"Adolescence" non è una storia vera. Ma potrebbe esserlo domani.
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In questi giorni Adolescence è divenuta una delle serie Netflix più vista in Italia. Un thriller psicologico che ha affrontato a pieno petto il disagio giovanile, divenendo capace di inchiodare milioni di spettatori davanti allo schermo. Ma la domanda che rimbalza su Google e TikTok è una sola: Adolescence si è ispirata a una storia vera?
Adolescence: la serie più vista di Netflix è tratta da una storia vera?
La risposta è no, non è tratta da un caso reale. Ma il problema è che potrebbe esserlo. Perché quello che racconta è drammaticamente plausibile. Un mondo online oscuro ma affatto difficile da raggiungere, fatto di chat ed emoji ma intriso di culture tossiche online e solitudini che diventano bombe pronte a esplodere. E soprattutto: è un mondo che i genitori spesso non vedono.
Cosa significa "pillola rossa" in Adolescence? Il lato oscuro della cultura Incel
Prendiamo per esempio la pillola rossa - e l'emoji ad essa associata. È un richiamo diretto alla cosiddetta Red Pill Culture, strettamente legata alla cultura Incel, acronimo di involuntary celibate (celibe involontario). Questo termine è nato nei primi anni 2000 su forum online come luogo di confronto tra persone (uomini) che soffrivano per la mancanza di relazioni affettive e sessuali. Con il tempo è diventato il simbolo di una subcultura tossica e profondamente misogina, popolata in gran parte da uomini – spesso adolescenti o giovani adulti – che attribuiscono alle donne la colpa della propria solitudine, del loro “fallimento sociale” e dell'esclusione dai modelli di virilità dominanti. In questi spazi digitali si alimenta un clima di rabbia, vittimismo e risentimento verso l’altro sesso, sfociando a volte in vere e proprie ideologie d’odio. Termini come “red pill” (pillola rossa) indicano una presunta “presa di coscienza” di come, secondo loro, la società favorisca le donne e opprima gli uomini.
Questi codici, in apparenza innocui, circolano anche nella realtà tra gruppi chiusi di adolescenti. E non è fantascienza: negli ultimi anni sono emersi casi documentati di uomini coinvolti in reti digitali dove si condividevano contenuti di violenza, revenge porn, persino foto rubate di compagne di scuola, vicine di casa o figlie di conoscenti, per non parlare di consigli su come stuprare.
L'uso di deepfake tra adolescenti: una nuova forma di bullismo digitale
Un altro fenomeno preoccupante riguarda l'uso di tecnologie deepfake tra i giovani. Negli Stati Uniti, ad esempio, studenti delle scuole superiori hanno utilizzato l'intelligenza artificiale per creare immagini nude false di compagne di classe, diffondendole poi sui social media e utilizzandole per umiliarle o ricattarle, costringendole ad ulteriori soprusi.
Cosa possiamo imparare da Adolescence? I consigli per i genitori
"Pensavo stesse bene": il dramma di genitori ignari
Il padre-commissario di Adolescence è il simbolo di tanti genitori reali: scopre troppo tardi un figlio che non conosceva. È spaesato, si interroga: “Dov’ero io mentre lui diventava qualcun altro?”
Questa riflessione non è finzione. Troppo spesso i genitori si accorgono del malessere solo dopo il gesto estremo. È essenziale riconoscere i segnali in tempo. Ma come è possibile farlo? Noi lo abbiamo chiesto a Ivano Zoppi, segretario generale di Fondazione Carolina specializzata nella prevenzione del disagio giovanile: per approfondire strategie e consigli su come proteggere gli adolescenti dai pericoli del web, vi invitiamo a leggere il nostro articolo, che offre preziose indicazioni su come prevenire che i ragazzi cadano in queste spirali negative.
Come capire se tuo figlio è in difficoltà? I segnali da non ignorare
I primi segnali non sono urlati. Sono silenziosi ma chiari, se sai dove guardare. Irritabilità, chiusura nella propria stanza, rifiuto della scuola o della socialità sono campanelli d’allarme. Non sono ‘capricci da adolescente’, ma grida d’aiuto mascherate. Non aspettare l’estremo per agire.
Genitori, fate rete: la solitudine digitale si combatte insieme
La soluzione non è diventare “detective” dei propri figli. È fare rete. Non basta un solo genitore vigile serve una comunità intera: insegnanti, allenatori, oratori, amici. Tutti dobbiamo essere parte della stessa squadra. Un altro consiglio è semplice ma utilissimo: chiedere ai propri figli come vanno le cose sui social, come si fa con la scuola o lo sport. Perché oggi, la vita online è la vita.
E allora la domanda non è più: "È una storia vera?", ma: “Cosa sto facendo per evitare che lo diventi?”
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