“Dare la vita”: in uscita il libro postumo di Michela Murgia sulla maternità e la famiglia queer
Il 9 gennaio uscirà “Dare la vita”, il libro su cui Michela Murgia stava lavorando negli ultimi giorni della sua vita. Curato dal “figlio d’anima” Alessandro Giammei, il pamphlet raccoglie riflessioni e approfondimenti sul tema della famiglia scelta.
L’opera a cui Michela Murgia si dedicava gli ultimi giorni prima di morire, a 51 anni il 10 agosto 2023, sta per vedere la luce: la casa editrice Rizzoli pubblicherà Dare la vita il 9 gennaio. A curare la raccolta di riflessioni della pensatrice il “figlio d’anima” Alessandro Giammei, ricercatore di letteratura italiana all’università di Yale.
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Un libro postumo sul senso profondo di famiglia
A Giammei quelle pagine sono state consegnate proprio dalla scrittrice, poco prima di venire a mancare. “È un libro toccante, sulla genitorialità” così lo descrive il ricercatore: “Doveva essere solo sulla GPA (la gestazione per altri, ovvero quando una madre surrogata porta avanti una gravidanza per conto di persone esterne che diverranno poi genitori del nascituro) ed è diventato un libro più profondo sul senso della parentela.” Tematiche, quelle della maternità e della famiglia, da sempre care a Michela e finalmente radunate in un saggio che avrà per lei la funzione di eredità spirituale.
Famiglie queer a partire dalla propria
L’origine del discorso viene sempre dall'esperienza personale della donna, che le ha insegnato a guardare ad un altro modello di maternità, quello che non parte da un legame biologico e determinato, ma dall’anima: ciò che all’estero è conosciuto sotto la definizione di “famiglia queer”, ovvero la famiglia creata, scelta da ciascuno sulla base di un legame sincero e libero tra persone, da non sottoporre a stringenti categorie e aspettative sociali ma formato a partire dai propri bisogni ed affetti.
Il mito della famiglia tradizionale
“Basta dire famiglia tradizionale. La famiglia composta da mamma, papà e due bambini è un’invenzione degli anni '60, ha iniziato a esistere quando la migrazione dal Meridione al Settentrione d’Italia per andare nelle fabbriche ha spostato le persone in luoghi molto più piccoli, ha separato i nonni dai nipoti e ha rotto quei legami della società contadina che invece formavano una realtà allargata, una tribù, un luogo dove le responsabilità erano divise.”
Famiglie che si inventano creativamente sulle esigenze degli affetti
La propria, di famiglia, Michela Murgia la descrive così: “Mi piace definirla ibrida. Ho scelto come anello nuziale una rana ad altorilievo perché è un animale di terra e di acqua, sempre pronto al salto, quindi al cambiamento, rappresenta bene la queerness in natura.” Queer significa tutto ciò che è fuori dal comune, ‘di traverso’ rispetto alle norme, qualcosa che reinventa il proprio essere nella stranezza e nella peculiarità: “Non voglio chiamare la mia famiglia non convenzionale, perché sono sicura che nella realtà queste famiglie siano già diffusissime: le persone hanno esigenze che gestiscono inventandosi rapporti che possano soddisfarle. Non esiste un nome per questa creatività degli affetti: il problema è togliere gli aggettivi e declinare le famiglie finalmente al plurale.”
"Fate casino", la richiesta di Michela Murgia
Per sondare questo spazio interstiziale tra persone, da costruire con creatività ed emotività, occorrerà precipitarsi in libreria non appena il pamphlet sarà rilasciato sul mercato. Qualunque sia l’accoglienza delle teorie di pensiero della Murgia, a favore o contro, ricordiamo la reazione che la scrittrice desiderava, parole che forse ci riporteranno alla mente un altro recente avvenimento che ha coinvolto una giovane donna, spokeswoman a sua volta delle questioni di genere: “La mia anima non ha mai desiderato generare né gente né libri mansueti, compiacenti, accondiscendenti. Fate casino.”