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Arte che emancipa Aggiornato il: 7 minuti di lettura

Ballare è un gesto intrinsecamente inclusivo? Progettare nuovi modi di esistere per divenire corpi visibili attraverso la danza

La danza come strumento di emancipazione
La danza come strumento di emancipazione  (getty images)
Dalla danza moderna al Vogueing, il ballo si è dimostrato più volte essere uno strumento fisico di emancipazione per gli oppressi, grazie al suo immenso potere di rendere visibili quelle parti del corpo “oscurate” e alla forza dirompente intrinseca nei suoi movimenti. Questo articolo traccia una breve storia della danza come strumento creativo per forgiare nel tessuto del reale nuove fisicità e con esse, idee rivoluzionarie.
di Maya Artusi Moro

Quale bambina non si è improvvisamente sentita rimproverare “Non stare seduta con le gambe aperte!” da un adulto, mentre abitava passivamente il suo spazio o mentre giocava incurante nell’erba? E quale uomo non si è sentito appellare con tono spregiativo “omosessuale”, se si è azzardato a fiancheggiare o a fare gesti ampi con le mani? Questo dimostra che esistono, dunque, delle configurazioni corporee, delle stilizzazioni di atti e di gesti che definiscono, nella società che ci circonda, il paradigma di cosa sia “appropriato” per un genere o per un altro. Queste regole non scritte spesso limitano la libertà e spontaneità nel nostro modo di esprimerci: perciò la danza, con i suoi movimenti dirompenti, è da sempre uno strumento capace di progettare nuovi modi di esistere al di fuori degli stereotipi, creando fisicamente e per mezzo del movimento nuove visioni culturali. Come la danza moderna ai tempi ed il Vogueing oggi, la performance è stata e continua ad essere una potente arma di visibilità e trasformazione per le esistenze degli oppressi. Vi raccontiamo perché, ai giorni nostri, ne abbiamo ancora tanto bisogno.

A testa alta in mezzo alla strada: il fenomeno del Voguing

La performance di genere passa attraverso la stilizzazione dei corpi

Crediamo di essere padroni delle nostre azioni la maggior parte del tempo; spesso le compiamo senza neppure pensarci. Eppure, è capitato a tutti di attuare un gesto impulsivo che ci è valso l’appellativo di maleducati o un’occhiataccia giudicate; forse abbiamo tenuto i gomiti sul tavolo durante la cena o siamo rimasti seduti quando tutti attorno a noi sono scattati in piedi. Esiste, insomma, un agire corporeo stabilito dalla società, una “drammaturgia dell’esperienza”, ovvero un insieme di norme culturali, declinate anche in base al genere che ci viene assegnato, che stabiliscono delle azioni fisiche accettabili o meno. Lo sanno specialmente le persone che sono portate a realizzare movimenti “anormali” e che subiscono, di conseguenza, lo stigma che il diverso si porta inevitabilmente dietro: pensiamo agli incontrollabili tic neurologici di chi soffre della sindrome di Tourette o ai movimenti ripetitivi dello stimming, che le persone autistiche fanno per autoregolarsi, come dondolare o agitare le mani.

I canoni sociali invisibili che limitano i nostri movimenti fisici

Eppure, il nostro corpo non è qualcosa di separabile dalla nostra identità. I suoi condizionamenti, le stilizzazioni imposte al suo agire sono un canovaccio che ci insegna a come interagire a livello sociale, ma che al tempo stesso tende a contenere quegli aspetti irruenti della libera espressione. Ci sono corpi che rimangono invisibili finché non si palesano, per esempio attraverso le manifestazioni o le performance, corpi che si forzano a seguire un copione per uniformarsi agli altri, corpi che non ne hanno la possibilità perché sono costituzionalmente diversi. Tutte queste masse corporee sono segno nello spazio-tempo di un’identità, singolare o collettiva, che può costituirsi in modo nuovo solo quando evade dal tracciato forgiato per lei dalla cultura dominante.

Come si progetta un nuovo corpo per nuove identità che evolvono insieme alla società? Qui entrano in gioco i diversi tipi di danza e performance.

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(getty images)

La storia della ginnastica e la riscoperta del corpo

La rivelazione che le nostre azioni, fino ai più piccoli movimenti compiuti, sono in realtà iscritte in un canone sottointeso, prestabilito dalla cultura dominante, è arrivata a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, con la nascita di una nuova disciplina “sportiva” pronta a gettare le basi per un ripensamento dei corpi e dei loro moti: la ginnastica.

Questa pratica viene al mondo con l’intento scientifico e rigoroso di riscoprire il corpo come strumento di sviluppo armonico della persona e dell’identità, scevra di uno specifico fine atletico o artistico, ma come metodo educativo dell’essere. Per la prima volta, infatti, è aperta tanto alle donne quanto agli uomini. Ma cosa era avvenuto nel mondo che aveva richiesto un tale cambio di prospettiva?

Prendiamo un esempio: i postumi delle campagne militari in terre coloniali avevano generato nei soldati la necessità di vivere la dimensione fisica in modo diverso – per esempio per elaborare i traumi. L’arte, questa volta, non poteva correre in loro soccorso e aiutarli a ripensare il corpo nella sua relazione con il mondo e con gli altri: il teatro e la danza stavano a loro volta vivendo un momento di crisi, imbalsamate com’era in paradigmi secolari di automatismi sedimentati e coreografie rigide che impedivano qualunque autenticità di espressione corporea. Questo laboratorio di progettazione di una nuova identità diventa dunque questa nuova pratica olistica, i cui padri sono Francois Delsarte, Georges Hébert, ideatore del “metodo naturale”.

Costoro iniziano a lavorare sui moti muscolari ed esercizi a corpo libero: qualcosa di semplice e alla portata di chiunque, come le opposizioni tra il rilassamento e la tensione, e sulle corrispondenze tra la sfera intima e interiore e quella esteriore dei gesti. La ricerca si orienta verso ciò che caratterizza l’agire umano nella sua più completa normalità e naturalezza.

Isadora Duncan
Isadora Duncan  (getty images)

La korperkultur: l’orizzonte culturale in cui nasce la danza moderna

Queste idee si diffondono alla velocità della luce e presto generano un vero e proprio movimento chiamato korperkultur, la cultura del corpo. La korperkultur scardina la tradizionale divisione tra danza e ginnastica: alla base dei movimenti non sussiste più una tensione estetica ma piuttosto una energetica che fa sì che i movimenti si trasformano in salti, camminate, corse e libertà prive di schematismi e che i corpi dei danzatori diventino atletici, sportivi. Non esistono più luoghi chiusi per simili pratiche: l'energia viene ricercata e prelevata dalla natura, attraverso esercizi a corpo nudo in località naturali.

È così che nasce il laboratorio fisso di Monte Verità, una comune svizzera di artisti e liberi pensatori, influenzati da ideali di primitivismo, vegetarianesimo, teosofia, pacifismo, naturalismo e proto-femminismo, che vogliono ripensare il loro corpo come nuova identità sociale e politica. Da Monte Verità passa anche Rudolph Laban, uno dei padri della danza moderna.

Bess Mensendieck, la fondatrice della ginnastica

Tra le fondatrici della ginnastica c’è anche una donna newyorkese: Bess Mensendieck. Nel tentativo di emanciparsi dall’omologazione alla fisicità imposta alle donne, divisa tra seduzione e castrazione obbediente, Bess struttura i primi esercizi fisici che riguardano la zona del bacino; un’area assolutamente “bloccata” per le donne “rispettabili” che avevano vissuto fino a quel momento.

Con questo anticiperà il lavoro che la danza moderna farà in direzione di una riscoperta dell’erotismo, contro il blocco imposto dalle forme eteree e pure della danza classica, corrispondenti alla cultura del buon costume dell’imborghesita società vittoriana, che voleva ogni istinto castrato e represso dietro un’impeccabile apparenza esteriore. Per recuperare questa libertà sessuale si tende a guardare indietro ad una fisicità primigenia, al mito del buon selvaggio rousseauiano. Questo ritorno al passato, nell’epoca del colonialismo, coincide nell’immaginario comune con l’interesse per le dislocate società colonizzate, di cui si studiano i movimenti rituali.

Mary Wigman
Mary Wigman  (getty images)

La nascita della danza moderna: Isadora Duncan e Mary Wigman

La danza moderna prende forma all'inizio del Novecento nel solco dei profondi cambiamenti culturali, sociali e artistici di cui abbiamo parlato, ponendosi in aperta contrapposizione con il balletto classico. Nel canone tradizionale del balletto, infatti, caratterizzato da una fragilità atletica e dalla magrezza del corpo femminile (che doveva opporsi alla virilità muscolare del corpo maschile), a dominare è la dimensione eterea, verticale e longilinea dei gesti, dall'uso delle punte dei piedi all'estensione delle braccia. Questo linguaggio corporeo mirava ad azzerare ogni traccia di sessualità carnale, appiattendo le zone erogene come seno, ventre e bacino, per favorire una rappresentazione idealizzata e asessuata del corpo umano e specialmente di quello femminile.

La nuova danza si sviluppa come una reazione a questa rigidità e astrazione: i pionieri e le pioniere di questo movimento cercano di destrutturare il corpo, rompendo i codici espressivi predefiniti e lasciando emergere una fisicità autentica e primordiale. La coreografia moderna non è più una semplice sequenza di movimenti codificati, ma diventa un'esplorazione espressiva del fisico in tutte le sue parti, anche quelle dimenticate come mani, piedi, bacino, occhi e bocca.

Tra le figure più rappresentative della danza moderna troviamo due donne rivoluzionare: Isadora Duncan e Mary Wigman. La prima, spesso considerata la madre di quest’arte, rigetta i rigidi dettami del balletto classico, preferendo i movimenti più liberi, fluidi e naturali ispirati all’estetica dell'arte figurativa greca. Isadora si esibiva per lo più a piedi nudi, indossando tuniche semplici, che permettevano al corpo di esprimersi senza costrizioni, spontaneamente: per lei il movimento diviene forma di emancipazione, un mezzo per rivendicare un corpo libero e, con esso, un modo di essere autentico e in sintonia con le forze naturali.

Mary Wigman, invece, portò quest'arte moderna verso una dimensione più primordiale: i suoi balli esploravano una sessualità primigenia, una connessione profonda con le forze della natura e della psiche umana. Durante le sue danze arrivava perfino a divaricare le gambe e a guardare il proprio sesso in un gesto allora ai limiti dell’osceno, un'esplicitazione organica della femminilità e della forza vitale, fino ad allora repressa o resa invisibile. Le sue coreografie, composte di movimenti pesanti, nervosi, atletici (in cui utilizzava anche espedienti figurativi come le mani ad artiglio) erano spesso accompagnate da un ritmo tribale, e il suo corpo, muscoloso e scolpito, contrastava con l'immagine delicata tipica delle ballerine classiche.

Vogueing o Voguing
Vogueing o Voguing  (getty images)

Il Vogueing: la stilizzazione parodica del corpo che sovverte le norme di genere

Se Isadora e Mary hanno aperto la strada a nuove possibilità espressive attraverso la danza, liberando il corpo femminile dalle costrizioni culturali, restituendogli la dimensione del desiderio e della sessualità, permettendogli di raccontare storie intime e universali, è possibile che al giorno d’oggi il ballo sia ancora qualcosa di più di un movimento coordinato? Che riesca ad essere uno strumento di emancipazione e rivendicazione per le minoranze, per gli oppressi, per gli invisibili?

Il Vogueing, danza nata nella comunità LGBTQ+ di Harlem negli anni '70, ha avuto una simile storia di sovversione dei canoni; originariamente sviluppato all'interno dei ball, competizioni in cui persone gay, transgender e drag queen si sfidavano in performance di danza, è presto diventata un simbolo di resistenza e autoaffermazione per individui emarginati e invisibili nella società. Come il drag, parodia performativa che estremizza e contraddice i meccanismi performativi che identificano stereotipicamente le donne, il Vogueing, è caratterizzato da movimenti esagerati e stilizzati che riprendono le pose delle modelle sulle riviste di moda, trasformando gesti convenzionalmente associati alla femminilità in espressioni di potere e identità, per esempio attraverso i tipici passi del catwalk (“passerella”) e le spins, le piroette. 

Nato tra le minoranze come mezzo per sopravvivere all'invisibilità sociale, il Vogueing si è evoluto in una forma di performance che ridefinisce i limiti del corpo e dell'identità. Questo è possibile perché la sua stilizzazione del corpo non è solo un atto estetico, ma politico: attraverso questa forma di ballo, individui marginalizzati trovano un modo per esistere visibilmente e orgogliosamente, sovvertendo le norme di genere e sessualità che li hanno storicamente oppressi. La performance diventa così un mezzo per progettare nuovi modi di essere, costruendo corpi visibili e nuovi paradigmi culturali che celebrano l'inclusività e la diversità. 

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Balliamo per dare vita a corpi nuovi e idee nuove 

Giunti alla fine di questo viaggio possiamo insomma concludere che la danza, nelle sue molteplici forme, può divenire uno strumento di militanza, un mezzo per contestare e contraddire il potere attraverso l'alleanza dei corpi. Quando le minoranze, gli esclusi e i marginalizzati si uniscono in un'espressione comune, trasformano il loro corpo in un potente veicolo di visibilità e resistenza. Nella pubblica piazza, su qualsiasi palco, nelle house o nelle discoteche, la performance diventa un atto politico, un modo per rivendicare il proprio posto al centro della scena sociale. Il corpo, in questi momenti, non è più soltanto un insieme di movimenti; diventa l'incarnazione di ciò che era invisibile, un'apparizione che sfida le norme imposte e che afferma con forza la propria esistenza. Attraverso la danza, le identità marginalizzate emergono, rivendicando il diritto di essere viste e riconosciute, nella loro unicità ed intimità. La performance non solo mette in discussione il potere, ma crea anche spazi nuovi, inclusivi e rivoluzionari, in cui tutti i corpi possono trovare un'espressione libera e autentica. Alors, on danse!