi fa il sex work possa essere vittima. Ma così si alimenta il mito della vittima perfetta: scrivere o non scrivere che a morire, a subire abusi, era una persona e non un totem di purezza? Educare o non educare alla complessità umana?
Se si riportano i messaggi scambiati col partner prima di uno stupro, prima di un femminicidio, il sospetto è che chi scrive voglia insinuare il consenso, la corresponsabilità. Ma se si tace, la vittima sparisce: ridotta a nome in un titolo, inghiottita dall’ombra dell’autore mostrificato o glorificato. Anche questo è un tradimento, ovvio. Anche qui, qualsiasi scelta narrativa appare insufficiente o sbagliata (perché davvero nessuna scelta è neutra).
Gli esempi di scivoloni clamorosi però sono lì, nitidi e indiscutibili. L'ultimo, oltretutto reo confesso, femminicida della Gallura Emanuele Ragnedda è "audace, sicuro di sé e disinvolto", secondo un importante quotidiano. Che menziona il suo successo più grande: un vino da 1400 euro e la spocchia con cui rispondeva "a chi gli chiedeva del suo gioiello". Ed è anche "rampollo di una dinastia di imprenditori geniali" che in sostanza spadroneggiava in Costa Smeralda perché l'ha costruita il nonno. "Chissà se nella lunga lista di qualità figura anche l'aver ucciso una donna", si chiede l'autrice e attivista Carolina Capria. Si chiamava Cinzia Pigna. Lui l'ha sepolta tra i (suoi) vigneti.
Ancora, ma nel senso opposto: Palermo, estate 2023. Un gruppo di ragazzi accusati di stupro viene travolto dalla gogna mediatica prima ancora che il processo abbia inizio. "Sguardo da killer", è stato detto di uno dei ragazzi, la cui foto presa dal profilo social è stata sbattuta in prima pagina. Era già in carcere perché sottoposto alla misura cautelare quindi non ha nemmeno potuto difendersi e il processo sarebbe iniziato mesi e mesi dopo. Aveva ventidue anni, i colleghi che hanno scritto quella pagina violentissima oltre cinquanta e trenta, almeno di esperienza. La presunzione di innocenza, pure scolpita nella deontologia, questa sconosciuta.
E ancora: quanti titoli abbiamo letto sul “bravo ragazzo”, come se il contrasto tra normalità quotidiana e violenza compiuta fosse già di per sé materiale sufficiente a riempire una pagina e dissetare un popolo assetato. Il risultato è un pendolo impazzito. Qual è la cifra giusta? Forse non c’è. O meglio, non esiste come formula preconfezionata, come equilibrio stabile. È una tensione, una disciplina, un continuo esercizio di responsabilità linguistica e culturale che poggia su una vera grande sfida a cui siamo chiamate e chiamati a partecipare collettivamente: smontare la retorica binaria che riduce il colpevole a mostro e la vittima a ombra.
Non per spostarsi verso le acque placide di un compromesso ma per aprire uno spazio di comprensione più ampio: i femminicidi e gli stupri non sono deviazioni inspiegabili, sono il prodotto di un contesto sociale che dobbiamo avere il coraggio di interrogare con le sue complessità. Complessità in cui le vittime e le sopravvissute sono umane tanto quanto gli autori, forse alcune hanno perfino il diritto di essere delle brutte persone, delle ladre, delle traditrici di mariti, delle cape d'azienda insopportabili. Se qualsiasi dettaglio rispetta il principio della continenza, o quello dell'interesse perché legato al fatto, non bisognerebbe avere paura di scriverlo né di vederlo scritto.
La verità è che non siamo pronti, pronte. Non sappiamo raccontare un femminicidio senza cadere nei cliché. Non sappiamo descrivere una vittima senza trasformarla in santa o in colpevole. Non sappiamo parlare di uno stupratore senza farne un demone o un galantuomo. Tutto sarebbe più semplice, e insieme più difficile, se ci ricordassimo che si parla di persone - appunto, non solo dirlo ma anche ricordarlo - non di mostri e sante. Persone con delle vite, spesso banali.
Raccontarle per ciò che sono, senza abbellire né demonizzare sarebbe l’unico modo per restituire la verità. Per quanto orrendo sia ammettere che non è fatta di devianze né eccezioni: persone, cultura, complessità.
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