"Più siamo consapevoli del nostro corpo, più possiamo avere voce in capitolo": Chiara Bersani sulla danza come strumento di libertà e autodeterminazione
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Chiara Bersani attraversa la scena come un pensiero che prende corpo. Performer e autrice tra le più riconosciute a livello europeo, lavora nel campo delle performing arts, della danza contemporanea e del teatro di ricerca, muovendosi con consapevolezza e radicalità lungo i confini – e oltre – di ciò che la società definisce giusto, armonico, possibile. Siamo andati a incontrarla al Book Pride proprio per parlare con lei di corpi e di come usarli per la nostra liberazione personale e collettiva.
Chi è Chiara Bersani, performer italiana con disabilità che riscrive i canoni della danza in Europa
Chiara è una performer con disabilità e il suo è un corpo politico. Un corpo che non chiede di essere interpretato, ma semplicemente di esistere e di esprimersi. Le sue performance scardinano la rappresentazione canonica del movimento, interrogano lo sguardo di chi osserva, e rivendicano il diritto di ogni corpo ad abitare la scena, la relazione, il mondo. Con lavori come Gentle Unicorn — divenuto manifesto della sua poetica — ha riscritto il linguaggio della presenza scenica, decostruendo i codici estetici che spesso escludono ciò che non si conforma. Il suo gesto non è mai solo un gesto: è un atto di resistenza, di dichiarazione, di possibilità.
Nel 2018 le viene assegnato il Premio UBU come miglior nuova attrice/performer under 35; nel 2019 conquista il Total Theatre Award all’Edinburgh Fringe Festival. Ma il suo percorso va ben oltre i riconoscimenti. Chiara Bersani è artista sostenuta dal circuito apap – Feminist Future, e nel 2023 ha esordito anche nel mondo dell’arte contemporanea con la mostra Deserters, alla Kunsthaus di Basilea, in collaborazione con la GAMeC di Bergamo. Nel suo lavoro, vulnerabilità e potenza si intrecciano senza contraddirsi e ogni limite — del corpo, del linguaggio, della società — diventa spazio vivo di trasformazione.
Chi meglio di lei può aiutarci a capire come fare del corpo uno strumento per l'autenticità e la libera espressione? Glielo domandiamo.
In che modo la danza ti ha riconnesso al tuo corpo?
Credo che la danza sia, prima di tutto, una consapevolezza del corpo nello spazio e nel tempo. Una pratica che può riguardare anche la quotidianità, se si riesce a liberarla da tutti quei costrutti performativi e giudicanti che spesso le vengono imposti dall’esterno. Quelli che dicono cos’è giusto o sbagliato, bello o corretto. Quando si riesce ad andare oltre queste sovrastrutture, la danza diventa qualcosa di profondamente sano.
Nel mio caso, da ragazza con disabilità motoria, è stato proprio il contatto con la danza a farmi scoprire l’esistenza di un intero universo di movimenti che, nello spazio pubblico — per strada, nei contesti quotidiani — mi erano inaccessibili o non consentiti. Movimenti a terra, senza carrozzina, movimenti non convenzionali. Nello spazio di ricerca artistica, invece, tutto questo era possibile. Ed è stata una tale liberazione che da quel momento in poi, la danza è semplicemente accaduta. Non ho più smesso.
Oltre alla danza, come possiamo tutti riappropriarci del nostro corpo e dello spazio che viviamo?
Ogni volta che il nostro corpo entra in relazione con un contesto sociale — e qui mi viene in soccorso tutta la filosofia del Novecento — iniziamo, inevitabilmente, a performare. Mettiamo in scena un’immagine di noi stessi: quella che abbiamo interiorizzato, o quella che aspiriamo a diventare. Non credo che questo sia un bene o un male in sé. È un fatto. Un comportamento profondamente umano, sociale. La differenza sta nella consapevolezza: più ne siamo coscienti, più possiamo avere voce in capitolo. Possiamo scegliere se e come aderire a certi significati, decidere cosa ci rappresenta davvero e cosa no, cosa ci rende felici e cosa ci opprime.
Poi, certo, esiste anche una performatività imposta, quella che arriva dall’alto, dai modelli normativi e dagli standard. Quella che pretende risultati, obiettivi, adeguatezza. Ed è lì che la performance diventa tossica. E complessa. Ma non è più solo nostra.
Cosa significa per te essere un corpo che performa, dentro e fuori dal teatro?
Essere una donna disabile mi mette in una posizione particolare. Da un lato, c’è una specie di anarchia che sento dentro di me — volente o nolente — che mi fa stare un po’ fuori dal gioco. Mi dico: "Tanto io quei livelli non li raggiungerò mai”. E allora mi sento in qualche modo alleggerita, quasi salva, estranea. Ma appena alzo lo sguardo — appena quei modelli entrano nel mio campo visivo — diventano draghi. Imponenti, spaventosi. E lì, per affrontarli davvero, ci vorrebbe un lavoro collettivo. Non basta la forza del singolo corpo. Serve che ci siamo tutte e tutti.
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