Carolina Capria, scrittrice e promotrice della letteratura femminile: "Dobbiamo ancora dire agli uomini che non c'è niente di male se amano Jane Austen"
Al Book Pride di Milano abbiamo intervistato Carolina Capria, autrice e promotrice della letteratura femminile, per parlare di stereotipi, voce delle donne e del potere trasformativo dei libri — per bambini e bambine ma soprattutto per gli adulti.
Incontriamo Carolina Capria al Book Pride di Milano. Ha un viso fresco, acceso dall’entusiasmo per la giornata che sta per iniziare (è la nostra prima ospite, infatti): una giornata piena di libri, presentazioni, panel, persone che si connettono attraverso la letteratura. La invitiamo a salire sul nostro set, un salottino con sfondo rosso ciliegia che si sposa perfettamente con i suoi capelli rosa.
Anche noi stiamo per puntellarla sui libri, ma soprattutto di un tema che sta a cuore tanto a lei quanto alla redazione di FEM: le donne, e la letteratura.
Carolina Capria: dare voce alle donne tramite la letteratura
Chi è Carolina Capria, voce di punta della narrativa per bambini
Per chi non la conoscesse, Carolina è un’autrice e sceneggiatrice italiana tra le punte di diamante della letteratura per l’infanzia. Dal 2012, insieme a Mariella Martucci, ha dato vita a una serie di romanzi per ragazzi con cui molti di noi – o i figli di molti di noi – sono cresciuti: La Banda delle Polpette. Da lì, è stato un libro dopo l’altro, pubblicati con PIEMME, Mondadori e altre case editrici: Quasi fratelli, Tutti per uno – I Moschettieri sono tornati, Berry Bees (da cui è stata tratta anche una serie animata andata in onda su Rai Gulp), La circonferenza di una nuvola, fino all’ultima avventura del 2020: La vendetta delle orfanelle maleducate.
Dal 2018 è anche l’anima di L’ha scritto una femmina, un progetto che promuove la letteratura femminile e lavora per smantellare pregiudizi e discriminazioni di genere.
Mentre sprofonda sulla nostra poltroncina, iniziamo a bombardarla con domande sulle sue abitudini di lettrice: ascolta mai audiolibri? Quale romanzo vorrebbe rileggere come se fosse la prima volta? Fa mai le orecchie alle pagine? Ma poi arriviamo al sodo, e le poniamo le questioni più scottanti.
Si parla spesso, al giorno d’oggi, della necessità di dare più spazio alle voci femminili. Ma in ambito letterario ha senso parlare di una vera e propria scrittura femminile?
Parlare di una “scrittura femminile” o “maschile” è sbagliato di principio, nel senso che esiste la scrittura degli esseri umani. Però è anche vero che uomini e donne, essendo socializzati diversamente, fanno esperienza di vita diversa; quindi è probabile che nella scrittura delle donne risieda l’esperienza delle donne. Dovrebbe essere possibile trovare delle caratteristiche comuni a partire dagli argomenti, dal modo di sentire, dallo sguardo. Ma per quanto riguarda la scrittura e la forma non direi che sia rintracciabile una differenza che definisca cosa è maschile o cosa femminile.
A tal proposito, parliamo del tuo progetto "L’ha scritto una femmina", che ti vede protagonista come attiva promotrice della letteratura femminile. In che modo, nel corso degli anni, questa iniziativa ha contribuito a contrastare gli stereotipi di genere nel mondo della lettura? E quali segnali ti hanno fatto capire che stava davvero facendo la differenza?
Mi è capitato durante gli anni di incontrare degli uomini e di vedere il loro rapporto con la scrittura delle donne. nella maggior parte dei casi quello che mi è successo è di sentire la leggerezza di chi si sente accolto. Nel senso che mi è capitato tantissime volte di incontrare dei bambini che definivano certi libri “da femmine”, quindi “per bambine”, e si vergognavano di dire che gli piacevano. Invece, nel momento in cui fai capire loro che non c’è assolutamente nulla di cui vergognarsi nell’avere dei gusti, delle preferenze, è come se questo li autorizzasse a essere loro stessi, ad accettare un intero spettro di interessi.
Questa cosa accade anche con gli adulti. Mi è capitato più volte che, quasi come se fosse chissà quale confidenza, un amico mi dicesse di amare Jane Austen. Lo rivelava con un po’ di pudore, come se non ne andasse troppo fiero. “Anch’io ho amato Orgoglio e pregiudizio” è tra quelle cose che, ancora oggi, molti uomini si sentono costretti a confessarsi “sotto banco”, perché è ancora difficile accettare di avere gusti che la società considera femminili.
Come pensi che la letteratura, e in particolare quella scritta da donne, possa essere uno strumento di cambiamento sociale?
Sono le donne a poter essere il vero motore del cambiamento sociale. E in particolare la scrittura delle donne, perché molte delle discriminazioni che subiamo sono legate proprio alla nostra voce, alla mancanza di autorevolezza. Non è raro leggere notizie di violenze o stupri accompagnate da commenti che sminuiscono la voce della vittima che ha denunciato, accusandola di essere in cerca di notorietà, soldi, di volerla farla pagare a qualcuno. La voce delle donne, in qualche modo, viene sempre sminuita.
E invece è proprio da quella voce, la voce che troviamo nei libri, che può partire un cambiamento. È possibile cambiare il modo in cui percepiamo ancora oggi l’autorevolezza delle donne inferiore rispetto a quella degli uomini.
Tutto questo ha molto a che fare con il modo in cui cresciamo. Io, fino all’adolescenza inoltrata, non avevo mai incontrato una figura femminile nel mio percorso scolastico o culturale: nessuna scienziata, nessuna artista, nessuna poetessa, nessuna scrittrice. La conseguenza inevitabile è che un bambino, o una bambina, cresca pensando che le cose grandiose le facciano solo i maschi.