'Il Gattopardo', Jozef Gjura: “Nel mio lavoro mi libero dalle etichette, imposte e auto-imposte. Mario Martone è stato il primo a scommettere su di me.”
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Dalla Sicilia barocca del set Netflix alle strade di Roma “poco accessibili”, con Jozef Gjura abbiamo parlato di tutto. Classe 1994, attore nato a Scutari e cresciuto sui palchi italiani, che nella vita ha fatto molte cose: il garibaldino libertino in Il Gattopardo, il migliore amico nei teen drama, l’autore e regista di una dark comedy su un piede in cancrena. Al Festival Prima Persona Plurale, dedicato alla Vita Indipendente delle persone con disabilità, sarà lui ad aprire le danze con un monologo dedicato a Giampiero Griffo, figura fondamentale per i diritti delle persone con disabilità.
Trovate qui sotto l'intervista completa.
Jozef Gjura: dall’amico leale di Sul più bello al garibaldino sabaudo de Il Gattopardo
Classe 1994, origini albanesi, formazione solida al Teatro Stabile di Torino: Jozef Gjura è uno di quegli attori che, scena dopo scena, si sta costruendo un posto di primo piano nel panorama italiano.
Dopo aver calcato i set di film come Capri-Revolution e Sul più bello, e dopo aver conquistato il pubblico nella serie Il Gattopardo, oggi porta la sua voce — e il suo corpo — su un altro palcoscenico importante.
Cos’è Prima Persona Plurale, il primo Festival italiano dedicato alla Vita Indipendente delle persone con disabilità
Sarà proprio Gjura, infatti, ad aprire Prima Persona Plurale, il primo Festival italiano interamente dedicato alla Vita Indipendente delle persone con disabilità, promosso a Torino da Fondazione Time2. Con un monologo potente e vibrante, racconterà la storia di Giampiero Griffo, pioniere dei diritti per la Vita Indipendente.
Dal 5 al 7 maggio, Prima Persona Plurale accenderà la città con tre giorni di incontri, laboratori e testimonianze: perché l’autonomia, la libertà di scegliere come e con chi vivere, non siano più un privilegio ma un diritto garantito a tutte e tutti.
Jozef Gjura, l’intervista
Prima Persona Plurale: aprirai tu il festival. Come sei arrivato ad essere protagonista di questo evento?
È successo un po' per caso: mi hanno trovato tramite la Fondazione Cecilia Gilardi, che si occupa di sostenere giovani talentuosi, aiutandoli negli studi e nelle carriere più particolari. La fondazione mi aveva già assegnato una borsa di studio quando ero all’Accademia dello Stabile di Torino. Recentemente ero presente alla loro conferenza stampa e, da lì, Sara Meloni mi ha notato e mi ha coinvolto per il festival.
Farai un monologo su Giampiero Griffo, forse una delle figure più rappresentative per i diritti delle persone con disabilità in Italia. Cosa senti in comune con lui?
Lo sto studiando proprio in questi giorni. Mi ha colpito molto la sua storia.
Hanno fatto davvero grandi passi avanti grazie a persone come lui. Noi siamo abituati a vivere in un mondo dove molte barriere architettoniche sono state eliminate – dico “quasi” eliminate perché vivo a Roma, e qui, purtroppo, ci sono ancora stazioni della metro o marciapiedi complicati da affrontare anche per una persona normodotata, figurarsi per una persona con disabilità.
Ma ciò che più mi ha colpito di lui è questa storia: cercava di togliersi di dosso l’etichetta di "quello in sedia a rotelle" cambiando spesso colore ai capelli, proprio per spostare l'attenzione da lì. Era diventato "quello che cambia il colore dei capelli" invece di essere sempre identificato con la sua disabilità.
Hai mai avuto anche tu la sensazione di essere etichettato e di voler scappare da quell’etichetta?
Succede continuamente. Lo facciamo anche su noi stessi, senza rendercene conto. Facendo l'attore, ho avuto il lusso di scoprirlo: per interpretare una vasta gamma di personaggi devi toglierti di dosso un sacco di etichette, anche quelle che ti sei imposto da solo.
Quando ero piccolo, sono venuto in Italia dall’Albania nel 2000, avevo sei anni. I miei genitori, più grandi, avevano un accento molto marcato. All'inizio siamo stati quasi costretti a integrarci, anche perché c'era ancora molto razzismo verso gli albanesi. Poi, col tempo, le cose sono migliorate. Ricordo che nel 2006, al lavoro, un collega napoletano disse a mio padre: "Meno male che siete arrivati voi, così si sono dimenticati di noi". Sempre alla ricerca di un nuovo capro espiatorio...
Finché si continua a seguire una politica superficiale che dà la colpa al più povero, a chi è più vulnerabile, sarà sempre così. Ma credo molto nel cambiamento: le nuove generazioni non hanno più questa visione.
Durante la tua carriera hai percepito discriminazioni nei ruoli che ti venivano offerti, o stereotipi riguardanti la tua origine albanese?
All’inizio sì, un po’. Nonostante il mio italiano perfetto e l'assenza di accento, rimanevo "quello col nome straniero". Devo spesso spiegare come si scrive il mio nome. Però ho avuto la fortuna di non avere tratti fisionomici troppo "etichettabili", e con il tempo, anche grazie al mio modo di vedere le cose, ho sentito sempre meno questo tipo di discriminazione.
Parlando di cambiamento e nuove generazioni, affrontiamo uno dei tuoi progetti recenti che lo ha come tema centrale: Il Gattopardo, forse la serie Netflix di produzione italiana più chiacchierata degli ultimi anni. E in costume.
Un’esperienza meravigliosa. Un progetto enorme, davvero un colossal italiano. Abbiamo girato in Sicilia, a Palermo e Siracusa – città che ho amato, soprattutto per la granita! Non esiste granita migliore di quella che trovi a Siracusa o Catania. Sul set si è creata una bellissima chimica tra noi attori, cosa rara. È stato un set caloroso, umano.
Parlaci del tuo personaggio, Tassoni.
Mi sono divertito molto a interpretare il Tenente Tassoni. Era un carattere molto libertino, sembrava capitato lì quasi per caso, a fare la rivoluzione.
All'epoca avevo i capelli lunghi e me li hanno fatti tenere: dicevano che avevo proprio il tipo fisico del libertino, un po' una specie di Dorian Gray dell'800, che si aggirava tra Milano e Torino. Essendo di una certa famiglia, Tassoni si ritrova a fare il garibaldino. Ma ci sono scene in cui si domanda: "Ma che cosa siamo venuti a fare? A conquistare un deserto?", perché davvero, in certi posti, non c’era assolutamente nulla.
L’Unità d’Italia è un periodo storico che non si analizza mai a fondo. Se leggi Il Gattopardo, capisci che ci sono state molte imposizioni: il piccolo Stato dei Savoia ha di fatto conquistato il resto della penisola. Da una parte, meno male che è stata fatta l’Italia, ma le modalità con cui è avvenuto non sono sempre state limpide.
L’episodio che ti è rimasto più impresso delle riprese?
Ricordo che, mentre giravamo a Siracusa, il nostro campo base era un palazzo signorile a Ortigia. Io ero vestito da garibaldino e il padrone di casa ci disse: "Sapete, questa casa apparteneva a un nobile che con l'Unità ha perso tutto". Gli risposi: "Mi scusi, ma questa camicia non è esattamente il mio manifesto personale!"
Hai detto che sul set si è creata subito una bella sintonia. Com'è stato lavorare con Benedetta Porcaroli (che interpreta Concetta, la sposa di Tassoni, nda)?
Molto bene! Benedetta è simpaticissima e disponibilissima sul set. Mi ha aiutato molto, anche perché io andavo e venivo, mentre lei era sempre presente. Ho imparato tanto osservandola. Anche Eva e Paolo Calabresi sono stati fantastici: Paolo non riesce a stare serio neanche cinque minuti! La bellezza del nostro mestiere è che, alla fine della giornata, si va a cena insieme e ci si rilassa davanti a un bicchiere di vino.
Un altro tuo ruolo importante è stato nella trilogia Sul più bello. Com'è stato crescere con quel progetto?
È stata un’esperienza fondamentale. Mi ha insegnato tanto sul set, perché venivo dal teatro.
Mi ricordo che il primo giorno, la prima scena girata con Gaia e Ludovica, abbiamo fatto 14 ciak perché eravamo in ansia! Poi col tempo ci siamo sciolti: gli altri film sono andati sempre meglio, sul set mi sentivo a casa. E quando di recente sulla Rai hanno trasmesso il primo della serie, rivedermi mi ha fatto molta tenerezza: ho visto la mia innocenza attoriale, l'ingenuità di chi non aveva ancora il coraggio di osare certe cose. È un progetto in cui sono cresciuto tanto, sia fisicamente sia professionalmente.
Alice Filippi è stata importantissima per me. Ha seguito i casting dall'inizio, ci ha mandato tutta la sceneggiatura prima del provino finale, ci ha parlato dei personaggi: una cosa rara.
Recentemente ho fatto la mia prima regia per un cortometraggio e Alice è stata un punto di riferimento: le chiedevo consigli e lei si informava sempre su come stesse andando il progetto. È una persona con cui lavorerei molto volentieri in futuro.
Hai accennato a un tuo nuovo progetto da regista: parlaci del tuo cortometraggio.
Si chiama Un piede nella fossa. È una dark comedy scritta con una mia cara amica, Elvira, anche lei ex borsista della Fondazione Cecilia Gilardi.
Racconta di un anziano rassegnato alla morte che si ritrova con un piede in cancrena. Quando il piede si stacca, si crea una situazione surreale. Il protagonista è il padre di Elvira, che è realmente sordo. Questo per me è stato molto emozionante: Elvira mi raccontava che suo padre avrebbe voluto fare l'attore, se non fosse nato sordo. È stato un regalo enorme fargli vivere questa esperienza. E guidare l'azione senza la voce, solo con un gesto delle mani, come alzare il sipario… È stato bellissimo.
Abbiamo girato tra Torino e Vercelli, con il sostegno della Fondazione Cecilia Gilardi. Ora siamo in post-produzione: speriamo di presentarlo ai festival in autunno, magari con un'anteprima a Torino a ottobre.
Mario Martone sarà a Cannes quest’anno, unico regista italiano. Tu hai debuttato con lui in Capri Revolution. Che ricordi hai? Com’è stato lavorare con lui?
Mario Martone è stato il primo regista che ha creduto davvero in me. Quando ero all’Accademia dello Stabile, venne a vederci per cercare attori. Mi scelse sia per Capri Revolution che per il riallestimento di Tango Glaciale. So che inizialmente alcuni suoi collaboratori avevano dei dubbi su di me, ma lui insistette: "Voglio Josef". Gli devo molto: mi ha aperto porte incredibili.
Ancora oggi abbiamo un bel rapporto. Gli avevo anche chiesto il ruolo di Mercuzio nel suo Romeo e Giulietta, ma era già stato assegnato. Nonostante questo, mi ha voluto comunque nello spettacolo, in un ruolo minore che poi ha arricchito, facendomi essere presente quasi sempre in scena.
Ultima domanda: c'è un tema o un personaggio che vorresti portare a teatro o al cinema?
Sì. Ora che ho scoperto la regia, voglio raccontare storie sulla morte – magari costruire una trilogia. È un tema che mi affascina molto.
Come attore, invece, non vedo l’ora di interpretare un cattivo: è un aspetto che sento di voler esplorare.
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